domenica 23 marzo 2014

Lavorare, pensare, sentire, sono verbi irregolari!?

Nei luoghi ufficiali della cultura si possono scorgere non di rado cofane e facce seriose. Intanto che mi muovo con passo felpato tra le sale eleganti e addobbate per l’occasione, penso a Cirano che non sopporta i signori imbellettati e la gente che non sogna. Infatti, ci sarà pure un nesso tra i belletti e la condizione di rassegnazione cronica... 
Allora nei luoghi deputati alla cultura ufficiale è possibile avvistare gente seriosa, rigorosamente conforme allo stereotipo dell’intellettuale snob e svariate cofane appartenenti a signore che per chiamarsi tali debbono sfoggiare il look adatto. Attualità si dirà, flora e fauna ravvisabile oltre che nei luoghi ufficiali della cultura anche al ristorante di sabato sera. Quindi, sguardi truci e vagamente insofferenti, rapide occhiate in giro per cogliere quelli altrui e catturarli con sufficiente spocchia, se non poi li sgamano che sono spocchiosi. Nei luoghi ufficiali della cultura però la cultura è proposta per il piacere che offre. Quindi, perché tante facce incazzate e non un bel sorriso che si espande dagli angoli della bocca sino alle orecchie?.

Quando facevo la cameriera avevo dei bicipiti niente male. Daniel insegna che il movimento stimola il pensiero: ‘Dai la cera, togli la cera…’. Il lavoro manuale e intellettuale hanno un elemento in comune: bisogna pensare e sentire.
Domenica scorsa ho partecipato all’evento di chiusura della kermesse ‘Festa del Libro e della Lettura’, all’Auditorium Parco della Musica a Roma. É stato un evento molto interessante, in cui intellettuali, scrittori, musicisti, giornalisti e critici letterari hanno parlato del lavoro e in particolare del lavoro degli operai nelle fabbriche. Per dirla con ironia la novità ha riguardato l’esistenza di una classe sociale composta da questa categoria di lavoratori. Nella serata di domenica scorsa si è parlato della loro realtà lavorativa ed esistenziale. Si è detto che molte delle mansioni che un tempo erano svolte dagli operai nelle fabbriche ora vengono svolte dalle macchine. La sostituzione della macchina all’uomo ha migliorato la vita delle persone. Di sicuro non è l’unico fattore responsabile del clima irreale che si respira in questo paese, in cui sembra che tutto, lavoro compreso, debba essere comodo, bello e facile, rifiutando qualsiasi situazione di disagio e di sacrificio. Quale circostanza più adatta per parlare di questo argomento se non l’evento accennato?. La cultura infatti è sacrificio, se senti di svenire per la stanchezza, vuol dire che ti stai misurando con il prezzo della conoscenza. Ok, fin qui tutto chiaro.
I filmati d’epoca proiettati durante l’incontro ritraevano gli operai della Fiat chiusi nelle fonderie, in luoghi paragonabili all’inferno, dove trascorrevano otto ore al giorno, tutti i giorni. Solo con le lotte i lavoratori hanno acquisito dei diritti. I documenti filmici hanno raccontato di moltitudini che scioperavano con il tesserino in bocca: ‘Vogliamo lavorare, vogliamo lavorare, vogliamo spaccarci la schiena nelle sale d’assemblaggio’, quei visi a me parlavano in questo modo. E se ci fossi stata, anzi c’ero ma ero ragazzina, gli avrei chiesto: ‘Perché accettate un lavoro che vi distrugge?’. ‘Perché si’, mi avrebbero risposto, ‘per dare da mangiare a voi, farvi studiare, comprare le case dove abitate e che ora valgono una fortuna’. Io l’ho provato questo sentimento e ho svolto dei lavori molto faticosi, ma ho resistito soltanto un anno. Perciò, mi sono domandata se sono schizzinosa e se desiderare una vita migliore debba essere un torto, poi mi sono risposta facendo dei distinguo. Quegli operai indubbiamente sentivano la fatica che ho sentito anche io. Mi sono identificata, rivedendo uno spaccato di storia vissuto da persone che i derivati del benessere materiale non avevano ancora anestetizzato. Quei lavoratori avevano dignità del proprio lavoro e, quando il sudore gli gocciava sulla faccia, i muscoli bruciavano e le ossa erano indolenzite, cantavano, come le donne che sfaccendano, come gli schiavi nei campi di cotone. Oggigiorno sembra che abbiano separato il canto dalla fatica e lo sfruttamento dalla percezione dello stesso.

‘La carta d’identità gli ricorda che lo studente prende schiaffi dalla vita ma il dolore non lo sente’. La canzone è ‘Nuvole e fango’ di Fedez feat e Gianna Nannini. Chi studia è audace, ma l’Italia a due velocità sul piano del lavoro è diventata difforme anche sul piano socio-economico, culturale e politico. Super tutelati da una parte e super precari dall’altra. Invece dei ‘choosy’, cui non frega niente di esserlo, i non ‘choosy’ si agitano davanti alle provocazioni. Quelli/e schizzinosi forse credono di avere il diritto al lavoro e gli altri di dover accettare lavori sottopagati e dequalificanti. Eppure il fattore economico non determina da solo l’organizzazione sociale e la cultura gioca un ruolo fondamentale per poterla cambiare. Lo studente non li sente, ma lo sa che sono schiaffi, allo stesso modo la coscienza di classe permetteva agli operai di scioperare per migliorare le condizioni lavorative. L’autoconsapevolezza è un concetto che ha molte sfaccettature ed è forse più difficile da raggiungere ora che le masse non si identificano più nei partiti di destra o sinistra. Però a me piace l’autoconsapevolezza perché fa rima con libertà. La libertà di creare, ciascuno insieme ad altri, le condizioni per vivere meglio. La libertà che io sento, non del tutto svincolata dal contesto se no non sarebbe libertà, è quella dello studente della canzone che prende in mano la propria vita. Posso fare un mucchietto degli schiaffi presi e creare un poema o un’invettiva contro gli schiaffeggiatori non del tutto vivi né del tutto morti, posso vivere anziché farmi vivere. Per me il lavoro privo dello spazio per agirci dentro non è lavoro, è schiavitù.

Manuela.


domenica 9 marzo 2014

Tarzan c'è...

... io l'ho visto.

La festa della donna era ieri. Lo scorso anno una vignetta provocatoria illustrava un uomo e una donna che parlavano dell’8 marzo. Quel giorno il maschio, convinto del suo buon cuore, aveva sospeso la dose di botte giornaliera che somministrava alla femmina. Il dialogo si concludeva con un importante accordo, un’affermazione ‘tranquillizzante’ e a salvaguardia della consuetudine, cioè che l’indomani avrebbe ripreso a picchiarla.

Le situazioni rappresentano il pozzo senza fondo in cui attingere per trovare gli argomenti di cui parlare. In occasione della festa della donna le circostanze non hanno certo mancato al loro dovere, porgendomi  lo spunto su un piatto d’argento. La vicenda riguarda il diverbio con un autista dell’Atac.
‘Ma tarzan lo fa’, è il ritornello di una canzoncina per bambini. Più precisamente era la sigla di una trasmissione tv, in onda nel 1978. ‘Cerca d'esser serio, vieni giù dal lampadario, ma che modo di giocare è questo qua!’, diceva l’adulto interpretato da Nino Manfredi. ‘Ma Tarzan lo fa! Ma Tarzan lo fa!’, rispondeva il bimbo esuberante.
‘Questa non è la giungla questa è una città’, ripeteva l’adulto.
‘Voglio la foresta come l’ha tarzan’, il bimbo di allora non sapeva che la città sarebbe diventata una giungla o forse lo intuiva perciò si attrezzava.
Dunque, ho visto tarzan, era sceso dalla liana e stava al capolinea del bus. Una mattina di queste mi sono avvicinata al gabbiotto del personale dell’Atac per chiedere dove fosse il bus che doveva stare alle 9,00 nella banchina. Erano le 9,00 e l’autobus non c’era. Un autista scortese e palesemente attaccabrighe mi ha risposto che il suo ruolo non era quello di dare informazioni. E però ne forniva svariate. Successivamente, alla richiesta di una ragazza, ha risposto senza opporsi. Io gli ho indicato che stava facendo quello che aveva detto non doveva fare e ho aggiunto che avrebbe dovuto essere più cortese visto che siamo noi utenti a dargli lo stipendio. Il tizio, d’ora in poi denominato tarzan, si è infuriato e avvicinandosi a un palmo dal mio viso ha iniziato ad agitare le mani e a dire parolacce. Ho replicato che innanzi tutto mi doveva dare del lei perché non sono una sua congiunta né parente e che era un maleducato. Salita nel bus ho visto che tarzan mi additava. I passeggeri lo guardavano ed ho liquidato la questione apostrofandolo. Comunque, in quella situazione ho preferito un comportamento palesemente discriminante a uno formale. Può sembrare un errore di valutazione, ma nello stato di cose presente non lo è. Dopo aver chiesto un’informazione e aver ricevuto una risposta apparentemente decente quante volte è capitato che vi abbiano guardato il culo? Tante, immagino. Ecco, almeno in quell’occasione a tarzan non gli è preso l'estro di guardarmelo. 

Manuela.
www.arcalibera.com