martedì 13 dicembre 2016

Radar.

Sveglia alle 5,00. Il bipede che è accanto a me deve andare a lavorare. Esco con il bipede e il quadrupede, accompagno alla macchina l’uno e porto a passeggio l’altro. Torno a casa. La felinona ciuccia il mio braccio credendo che io sia sua madre. Ho voluto bene ad Akira da subito. Lei si accovaccia vicino a me e mi fa solletico con i baffi. Tra due o tre ore, quando sarò al parco a leggere, avrò un piccolo turbamento, dunque, chiuderò il libro. Allora, penserò alla gatta, uno dei pochi esseri, oltre il cane, da cui mi dispiacerebbe separarmi. Quello che ci sarà nel mezzo è come la simmenthal, da cui cerchi di scegliere le parti migliori, ma poi giocherelli con la gelatina. Ecco, la realtà in cui vivo è come la carne in scatola: un prodotto, una costruzione ideologica in forma di realtà.
In questa casa sono in minoranza, il solo animale a due zampe tra tre esemplari a quattro. Dopo aver raggiunto la posizione eretta, qualcuno ti dice che puoi allungarti in ogni direzione. Dunque, i sensori del radar funzionano, ma dov’è il passino in cui far entrare questo guazzabuglio?

Allo specchio strofini i denti e pigre idee. Nel vademecum della giornata di solito nessuno cita le autostrade, le superstrade e via dicendo. Infatti, le grandi strade sono vie di fuga, identificate con scritte che le sminuiscono. Esse costeggiano i luoghi-barattolo, ma nessuno le capisce, perchè sono troppo altre da loro. Le grandi strade spettinano i pensieri, tolgono quelli che non c’entrano niente. Le grandi strade sono porte, sono soglie infinite, dove senti che c’è più vita, che ci stai dentro. Sfiorano i luoghi di provincia indifferenti, gli sfrecciano accanto. Le grandi strade sono zone liminali, dove presente, passato e futuro convergono in un attimo. Dove all’improvviso ti ricordi quello che t’eri dimenticato, perché non potevi tenerlo con te. Macini chilometri e futuro, diventi nuova. Questa è l’opzione A. L’opzione B è pura immaginazione. E’ una strada impervia come le trame del nostro essere dipinte sui volti delle persone. Qui le facce sono poco leggibili. Rugose o lisce che siano, spezzano le parole come una penna che grida un S.O.S., dicendo che sta per finire il suo mandato. Quello è un segno, un avvertimento. Devi posarla sul tavolo e fargli la veglia funebre perché le facce omertose non parlano e non ascoltano, fanno sparire i giorni, ammazzano il tempo, come fosse uno che parla troppo e troppo vuole cambiare le cose. Tu ti domandi se esisti, se tutto è perduto: il tuo amore, la tua città, i giorni inanellati nel filo della vita.

Mi piaccio di notte, il tempo in cui legittimamente dormo, quando non sono obbligata a sentire e vedere quello che mi dà noia vedere e sentire. A causa di ciò credo che il mio inconscio abbia una serie di piccoli rigurgiti, che fanno pendant con le scosse di terremoto. Temo che un ciarlatano da quattro soldi abbia ipnotizzato tutti. Temo che abbia catturato la loro attenzione. Lo ha fatto passandogli una mano davanti alla faccia, in modo da addormentarli davvero, anche se sono svegli.

Alle 5,oo suona la sveglia. Adesso tutto è possibile, lo è sempre stato.

Manuela Grillo Spina.

mercoledì 5 ottobre 2016

La sera di Akira.

Kurosawa fissa un riflesso. Ad un tratto la sera cittadina si sdoppia filtrando attraverso le persiane. Nella via, luci delle macchine di passaggio sono macchie di luce. Mutevoli per forma e dimensioni, corrono sul muro della stanza da letto, inseguite da Akira, che le crede vere. La gatta gioca con i riflessi e non si cura che della realtà: di animali, di anime, di pensieri roboanti che sfrecciano sui muri. Poi, svirgolando sul soffitto, svaniscono. La sera di Akira fa bene allo spirito. Akira è degna del suo nome e avrà gli onori della comunità dei gatti, i quali, benchè siano individualisti e snob, saranno orgogliosi di annoverare un enfant prodige come lei tra i compagni.

Manuela Grillo Spina.

venerdì 2 settembre 2016

L'estate ha un carattere difficile.

'The Island', 2005, Michael Bay
L’abbronzatura risalta sui colori chiari e nelle stanze degli uffici, incapsulata nei vestiti seri degli impiegati. Se non qui, altrove è esistita la bella stagione. Le foto ti informano sul luogo dove è accaduto il fatto. L’estate è apparsa al mare, nei viaggi fuori porta, oppure in montagna. L’estate appare, si manifesta. La realtà di contorno pare, sembra. Li guardi che pestano i tasti sul pc e ti chiedi se siano le stesse persone. Dicono che hanno mestiere. Tenti una critica, ma ti ritrai, perchè si vede che è tanto tempo che sono lì, mica è facile interiorizzare le mansioni al punto da tradurle in automatismi. Riescono pure a scherzare con i colleghi mentre lavorano. L’estate non si addice al razionalismo tecnico, il quale manda i suoi scagnozzi: il linguaggio e la logica per spiegartela. La loro forza consiste nell’apparire entità, indipendenti da chi le usa. Anch’essi appaiono, ma si manifestano o sembrano? E se la gente non volesse uscire dalla caverna? Se ne sta andando un tantino offesa. Infatti, con l'estate si ragiona male,  non si piega ai discorsi utilitaristici. L'estate, dicono, ha un carattere difficile.

Manuela Grillo Spina.  

venerdì 29 luglio 2016

Da soli, al mattino.

Il sole all’alba fa eco nel cuore. Evoca promesse. La luce che fa luce ha un suono. Chissà se lo ricorderò quando, tra qualche ora, camminerò in quel pezzo di strada che adesso percorro con il cane. Vorrei rimanesse l’eco, vorrei che risuonasse dentro di me, ancora. Prima che la giornata inizi, prima che ci rubino le parole per dire le cose.

M.G.S. 

domenica 5 giugno 2016

Il pensiero del mare infinito.

Voglio la vita qui, dove siamo e non altrove. Insomma, voglio un ancoraggio. Sì, un ancoraggio, un approdo, Fischio e arriva la vita, puntuale come un segugio. Giornata tipo: uscire, lavoro, pause e ponti immaginari, ovvero scambio di sorrisi di gentilezza con altri. Poi casa, quindi, tuta, sigaretta, pc, musica, fiori, colori. Cosa c’è per cena? Prima pensi, poi apri il frigo per confermare la cena. La luce entra dalla finestra fino a tardi. Certo, a giugno è così. In casa è quasi tutto a posto, soltanto qualche vestito da sistemare. Fuori il mondo appare ordinato perché visto da dentro, né troppo lontano né troppo vicino. Chi l’ha detto che siamo fermi? Imbrigliati come mosche nella ragnatela, automi che corrono sullo stesso punto? Partiamo da quello che eravamo, prima di sapere tutto di ciò che lasciamo alle spalle, per approdare da qualche parte con un bagaglio da disfare. Eppure salpiamo, ancora.

lunedì 14 marzo 2016

La mia Roma.

Se guardo ogni mio sentimento, allora scorgo una strada di Roma, un angolo di cielo, un pomeriggio al parco. Impastati nella carne come cellule del sangue, inestirpabili. Giorni di pioggia, col traffico bloccato, le vacanze di Natale, le luci dei negozi. A volte mi vedo ancora lì, E ora che sono lontana da te ho paura di dimenticarti, e di dimenticarmi di me.