domenica 11 agosto 2013

La responsabilità di ciascuno



Il branco usa emarginare un individuo per poi usarlo come deposito in cui scaricare le frustrazioni degli appartenenti. Siccome la persona ‘prescelta’ è isolata non può confutare le loro chiacchiere e azioni malevole. Però, un modo per combatterli si trova, bisogna mettergli davanti la loro pochezza, magari cercare qualcuno disposto a collaborare per fargli il verso e attivare quell’inezia di coscienza che hanno, forse, da qualche parte. Loro, in quanto conformisti, ascoltano tutte le sirene ammaliatrici tranne la voce limpida della coscienza che ritengono un disturbo. Nel loro striminzito mondo, che pretendono di estendere dappertutto, pieno di oggetti-feticcio e vuoti di senso, la donna è l’oggetto-feticcio più blasonato. Per questo, da madri a loro volta sottomesse, sono state sfornati branchi di femmine, servili e leziose con il maschio e cagne con le donne maggiormente indipendenti, al fine di controllarle. Ritengono alquanto fastidioso che io parli, poiché di solito le donne si fanno maltrattare e se ne stanno zitte, sia per ossequio al maschio sia per non rovinare con la verità la facciata di perbenismo di tante signore e signori ipocriti e delinquenti in quanto ipocriti.
Si potrebbe ben dire che queste donnette, nello svolgimento delle loro funzioni, recano un gran servigio al sistema attuale, producendo individui incapaci di scegliere liberamente, i quali vi si incastrano perfettamente. Non a caso il discorso sull’emancipazione femminile comprende un cambiamento nel modo di pensare la persona umana, liberandola da concetti e categorie in funzione del ruolo e della condizione sociale, oltre che dell’etnia e del credo religioso. Le donne saranno pari agli uomini quando lo desidereranno veramente e vedranno che il privilegio di essere considerate soltanto perché incarnano un ruolo è un falso privilegio. Anche la sicurezza è falsa in quanto, la totale identificazione con un ruolo, limita la libertà delle donne di realizzarsi e di autodefinirsi se lo vogliono. Comunque, non c’è da meravigliarsi se molte si rifugiano nei ruoli tradizionali. In quanto madri e mogli, infatti, automaticamente diventano sante. Lo stesso dicasi per gli uomini, i quali, da mariti, hanno l’opportunità di costruirsi una bella e decorosa maschera e mettersela su, per nascondere, entrambi, la loro cattiva coscienza o pochezza. Le donne in Italia subiscono da sempre forti pressioni sociali a conformarsi ai modelli sessuali convenzionali. Coloro che si rifiutano di sottostare ai doveri legati ai ruoli hanno una vita durissima, poiché costrette a lottare contro non un ideale di femminilità, ma contro una realtà di donnette che acchiappano quei modelli come dei salvagente. Si tratta di bombolette di diversa estrazione sociale, che smaniano per avere un uomo e mettersi al dito l’anello nuziale. Contente, come nel paese dei balocchi, vivono del prestigio sociale dovuto al marito o al compagno. Le cretine ridacchiano quando ‘vincono’ sulle altre perché più servili delle altre. D’altronde anche il maschio per essere qualcuno nel branco deve impreziosire la sua immagine con la figura femminile, che tratta come un oggetto e considera una proprietà. Perciò, la giungla metropolitana pullula di donne molto insoddisfatte, per intenderci quelle che fanno gestacci in strada o mi chiedono qualcosa alludendo ad altro. Alcune sfoderano labbroni grossi come gommoni, ma tutte sono desiderose di piacere e al contempo odiano quel bisogno indotto. Esse sventolano i loro anellini indicatori di status e, accanto agli omuncoli, sventolano la faccia da corno, poiché credono, sbagliandosi, di suscitare ammirazione. Come già detto con l’esempio di Silvia, la capo cagna, queste sono donne prezzolate. Tanto più sono disamorate dei loro uomini quanto più sbraitano per tenerseli, poichè a loro interessa la posizione sociale, l’approvazione altrui e ‘vincere’ da oppresse sulle donne più libere. Osservarle non è facile, bisogna abbassarsi e di molto, inoltre occorre pensare da prigioniere. In questi anni ho avuto l’opportunità di immedesimarmi e di sperimentare cosa significa vivere in una gabbia, ma da osservatrice esterna. Infatti, l’oppressione che le cagnette praticano su di me è quella che vivono loro quotidianamente e da molto tempo.
L’amore non conta per il branco, anzi, gli brucia come la camicia di Nesso. Per loro conta soltanto il prestigio sociale, il denaro e il piccolo potere che deriva dall’obbedienza e dal conformismo. Queste sono le meschine ambizioni di una parte del ceto medio che scimmiotta chi il potere ce l’ha avuto con l’imbroglio e la disonestà. Allo stesso modo, Paolo era diventato l’idolo dell’auditorio, ovvero della platea che ascoltava le boiate della coppia criminale. Tutti quelli che hanno ammirato il comportamento di uno stronzo, ammirano senz’altro il comportamento di tanti altri stronzi. Quindi, non c’è da meravigliarsi se ogni giorno ammazzano una donna e nessuno è in grado di arginare questo fenomeno, che ha radici nella mentalità e nelle modalità di relazione tra i sessi. La coppia fraudolenta vede minacce ovunque, in particolare il branco di femmine punta la donna single o divorziata per costruirci l’immagine della nemica. La famiglia di questo genere, una vera organizzazione criminale, ha bisogno di inventare delle minacce per darsi importanza e sentirsi unita. Altrimenti, i facenti parte della banda dovrebbero ammettere di non amarsi, ma soprattutto dovrebbero aprire le porte delle loro case piene di sporcizia e far uscire gli scheletri dall’armadio. Se lo facessero si vedrebbero per quello che sono e non scaricherebbero le loro miserie altrove. Invece, serrano i cancelli delle loro case, le tengono lontane dalla luce. Solo scoperchiandole verrebbero alla luce uomini maiali, pronti a slacciarsi i pantaloni appena gli si rizza, per poi attribuire tutta la colpa alla donna ‘tentatrice’. I riflettori punterebbero donnette  calcolatrici e frustrate che si tengono uomini che non amano pur di avere un po’ di visibilità. Emergerebbe il porcile coniugale, nel senso letterale e metaforico. È dunque ora che questa gentaccia spalanchi le porte delle proprie case.
Perché nella popolazione si aggirano questi gruppetti dal comportamento bestiale? I quotidiani mostrano le conseguenze dell’11 settembre nella vita sociale e politica. Indicano come questo evento terribile abbia esteso globalmente un sentimento di minaccia, soprattutto nelle democrazie occidentali, peraltro già in bilico. L’abbrutimento diffuso sarebbe colpa dell’11 settembre, delle disuguaglianze sociali e della crisi o degli stili di vita indotti dalla società dei consumi. Quest’ultima ha sostituito il desiderio dell’essere umano di trascendere se stesso, tendendo verso l’alto, con la produzione in serie di bisogni illimitati, con la problematizzazione del vuoto e il dovere di riempirlo di oggetti. Forse non è uno, ma tutti questi fattori. Comunque, io non ho la soluzione nella tasca.
Il male e la stupidità che gli è compagna non sono invenzioni contemporanee. Oggigiorno, più della metà della popolazione mondiale non ha di che sfamarsi, il razzismo esiste dentro gli stadi e fuori. Perciò, mi dico di non lamentarmi. È vero, il male e la stupidità sono erbacce difficili da estirpare, ma ciò non mi costringe ad accettarli per forza. A me non frega niente che un tizio o una tizia mi dileggino perché nel profondo hanno paura del terrorismo, della povertà, sentono un vuoto dentro oppure perchè hanno una vita infernale. A me interessa spedirli il più lontano possibile e se ciò non rientra nei miei poteri, vorrei che si stessero zitti e zitte, che chiudessero per sempre la loro bocca, simile a una cloaca e se ne stessero al loro posto. Il male agito dal branco fa pensare a quello pianificato con precisione dai sistemi totalitari, in cui, per sterminare degli esserei umani, dovettero prima disumanizzarli agli occhi della popolazione e dei soldati. Infatti, se avessero provato empatia non avrebbero agito con tanta efferatezza. Anche gli stereotipi contribuiscono alla disumanizzazione dell’altro e, nei regimi dittatoriali, sono stati necessari per giustificare l’uccisione di molte persone. Attraverso la disumanizzazione da persona si diventa ‘cosa’, su questo argomento è apparso un articolo nella ‘Repubblica’ del 2 agosto. L’esperienza menzionata, che riporto alla mia, fa pensare a un odio razziale. La differenza è che ora non siamo in un regime e le libertà democratiche implicano una corrispondenza tra le azioni dei singoli e le loro scelte consapevoli ed oneste. Non si tratta più di cieca obbedienza all’autorità, ma di libertà. A dirla tutta, in Italia, come in altri paesi, c’è la libertà di espressione, ma qui comprende tutti gli argomenti e le opinioni tranne che la verità. Io sono stata presa di mira da una massa di gentaglia ipocrita perché ho parlato della mascalzonaggine di un uomo mascalzone, mentre le altre donne in genere tacciono. Tipico malcostume italico, si dirà. Ma non è solo questo, in ciò che mi è successo emerge la volontà da parte dell’ambiente di reprimere la mia voce, che riequilibra l’ago della bilancia della giustizia e di conseguenza mette in crisi la facciata perbenista di gente delinquente, portandone alla luce la sporcizia. La gente ad essere cattiva ci mette poco, soprattutto se fomentata da una campagna diffamatoria, anche questa potrebbe essere una spiegazione. Negli anni Sessanta lo psicologo Stanley Milgram fece un esperimento, chiese ad alcuni studenti di assisterlo e punire altri studenti, sottoponendoli a scariche elettriche quando sbagliavano una prova. Le scariche elettriche erano finte e gli studenti simularono sofferenza. Il risultato fu che gli studenti aguzzini aumentarono la frequenza delle scosse, soltanto pochi di loro si rifiutarono di obbedire all’autorità. Nel 1971 lo psicologo Philip Zimbardo condusse un’indagine con 24 studenti dell’università di Stanford, che divise in due grupi: poliziotti e prigionieri. I poliziotti incarcerarono i prigionieri in modo realistico e le guardie infierirono sempre più aggressivamente sui prigionieri con atteggiamenti e modi di fare (il filmato ‘Quiet Rage è visionabile nel web). Ma qui non si tratta di gallismo, né soltanto di cattiveria spicciola. Dall’accaduto emerge che molta gente è violenta e soprattutto che c’è violenza e aggressività dove ci dovrebbe essere amore, cioè nella famiglia, o meglio in alcune famiglie. Quell’istituzione che il branco trasfigura, e al contempo difende strenuamente per nasconderne le macagne.
Io, come credo la pensino tutti quelli che hanno provato sulla loro pelle le conseguenze della stupidità e della cattiveria umana, non ho la pretesa di insegnare qualcosa a qualcuno, tantomeno agli inconsapevoli con dolo. A questo dovrebbero pensare i governi e i poteri sovraindividuali e sovraterritoriali, quando pianificano la vita dei governati, indifferenti agli effetti, chè poi a sbrogliare le rogne ci pensa chi vive tra la massa, non i rappresentanti di tali poteri.   
     
Manuela.