domenica 23 giugno 2013

Noi come loro, in piedi



In Brasile la popolazione si è ribellata per l’aumento del prezzo del biglietto dell’autobus. In Turchia perché il governo di Erdogan voleva trasformare un parco in un centro commerciale. Erdem Gündüz, coreografo, ha ideato una forma d’arte e di protesta civile in piazza Taksim a Istanbul, cui stanno partecipando uomini e donne. È ‘l’uomo in piedi’. L’aumento del biglietto del bus, l’espropriazione di un’area pubblica hanno colmato un vaso traboccante. Nei paesi dove si sta un po’ meno peggio, ciò non succede, la guerriglia si consuma sul piano sociale. I conflitti vengono ammortizzati da categorie di persone adatti allo scopo. Ci sono gli immigrati, gli emarginati, le donne e a volte i bambini. Non è cinismo, è che il modello vincente di assoggettamento e di sfruttamento di un individuo sull’altro e sull’ambiente è devastante, ma apparentemente proficuo, non solo dal punto di vista economico. Sopratutto viene prospettato come l’unico e il migliore sistema in cui vivere. In Italia l’ammortizzatore sociale per eccellenza sono le donne, che si occupano senza fiatare, almeno così fanno credere, di mariti, bambini, anziani e poco, veramente molto poco, di se stesse. Ragionando in termini generali si potrebbe dire che con l’avvento della globalizzazione sia l’idea di Stato-nazione a sfaldarsi e con essa i dogmi su cui poggiava, primo fra tutti quello della famiglia tradizionale, delle gerarchie e dei ruoli. In tal senso la realtà italiana offre molti spunti.
L’assetto della famiglia tradizionale non è stato creato in poco tempo. Oggiogiorno però lo sfruttamento e l’assoggettamento femminile diventano fonte di conflitti. Complici le donne, che contrattano lo status di moglie con una serie di doveri cui ottemperare. Il prezzo da pagare è la felicità, ma con il vantaggio di essere qualcuno, dato che se vivessero per sé, senza essere usate dalla società, non sarebbero nessuno. Il punto in questo paese malmesso è di essere qualcuno ed è un falso problema che se lo pongono quelli che si sentono nessuno. Così l’uomo medio, schiacciato dalla competizione quotidiana, ha bisogno della donnetta servizievole e adulatrice e, nonostante nel tempo la odi, non la può mandare al diavolo in quanto serva perfetta, devota ancella di sua mezza maestà il maschio italico. D’altro canto la donnetta media odia l’ometto medio tanto quanto lui odia lei, ma entrambi tirano avanti facendo finta di volersi bene, chè il modello dello sfruttamento reciproco lo conoscono bene. Un cambiamento disintegrerebbe l’illusione, costringendoli a rendersi conto di quanto essi calpestino la loro dignità. Di gente così ipocrita in questo paese ce ne è tantissima, branchi di donnette-vipere sparse ovunque che, dato che non possono ribellarsi, si sfogano sulle altre. Le umiliano in modo subdolo e spesso nascondono la loro cattiveria attribuendola ad altre donne. Esse sono controllate dal mito della bellezza e se qualcuna non dà troppa importanza all’esteriorità la vessano per conformarla. Sono controllate da una morale da medioevo che non approverebbero neanche le istituzioni religiose più rigide. Ma ciò serve a rafforzare l’orgoglio del maschio, dell’uomo medio in cerca di rivalsa. Per questo cerca la donna da trattare come una proprietà. Deve risarcire la sua dignità di essere calpestato e sfruttato da un sistema che non tiene conto delle singole individualità, siano esse maschili o femminili. Frotte di sottomessi e sottomesse hanno l’obbligo di stordirsi con intrattenimento mediatico e non, con giochi a premi, per trasmettere alle nuove generazioni la totale mancanza di speranza e di coraggio, necessarie per cambiare la realtà. In questo modo nessuno si ribellerà. Non ci saranno uomini o donne in piedi, impegnati come sono a ragionare da dementi, a calpestarsi per sentirsi qualcuno. Il fatto è che mettere l’orologio indietro e fermare l’emancipazione della donna dai ruoli tradizionali è nocivo. Non lo vogliono le donne giovani e neanche gli uomini, che potrebbero trasgredire l’onere del capo famiglia, quello che porta i soldi a casa, quello che deve vincere sempre. La sperimentazione di nuove forme di convivenza pacifica inizia dalla base, dalla società, come conseguenza ha lo sbriciolamento del machismo italico che tanto piace e rassicura falsamente uomini e donne, tentati dal potere del dominio e sottomessi essi stessi a quel meccanismo. Lo smantellamento di una mentalità fatta di servilismo e paura, disprezzo per le donne e per tutto ciò che è diverso è il lavoro compiuto dalla fine dell’epoca fascista ad oggi. Non è un caso che gli intellettuali indichino l’autoritarsmo come la causa principale della rivolta turca (Elif ShaFak in ‘La Repubblica’, 21/6/2013). Il potere statale è contro una vera opposizione ed è protetto dalle opinioni critiche dei singoli, invece in una democrazia si proteggerebbe il singolo individuo dallo strapotere statale.

Manuela.
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lunedì 17 giugno 2013

'Viva la libertà' - R. Andò



Nella strategia del livellamento al basso, in un’uguaglianza da fifoni ‘dobbiamo restare cittadini a pari e basso merito’ (‘Una politca piatta e vuota. Basso merito zero ambizioni’ di G. De Rita, nel Corriere della Sera, 21/5/2013). I politici sono disposti a chiudere gli occhi? O a prendersi le colpe degli elettori, solo loro sono corrotti o corruttibili, solo loro pensano al profitto e al potere. E gli elettori? Nella celebrazione pubblica della correttezza nascondono l’intenzione contraria, da praticare in privato e pensano di farla franca.
Ad aprire un varco di luce ci vorrebbe una persona tanto temeraria quanto onesta che dica: ‘Cari italiani/e state a pezzi. Sì, state a pezzi. Siete diventati un popolo mediocre, di mediocri ambizioni e pauroso di stare meglio, di impegnarvi e di sperare. Avete scambiato la realtà per la finzione, complice il potere, certo. Vi sbattete in un mondo di plastica, perché di plastica siete, consolandovi con i feticci mediatici del reale, costringendo qualcuno a incarnare i vostri difetti o pregi, quelli che avete o vorreste avere'. Certo il discorso non verrà dai politici che hanno paura di togliere il velo di ipocrisia che cinge gli occhi della gente inimicandosi l’elettorato. La temerarietà del gesto consiste nel carattere turbativo di un ordine pubblico solo di facciata. E nessuno o quasi è disposto ad accollarsi una responsabilità del genere, sopratutto perché poi dovrebbe proporre dei programmi veri per risolvere il malcontento. Tanto hanno invocato l’intercessione del dio mediatico per alleviare le loro pene che in base alla legge del contrappasso la risposta arriva proprio da un film. È ‘Viva la libertà’ di Roberto Andò, ambientato nell’Italia dei nostri giorni. Tutt’altro dalla pappa della fiction con funzione lenitiva. Il protagonista, Enrico Olivieri, è il segretario del partito dell’opposizione, un politico in crisi di vocazione che fugge dal parapiglia e si rifugia presso una sua vecchia amica che vive a Parigi. I compagni di partito lo cercano invano e risolvono con il fratello gemello di Enrico, Giovanni, un professore di filosofia, cosiddetto pazzo. Questi irrompe nella scena pubblica, infiamma le folle con discorsi appassionati e densi di significato, parla di responsabilità individuale, dà la carica ai suoi collaboratori e compie la rivoluzione che molti aspettavano compisse il fratello, il quale, nel frattempo, recupera parte della sua vita e dei suoi amori. In quanto ‘pazzo’ e sapiente Giovanni è anche estremamente onesto, non la manda a dire a nessuno, si mette a recitare Shakespeare nell’udienza con il Presidente della Repubblica e, in una sequenza bellissima, balla il tango con la Merkel. Ricorda il fool shakespeariano, cioè colui che può dire la verità perché è fool. Il fatto però è che le sferzate del Prof. in questo caso potrebbero cambiare veramente il paese e in meglio. In una scena del film il presidente del partito, ovvero il gemello bizzarro, è seguito da uno stuolo di giornalisti. Uno di loro gli pone una domanda sulle alleanze con il partito rivale, a cui il leader riponde così: ‘Ragazzo, il consenso è una cosa seria, non ha niente a che fare con le alleanze, significa parlare alla coscienza della gente’. Il consenso non è propaganda, nel consenso si riflette l’impegno del politico. Il film ‘Viva la libertà’ racconta una favola, dipinge il nostro paese come il luogo in cui vorremmo abitare, tra connazionali che non hanno paura di vivere e di farcela. In questo posto abbiamo vissuto. L’Italia era così. Pur non essendo mai stato un luogo idilliaco, c’era posto per gli ideali e lo spazio del possibile esisteva nel cuore di ognuno.  

Manuela.
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domenica 9 giugno 2013

Il futuro che c'è

Quando si parla di violenza sulle donne raramente si menziona il ruolo delle donne stesse non nel causare la violenza, ma riguardo il comportamento a seguito di tali avvenimenti. Non di rado però alcune persone del mondo dello spettacolo e della cultura, soprattutto donne, fanno notare la responsabilità di ciascuna nel fermare o perpetrare atti e atteggiamenti negativi nei loro confronti, da parte degli uomini e non solo. Ad esempio è stato detto chiaramente che un compagno o un marito che maltratta la consorte non la ama, forse perchè alcune hanno ancora dei dubbi in merito. 
Ciò che stupisce davvero è la pervicacia di alcune nel tenersi compagni che le maltrattano, nel coprirli e, anche quando se ne separano, persistono nello struggimento come se l’assennatezza a loro favore sia un fastidio. Sospese tra la cieca ostinazione distruttiva e la voce della coscienza che vorrebbero zittire, quando sono costrette a seguirla, per tutelare la prole se c’è, forse se ne rammaricano. Ne fanno una questione di capacità personale, dato che secondo la mentalità ipocrita cui fanno riferimento una brava moglie o compagna tutto sopporta. É tanto brava se cambia il partner, alla faccia dell’amore e dell’accettazione dell’altro. E ancora deve essere ‘forte’ caratterialmente da sopportare i maltrattamenti, far finta di nulla per salvare l’ideale piccolo borghese del decoro. 
 Ma è possibile che agli albori del nuovo secolo aleggino sopra le teste di ognuno a mo’ di zombie delle entità sovraindividuali quali la famiglia, intesa come istituzione tradizionale, che ignora le persone, i loro veri desideri, le ambizioni, così come impone il sacrificio dell’amore e dell’affetto sincero per mantenere il dominio sulla vita sociale?. È possibile, dal momento che la cronaca e il vissuto quotidiano ci riportano fatti che evidenziano una forte conflittualità tra i sessi, soprattutto in famiglia. Ciò che mi sorprende però è che le donne sono quelle maggiormente conformi e obbedienti alle convenzioni e agli stereotipi che le vogliono succubi. Esse sono le garanti di quell’ordine sociale che nuoce a loro e, in definitiva, anche agli uomini violenti che dicono di amare, poiché li priva dell’opportunità di ravvedersi. Simili modalità di condurre il gioco cozzano contro le istanze di partecipazione democratica, di giustizia e uguaglianza, di pluralismo e creatività che colorano la contemporaneità con spiragli di luce e refoli di aria frizzante. Una coppia si definisce dal certificato di matrimonio? Cos’è una coppia? In che modo si autodefiniscono le donne e gli uomini nel nuovo millennio? Tali domande non hanno risposte, la questione la risolvono non parlandone. Per questo il discorso sul femminicidio è davvero spinoso e coinvolge a vari livelli tutta la società, nella possibilità di cambiare il modo di rappresentarsi e di trasmettere alle nuove generazioni qualcosa di buono, anziché rassegnazione, disonestà e brutalità. Un discorso necessario, che vada oltre il chiacchiericcio, è sul futuro che c’è, adesso.

Manuela.

domenica 2 giugno 2013

Contro la violenza la ribellione allo status quo



In Italia la Camera dei deputati ha approvato il disegno di legge di ratifica della Convenzione di Istanbul (2011) in materia di violenza sulle donne che deve essere approvato dal Senato. La Convenzione di Istanbul è uno strumento di diritto internazionale che ‘crea un quadro giuridico di riferimento per combattere la violenza contro le donne’ e sancisce che tale violenza è una violazione dei diritti umani. Il documento avrà conseguenze di riguardo se sarà integrato dalle direttive europee in merito alla protezione di vittime o potenziali vittime di reati, alla direttiva sulla repressione della tratta di esseri umani, alla direttiva relativa alla lotta contro lo sfruttamento dei bambini e la pornografia infantile.
La Convenzione di Istanbul si esprime sulla violenza domestica e non compiuta contro le donne, sulla persecuzione dei rei, sulle mutilazioni dei genitali, che sono in uso in alcuni paesi e mira a fermare questi reati facendo prevenzione. Ciò al fine di scardinare gli stereotipi e i modelli sessuali maschili e femminili, i quali sono responsabili della violenza sulla persona. Gli stereotipi infatti favoriscono la conflittualità tra i sessi in quanto relegano la donna in una posizione subordinata nei confronti dell’uomo e rappresentano la virilità come l’unico modello vincente per l’uomo e indirettamente per la donna. Il possesso, la forza, la prevaricazione entrano di prepotenza nei modi di relazione tra i sessi e nella vita pubblica, coadiuvati dalla cultura, dal sistema politico ed economico e dalla modalità dello sfruttamento e del disimpegno, che trovano espressione in molti ambiti dal lavoro, ai ruoli familiari, dal tempo libero, al rapporto con lo spazio pubblico. Siccome la modalità del possesso si concretizza nell’ambito della sessualità, viene da pensare che sarebbe il caso si parlasse della sessualità femminile. Anche su questo argomento è stato detto tutto, ma ribadire qualche concetto non ancora ben recepito potrebbe essere interessante. Dopotutto, ogni donna sa o dovrebbe sapere di che si tratta. Di conseguenza ognuna, almeno in teoria, è libera di esprimersi sul tema in questione. Se diventasse, come in parte è diventato, l’ennesimo proclama del diritto al godimento senza limiti, direi no grazie, chè, francamente, stendere un altro vessillo con la pretesa all’ingroppata è un favore al sistema vigente. Quello infatti è per ricalcare il modello maschilissimo di sessualità, per controllare qualsiasi forma di conflittualità e dissenso sociale. Possedere, consumare per ripossedere e consumare di nuovo altri oggetti in forma umana? Eh no, perché essere trattate come distributori di piacere non è esattamente ciò che avevano in testa quelle che dicevano: ‘Il corpo è mio’. Certo, era uno slogan, ma il piacere femminile non è una bazzecola. Infatti, in molti paesi è proibito, cioè quei paesi dove praticano le mutilazioni genitali femminili. Da noi che siamo più ‘civili’ non tagliano il clitoride, ma educano le donne a sottovalutare i propri desideri, che non vanno bene, ma a sacrificarsi per gli altri invece va bene. L’orgasmo femminile implica la consapevolezza di avere un corpo, una mente e, vorrei esagerare, anche un modo particolarissimo di sentire, di amare e di vivere. Il che non dischiude le porte a paradisi sintetici, cioè quei mondi dei balocchi dove tutto è conquistabile e in cui generazioni intere sono cresciute poco e male. Il piacere autentico dischiude le porte dell’interiorità. Certo, non è l’unico fattore della vita di una donna capace di metterla in comunicazione con se stessa, ma, colei che desidera, pensa anche di poter essere amata e capita perché si ama abbastanza. E riuscire ad uccidere moralmente una donna che si ama è difficile. Senza dubbio l’uomo è fisicamente più forte della donna, perciò, per contrastare la violenza, in alcuni casi c’è bisogno dell’aiuto delle forze dell’ordine. Ma nell’ambito della violenza psicologica non ci sono differenze oggettive, la donna può combattere, allontanare un uomo o una qualsiasi persona che la molesta e, in questo, il fatto di amare se stessa ha un ruolo determinante. Non è un’ovvietà, di fatto non lo è.  

Manuela.