Nei luoghi ufficiali della
cultura si possono scorgere non di rado cofane e facce seriose. Intanto che mi
muovo con passo felpato tra le sale eleganti e addobbate per l’occasione, penso
a Cirano che non sopporta i signori imbellettati e la gente che non sogna. Infatti,
ci sarà pure un nesso tra i belletti e la condizione di rassegnazione cronica...
Allora nei luoghi deputati alla cultura ufficiale è possibile avvistare gente
seriosa, rigorosamente conforme allo stereotipo dell’intellettuale snob e
svariate cofane appartenenti a signore che per chiamarsi tali debbono sfoggiare
il look adatto. Attualità si dirà, flora e fauna ravvisabile oltre che nei luoghi ufficiali della cultura anche al
ristorante di sabato sera. Quindi, sguardi truci e vagamente insofferenti,
rapide occhiate in giro per cogliere quelli altrui e catturarli con sufficiente
spocchia, se non poi li sgamano che sono spocchiosi. Nei luoghi ufficiali della
cultura però la cultura è proposta per il piacere che offre. Quindi, perché
tante facce incazzate e non un bel sorriso che si espande dagli angoli della
bocca sino alle orecchie?.
Quando facevo la cameriera avevo
dei bicipiti niente male. Daniel insegna che
il movimento stimola il pensiero: ‘Dai la cera, togli la cera…’. Il lavoro
manuale e intellettuale hanno un elemento in comune: bisogna pensare e sentire.
Domenica scorsa ho partecipato
all’evento di chiusura della kermesse ‘Festa del Libro e della Lettura’, all’Auditorium
Parco della Musica a Roma. É stato un evento molto interessante, in cui
intellettuali, scrittori, musicisti, giornalisti e critici letterari hanno
parlato del lavoro e in particolare del lavoro degli operai nelle fabbriche. Per
dirla con ironia la novità ha riguardato l’esistenza di una classe sociale
composta da questa categoria di lavoratori. Nella serata di domenica scorsa si
è parlato della loro realtà lavorativa ed esistenziale. Si è detto che molte
delle mansioni che un tempo erano svolte dagli operai nelle fabbriche ora
vengono svolte dalle macchine. La sostituzione della macchina all’uomo ha migliorato
la vita delle persone. Di sicuro non è l’unico fattore responsabile del clima
irreale che si respira in questo paese, in cui sembra che tutto, lavoro
compreso, debba essere comodo, bello e facile, rifiutando qualsiasi situazione
di disagio e di sacrificio. Quale circostanza più adatta per parlare di questo
argomento se non l’evento accennato?. La cultura infatti è sacrificio, se senti
di svenire per la stanchezza, vuol dire che ti stai misurando con il prezzo
della conoscenza. Ok, fin qui tutto chiaro.
I filmati d’epoca proiettati
durante l’incontro ritraevano gli operai della Fiat chiusi nelle fonderie, in
luoghi paragonabili all’inferno, dove trascorrevano otto ore al giorno, tutti i
giorni. Solo con le lotte i lavoratori hanno acquisito dei diritti. I documenti
filmici hanno raccontato di moltitudini che scioperavano con il tesserino in
bocca: ‘Vogliamo lavorare, vogliamo lavorare, vogliamo spaccarci la schiena
nelle sale d’assemblaggio’, quei visi a me parlavano in questo modo. E se ci
fossi stata, anzi c’ero ma ero ragazzina, gli avrei chiesto: ‘Perché accettate
un lavoro che vi distrugge?’. ‘Perché si’, mi avrebbero risposto, ‘per dare da
mangiare a voi, farvi studiare, comprare le case dove abitate e che ora valgono
una fortuna’. Io l’ho provato questo sentimento e ho svolto dei lavori molto
faticosi, ma ho resistito soltanto un anno. Perciò, mi sono domandata se sono
schizzinosa e se desiderare una vita migliore debba essere un torto, poi mi
sono risposta facendo dei distinguo. Quegli operai indubbiamente sentivano la
fatica che ho sentito anche io. Mi sono identificata, rivedendo uno spaccato di
storia vissuto da persone che i derivati del benessere materiale non avevano
ancora anestetizzato. Quei lavoratori avevano dignità del proprio lavoro e,
quando il sudore gli gocciava sulla faccia, i muscoli bruciavano e le ossa erano
indolenzite, cantavano, come le donne che sfaccendano, come gli schiavi nei
campi di cotone. Oggigiorno sembra che abbiano separato il canto dalla fatica e
lo sfruttamento dalla percezione dello stesso.
‘La carta d’identità gli ricorda
che lo studente prende schiaffi dalla vita ma il dolore non lo sente’. La
canzone è ‘Nuvole e fango’ di Fedez feat e Gianna Nannini. Chi studia è audace,
ma l’Italia a due velocità sul piano del lavoro è diventata difforme anche sul
piano socio-economico, culturale e politico. Super tutelati da una parte e
super precari dall’altra. Invece dei ‘choosy’, cui non frega niente di esserlo,
i non ‘choosy’ si agitano davanti alle provocazioni. Quelli/e schizzinosi forse
credono di avere il diritto al lavoro e gli altri di dover accettare lavori
sottopagati e dequalificanti. Eppure il fattore economico non determina da solo
l’organizzazione sociale e la cultura gioca un ruolo fondamentale per poterla
cambiare. Lo studente non li sente, ma lo sa che sono schiaffi, allo stesso
modo la coscienza di classe permetteva agli operai di scioperare per migliorare
le condizioni lavorative. L’autoconsapevolezza è un concetto che ha molte
sfaccettature ed è forse più difficile da raggiungere ora che le masse non si
identificano più nei partiti di destra o sinistra. Però a me piace l’autoconsapevolezza
perché fa rima con libertà. La libertà di creare, ciascuno insieme ad altri, le
condizioni per vivere meglio. La libertà che io sento, non del tutto svincolata
dal contesto se no non sarebbe libertà, è quella dello studente della canzone che
prende in mano la propria vita. Posso fare un mucchietto degli schiaffi presi e
creare un poema o un’invettiva contro gli schiaffeggiatori non del tutto vivi
né del tutto morti, posso vivere anziché farmi vivere. Per me il lavoro privo
dello spazio per agirci dentro non è lavoro, è schiavitù.
Manuela.

