venerdì 28 dicembre 2012

Diciamolo a chiare note



Le parole di una canzone si srotolano veloci nella bocca di un rapper. Due ragazzi, dal fondo di un autobus, seguono il ritmo con la testa, guardando i loro pensieri fuori dal finestrino. La gioventù, in questo Paese, è un concetto, un'astrazione. I giovani fanno volume, ma esistono solo nei versi di un rap. Due ragazze straniere chiedono informazioni al conducente dell’autobus che, tutto ringalluzzito, risponde e se ne vanta. Raggiunge i colleghi e scambia qualche parola con loro. Poi, di tacito accordo, il gruppetto si mette in posa. Occhiali da sole, gambe aperte per mostrare maggior sicurezza, aria spavalda: sono i maschi italiani. Si pavoneggiano quando riescono a dialogare con una donna, ma il fascino è solo un dettaglio inutile. L’importante non è la conquista del cuore femminile, ma la stima degli altri maschi. Forse, in loro alberga un’omosessualità latente. Alcuni odiano le donne, perciò le maltrattano. Le sottomettono villanamente per affermare la loro superiorità. Obbediscono a un clichè e scimmiottano i personaggi in vista che usano il sesso femminile per acquisire carisma e prestigio. Certo, in una società non sessista sarebbero considerati dei poveretti, ma qui ottengono l’applauso e la luce dei riflettori sempre puntata sulle loro facce idiote.

Il tempo delle feste sospende il tempo ordinario, conferma l’abitudine nel rito e negli eventi che si attengono al solito copione. In questo tempo sospeso la prepotenza si addobba a festa, la cattiveria e l’egoismo quasi spariscono e tutti fanno finta di essere davvero buoni. Sennonché, negli occhi di un popolo imbarbarito da anni, attraverso sguardi respingenti, riecheggia il malanimo. L’Italia ha diffidato la vita e il cambiamento in tutte le forme. Delle ragazzine, non più di sedici anni a testa, sfoggiano il loro anellino antimolestie. Se la scena avesse una colonna sonora sarebbe un controcanto rap al femminile: ‘Se apparteniamo a qualcuno non ci potete assillare/ poi, magari, coviamo un risentimento colossale/ da arrivare a un grado tale di cinismo e frustrazione/ da non vedere altra soluzione/ che rovinare l’esistenza della donna che pensa e dice/ a maggior ragione se ci capitasse di incontrarne una felice’. Prolifera il numero delle patite degli indicatori di status che, da un cantuccio riscaldato, ma angusto, guardano la libertà. Sanno cosa dovrebbero sopportare se vi si accostassero e sono invidiose del coraggio della donna che abita in sé e nel mondo. La cosiddetta razionalità dell’organizzazione sociale non vieta esplicitamente di andare oltre la scorza del quotidiano, ma la considera un’attitudine per persone complicate. Comunque, il non detto comincia a fare rumore e chiede parole per esistere. Chissà se qualcuno si è accorto di intere generazioni di donne ammansite da una razionalità che razionalizza gli stereotipi e la discriminazione sessuale?. Le opzioni sono due: vegetare in anestesia o parlare, rischiando di essere  risucchiate dal gorgo rapace del pregiudizio per combatterlo. Lo spettro delle scelte femminili ha subito una strettoia, dai buoni propositi libertari nati durante la rivoluzione culturale alla contemporaneità da inquisizione. Però, i sogni rimangono grandi e più di ogni tanto un fulmine illumina i volti delle donne. In un mondo che ha bisogno di ridefinire la realtà ogni giorno perché ha perso coscienza di sé, la passione non basta. L’ardore può diventare un intralcio, come i clochard ai bordi delle strade, pietre d’inciampo per lo sguardo perbenista, fastidiosa pulsione a vivere non catalogata né catalogabile. La passione ha bisogno di esprimersi. Siamo animate da pensieri di riscossa, quando essi poggiano sulla fiducia nella loro realizzazione, mentre brandiamo sogni, per avventurarci nel mare della vita, lottando contro le ipocrisie e la malafede istituzionalizzate. Un ceto medio piccolo borghese, convinto di possedere grandi virtù dopo aver dato il peggio negli ultimi cinquant’anni, da giù ci richiama all’ordine, indicandoci il bitorzolo per ‘correggerci’. Da sole potremmo perderci, ovvero potremmo vivere, seguire le nostre idee, fare e sbagliare, senza perderci d’animo. Niente da fare, se decidiamo, voliamo alte e non torniamo più indietro.  

L’immaginazione femminile è ‘troppa’, ma può dare vita a pregiati scampoli di realtà, dialoganti con altri scampoli di realtà. Gli uomini hanno immaginazione, anch’essi troppa, ma, quando viaggiano con la mente, un privilegio mai messo in discussione, legittima i loro pensieri. Così, senza incontrare resistenza, creano la visione del mondo dominante, strutturata sulla classificazione della realtà secondo categorie, gerarchie e dualismi. Secondo la cultura maschile la donna ha una fantasia debordante, ‘pericolosa’ se non diluita in un pastone sentimentale da romanzo d’appendice. In realtà, la vivacità immaginativa è una qualità fondamentale per produrre opere di ingegno e di grande valore artistico. Nel definire eccessivo l’estro femminile, l’obiettivo è quello di inibirlo, ma, se la fantasia per gli uomini rappresenta una dote, deve essere così anche quando la visionarietà è sessuata al femminile. La sensazione, però, è che l’esondazione dell’immaginario delle donne imploda o svanisca nei pensieri senza voce, come bolle di sapone. Allora, se nel traffico o in coda alla posta ci viene voglia di svagarci con l’irriverenza di un rap femminista l’incipit potrebbe suonare così: ‘Ti guardo perché vivo/ Uomo: che ti fa tremare?/Non ti voglio sfidare/ neanche ti sono complementare/E lascia che ti dica una parola amico mio/ il privilegio di desiderare ce l’ho anch’io/ a dire io voglio, io non voglio son capace/e non cambierò perché sono umana e questo non ti piace/ Hai paura di me e mi aggredisci/, pare che più che camminare tu strisci/Il tuo ringhio spaventato contro il mio sorriso è un indizio/ voglio definirti e ti meriti un giudizio/ nei roghi che hai acceso per bruciarmi viva/il mio essere donna ti infastidiva/Se il mio amore e il mio impegno rappresentano un errore, rinuncia al titolo di signore/E quando ti sorrido sii gentile/ non vile/ almeno onesto nello scambio/ e fa vedere che la stima che hai di te non supera il livello del calcagno’. Gli uomini prevaricatori e prepotenti ci sono, quelli affetti da gallismo sono un’altra cosa. L’inibizione della vivacità e del talento femminile attraverso la mortificazione e l’umiliazione è una forma di violenza. Se gli altri uomini li redarguissero e se non avessero uno stuolo di donne rincitrullite a portali sul palmo della mano, se la pianterebbero e forse ci sarebbero meno episodi di violenza di genere. Comunque, la realizzazione personale delle donne non è legata ai comportamenti e agli atteggiamenti degli uomini. Il percorso, nell’Italia maschilista, è impervio, ma non è impossibile.

Manuela.

sabato 22 dicembre 2012

'Una fidanzata in coma' - il documentario di Bill Emmott e Annalisa Piras



‘Una fidanzata in coma’ è il film-documentario di Bill Emmott, direttore dell’’Economist’ e di Annalisa Piras, giornalista collaboratrice de ‘l’Espresso’. Il titolo cita una canzone degli Smiths: ‘Girlfriend in a coma’. È stato presentato il 26 novembre a Londra ed uscirà nelle sale italiane nel 2013. La fidanzata in coma è l’Italia, senza troppi giri di parole. Bill Emmott e Annalisa Piras parlano dei mali del cosiddetto ‘Bel paese’: corruzione, clientelismo, mafia ed evasione fiscale; di ciò che manca: creatività e sviluppo, meritocrazia e di ciò che viene mal gestito: Stato, bene comune, media, giustizia e regole che favoriscono una buona concorrenza imprenditoriale. E poi di ciò che quasi non esiste: donne, etica, disponibilità al cambiamento. Non c’è da lagnarsi, Emmott e compagni non sono dei disfattisti, neanche dei comunisti, poiché l’analisi sulla condizione dell’Italia non è pro partitica. Al contrario, indica le responsabilità e le mancanze della politica degli ultimi vent’anni e non solo. Nel documentario si parla di creatività, la quale innesca un circolo virtuoso portando benessere economico e mobilità sociale. Creatività e mobilità sociale incentivano la creatività. Tuttavia, se consideriamo vera la prima ipotesi e cioè che la creatività è più importante del resto ed è una variabile indipendente, l’Italia appare attorcigliata nelle spire di un circolo vizioso dove non c’è creatività né crescita. Il picco più alto della virtuosità lo abbiamo raggiunto negli anni ’60-’70, l’unico precedente degno di nota è il periodo del Rinascimento. Bill Emmott, che nel 2001 criticò l’agire politico di Berlusconi, compì un viaggio in Italia e scrisse ‘Good Italy, bad Italy’, da cui trasse spunto per il documentario che era già in fase di preparazione. La critica era rivolta non tanto alla persona né agli scandali, ma all’inevitabile concentrazione di poteri (potere economico, potere dello Stato e potere dei media), evento nefasto per ogni democrazia. É passata l’epoca berlusconiana e con essa l’illusione collettiva che tutto sarebbe andato bene finché ci fosse stato qualcosa da arraffare, ma l’Italia fatica a svegliarsi dal coma. Per quelli che hanno creduto o hanno voluto credere al paese della cuccagna la realtà è un boccone amaro da mandar giù. L’Italia è un paese che rifiuta la realtà, dice Emmott. L’ostilità al cambiamento è motivata dagli egoismi e dalla difesa degli interessi di partito, corporativi e di sindacato. Chiunque voglia proporre delle riforme efficaci troverà (o ha già trovato) l’opposizione di gruppi che difendono i loro interessi particolaristici a spese degli altri e, soprattutto, del futuro di questo paese. Gli stessi partiti non si sbilanciano nella programmazione di riforme audaci, poiché temono di perdere il voto dell’elettorato, abbarbicato com’è nella difesa di privilegi che in un periodo di crisi non ha senso difendere. Emmott, durante il suo viaggio in Italia, ha notato una tendenza diffusa a negare la realtà, atteggiamento causato anche dalla disinformazione e dalla divulgazione di dati falsi o falsati: l’alto tasso di risparmio privato in realtà si è dimezzato, così come la capacità di acquisto pro capite. L’Italia non è competitiva in più di un settore, tra cui quello manifatturiero, per lo scarso sviluppo di competenze necessarie in una società post-industriale e rimane chiusa in un sistema dove le maestranze, istruite ad eseguire meccanicamente delle procedure, non sono preparate ad interagire tra di loro. Inoltre, se l’innata creatività italiana è stata distrutta e il disvalore è diventato il parametro dominante, ciò ha a che fare con la corruzione e il clientelismo. La crisi, però, non è soltanto un evento negativo, ma anche un’opportunità. È la scossa per un paese dormiente. Tuttavia, se i gruppi di interesse continueranno a negare l’utilità delle riforme, vanificheranno ogni tentativo di cambiamento. Forse, credono in una magia, nella disponibilità della Germania a pagare i debiti dei Paesi dell’Europa del Sud o in una mossa ad effetto di Mario Draghi alla Bce, dice Emmott. Comunque, all’osservatore d’oltremanica risulta difficile comprendere la mentalità dell’Italia di oggi, in cui la furbizia è una qualità e le ruberie e la prepotenza un mezzo. Nel documentario non manca la vicenda dell’Ilva di Taranto, ripresa quando la magistratura stava aprendo l’inchiesta contro il gruppo Riva per crimini ambientali. Lo choc dell’osservatore esterno, ancora una volta, scaturisce dall’atteggiamento dei cittadini, quasi ignari dei danni provocati in cinquant’anni di attività dal complesso siderurgico. Ignari o rassegnati, inascoltati da sempre. La seconda parte del documentario apre uno spiraglio di luce con le testimonianze di padre Giacomo Panizza e il Progetto Sud, la Nutella di Giovanni Ferrero, lo Slow Food di Carlo Petrini e John Elkann che si dice ottimista per il futuro d’Italia. Marchionne sottolinea la scarsa competitività, ma rincuora lodando il talento e il design italiano. Le testimonianze di Umberto Eco, Nanni Moretti, Roberto Saviano e di altri personaggi di spicco si uniscono al capezzale dell’Italia, per risvegliarla dal coma e ripartire alla grande. Speriamo bene. Forse gli italiani/e, negli ultimi anni, hanno dato fondo a tutte le risorse non solo economiche e hanno anche dilapidato un patrimonio umano, non valorizzandolo. Anzi, si ha la sensazione che l’impegno, la buona volontà e il talento diano fastidio a quelli che hanno paura del cambiamento, poiché ciò significherebbe per loro solo una cosa: non tenere più i piedi al caldo. Trasformare la crisi in un’opportunità significa che vivremo sperando di superare le limitazioni poste alla creatività e all’innovazione da un sistema farraginoso. Vivremo e spereremo. Noi che vorremmo impegnarci e, infatti, ci impegniamo perché la ricompensa è questa, senza fare compromessi, senza rinunciare a noi stessi. Il trailer del documentario è visionabile nel web. Per maggiori informazioni consultare il sito ‘Girlfriend in a coma’: http://girlfriendinacoma.eu. 

Manuela. 

Le donne: c'erano una volta e ci sono ancora



Uno sbadiglio dopo un lungo sonno: le donne si risvegliano dal torpore. Sul genere femminile l’anestesia collettiva produce il sonno della ragione che è anche un sonno senza sogni. Il pachiderma femmineo destato non dal bacio di un principe, ma dalla ferrea volontà di esistere, allunga le braccia si stropiccia gli occhi e osserva il mondo come non l’aveva mai visto. La versione della favola è nuova, ma, come in ogni favola, si intravede la morale e il percorso di crescita. Perciò, sarà una favola reale, senza una morale imposta e incomprensibile. Sarà un percorso di crescita senza steccati, quei solchi protettivi entro cui restare per non rischiare e per non cadere, il che equivale a non vivere pienamente. Fiduciose nelle nostre capacità e intuizioni, salpiamo verso il mare aperto. Troveremo da sole il bandolo della matassa, così come il luogo adatto per parlare di noi stesse. È come dire che spesso dal foglio dipende cosa si scrive e come. Quel quaderno sul tavolo, oltre ad appartenere alla nostra quotidianità, rappresenta una porticina magica: perseverando nella scrittura lascia intravedere un mondo. La curiosità ci sospinge a scrivere. Il desiderio di raccontare ci sorprenderà all’improvviso, sbucando fuori da un angolo remoto. Dei tanti e troppi desideri che la società ci induce a desiderare, scopriamo di essere ispirate dalle storie, dalla vita alla carta e viceversa. Ed è in quel foglio che si materializzano, nei luoghi che più amiamo, perché altrove le parole sarebbero mute, sarebbero delle estranee da guardare con sospetto.  

Con le parole amiche le donne del nuovo secolo prendono coscienza del come e del perché questo paese le abbia bendate e ammutolite. Prima la speranza in un cambiamento per la liberazione dai ruoli tradizionali, poi il rigurgito di vecchi modelli sociali e di genere coperti da una patina di emancipazionismo. La rivoluzione culturale del secolo scorso, con la promessa dell’annullamento dei rapporti gerarchici tra i sessi, ha posto le basi per l’inizio di una nuova era. La donna tuttofare e ‘perfetta’, però, è divenuta l’espressione della versione moderna della cosiddetta ‘natura’ femminile. Pensiamo sempre a tutto, siamo brave e diligenti, ma, quando si tratta di avere spazio del dibattito politico, le cose si complicano e l’autorevolezza delle nostre opinioni dipende ancora da una morale imposta e dal giudizio pubblico sulla ‘rispettabilità’. Su altri fronti il rischio è di eccedere nel vittimismo. Da trent’anni, in Italia, non esiste più il delitto d’onore. Le violenze e gli abusi sono reati considerati tali non perché offendono la morale pubblica, come accadeva un tempo, ma vengono puniti per il danno alla persona (la donna). Tuttavia, sono ancora poche le donne che denunciano le violenze subite. Al contrario, soprattutto per quanto riguarda comportamenti meno lesivi, capita spesso di far leva sul sentimento di esclusione di discriminazione sessuale. Il fatto è che la maleducazione e la prepotenza sono pratiche assai diffuse e non solo a scapito delle donne. Perciò, almeno in questo possiamo tirare un respiro di sollievo e non sentirci delle vittime. La protezione a favore del genere femminile, quando serve, deve essere motivata e non risultare un modo nuovo per attuare un sistema vecchio: quello di proteggere le donne dal desiderio di conoscere e di abitare il mondo. La protezione in molti casi è una forma di reclusione, che vincola le donne ai doveri sociali e le mantiene al servizio dell’istituzione familiare. L’istruzione e l’educazione quando non spalancano la mente e il cuore, imbrigliano, si trasformano in meccanismi ben congegnati atti a mantenere le donne lontane da se stesse. Pare che le qualità dell’intelletto femminile servano solo a contribuire all’espletamento della funzione decorativa del genere. In altre parole, dato che l’uomo ha bisogno di una donna per acquisire prestigio sociale è meglio che la donna in questione sia laureata. Le donne sono bravissime, hanno talento e intelligenza, ma nel concreto queste qualità non sono apprezzate come dovrebbero.

Non trovando spazi immensi come i sogni, molte donne si chiudono volontariamente nei parchi giochi a tema, dove subiscono il frastuono stordente del gossip e cuociono nel brodo del sentimentalismo da fiction tv, per non mettere il naso fuori, dove tira un’aria contraria al mondo femminile. Così si consolano dei sogni mai realizzati, mai sognati, dei fac-simile di amori, a comando come la felicità o la tristezza, utili a giustificarne la presenza, ma terribilmente lontani da un sentimento onesto. Invece di correre le donne stanno in recinti come animali ammaestrati e docili e la loro creatività avvizzisce. Nel parco giochi la felicità e la tristezza sono sentimenti telecomandati, classificati a priori come chi li prova. Tutto deve rientrare nella casistica, le cause sono già definite in anticipo e sono uguali per tutti. Se ci si azzarda ad essere felici e basta, senza pescare nel repertorio delle motivazioni consentite e approvate socialmente, si fa fatica a riconoscere la felicità in quanto tale. Ansiosi di esporre il giustificativo per ogni sentimento che proviamo ci dimentichiamo di fare appello alla sensazione di essere vivi, senzienti, gioiosi come gli animali che celebrano la vita, ma con il privilegio o il limite di capirla. La tristezza non è una malattia e, sfiorandoci dolcemente e senza preavviso, come la scia lasciata dal grigio delle giornate invernali, si trasforma in languore poetico. Occorre immaginare storie, come rarefazioni atmosferiche che fluttuano sopra la testa di ognuna di noi e attendono. Attendono le parole, affinché gli si getti addosso una tintura che rende visibile ciò che prima non lo era, per sbalzare fuori dalla superficie del già visto. Attendono gli sguardi per diventare parole, quelli che infilzano la realtà prima che l’impressione fugga via per lasciare posto a un altro sentimento, come se il mondo sbattesse addosso ai corpi, che, in quanto corpi, garantiscono l’esistenza di una realtà e di noi stesse. I pensieri scendono dal limbo e si fanno voce. Per entrare nella vita bisogna bucare la membrana delle false certezze, comode e rassicuranti, nuotare contro corrente come i pesci o volare con il vento contrario come gli uccelli. Poi, sbattere la coda e le ali più forte che mai. Chi non si sbatte è già morto. Queste sono le storie da raccontare, poiché solo ciò che vien detto esiste. Lo sanno i poeti, le poete e le donne tutte. Riconosciamo il codice criptato della vita, lo sentiamo scorrere, in virtù di una sapienza antica. 

Manuela.