lunedì 21 aprile 2014

Lo Stato siamo noi

Il darwinismo sociale è stato usato nelle discipline sociologiche per giustificare le disuguaglianze sociali. Da Wikipedia: 'Lèvi Strauss fa risalire l'origine del razzismo, del darwinismo sociale e di altre teorie consimili alla contrapposizione dell'umanità all'animalità:
'Mai meglio che al termine degli ultimi quattro secoli della propria storia l’uomo occidentale ha potuto comprendere che, arrogandosi il diritto di separare radicalmente l’umanità dall’animalità, accordando all’una ciò che toglieva all’altra, innescava un circolo maledetto, e che la medesima frontiera sarebbe servita costantemente a porre distanze fra gli stessi uomini e a rivendicare, a favore di minoranze sempre più ristrette, il privilegio di umanità, nozione ormai corrotta perché improntata all’amor proprio'.
Per maggiori informazioni consultare l'enciclopedia. Siccome nella nostra società opulenta molti si illudono di essere migliori di quelli che sono e di non attuare comportamenti volti allo sfruttamento degli 'altri', l'ho voluto citare nel post. Da quello che vedo intorno a me, lo sfruttamento è diventato 'normalità'. Sono diventati 'normali' l'egoismo diffuso e l'indifferenza. Il titolo del post: 'Lo Stato siamo noi' non era per fare effetto, ma perchè ho interiorizzato questo principio e partecipo alla vita sociale, quindi ho compiuto scelte importanti. In sostanza non me ne frego degli altri così come non me ne frego di me stessa, Perciò, il fatto di comprendere che c'è una massa di inetti/e che invece se ne frega e fa di tutto per affondare questo paese mi fa irritare e non poco.
Manuela Grillo Spina

Lo Stato siamo noi....

... dunque sono forte abbastanza, tanto da non cedere all'assitenzialismo!
Sette anni or sono, da alcuni esponenti delle istituzioni sentii un’affermazione che mi rimase impressa e di questo riferirò. Alcuni ministri dissero che i/le giovani italiani/e erano dei bamboccioni/e viziati, procrastinavano la decisione di lasciare il nido di origine e vi rimanevano sino a tarda età, un po’ per le condizioni di precarietà del mondo del lavoro, ma molto per un abito mentale divenuto consuetudine. Mi dissi che non ero una bambocciona e me lo dimostrai, per fortuna. Così, mi licenziai dal lavoro che svolgevo, un posto fisso in cui non potevo realizzare quello che volevo e iniziai una nuova vita, poiché la scelta comportò dei cambiamenti importanti. Le critiche non sono mancate sia per quanto riguardava la mia scelta sia sull’avventatezza, a parere di alcuni, delle affermazioni dei Ministri. Credo invece che il loro lavoro, quello per cui sono pagati, consista nell’esternare un pensiero schietto e a volte provocatorio. Il Presidente del Consiglio rappresenta un’istituzione della Repubblica italiana e non può che dire che l’Italia è fondata non affondata sul lavoro, citando l’art. 1 della Costituzione italiana. La mia logica, che può apparire ingenua, riflette una chiarezza di intenti. Da che ho memoria le lamentele sul governo e sulla politica in questo paese non sono mai mancate e spesso a ragione. Considero la Repubblica un pluralismo di energie, non un organismo da inaridire. La metafora della mucca da mungere, associata allo Stato, non è nuova, purtroppo verosimile, poiché attualmente lo spazio pubblico per alcuni è il mercato in cui negoziare e ottenere scambi vantaggiosi. Intendo le risorse di un Paese non solo in termini finanziari. Per questo credo che le istituzioni siano chiamate a dare fiducia alla cittadinanza, a fornire le basi con l’esempio per orientare al meglio le scelte personali nel rispetto del pluralismo culturale e dei diritti e doveri di ogni cittadino/a. A parer mio, nel momento in cui i rappresentanti delle istituzioni fanno chiarezza, simbolizzano il principio di uguaglianza contenuto nell’art. 3 della Costituzione, il quale prevede che: ‘Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese’.

La rassegnazione allo sfacelo e al clientelismo non producono fenomeni di auto-esclusione dal mondo del lavoro e dalla vita sociale e politica? Dunque, sono ostacoli determinati dalla condizione sociale ed economica. Ebbene, il compito dello Stato è quello di rimuoverli. A proposito, anche gli stereotipi e le discriminazioni associate al genere e all’etnia sono ostacoli di ordine sociale. La normativa sul finanziamento per la formazione degli insegnanti alle pari opportunità è stata recepita nella legge Carrozza e verrà attuata in base ai criteri stabiliti nella direttiva. Il testo di legge è stato criticato da alcune associazioni di genitori che interpretano lo smantellamento degli stereotipi di genere come una ‘minaccia’ all’istituzione familiare. Il fatto non merita un commento. Comunque vorrei far notare le critiche provenienti dal sociale ai rappresentanti delle istituzioni quando svolgono correttamente il loro mestiere.

Manuela Grillo Spina.

domenica 6 aprile 2014

Creatività e renaissance

La creatività sprona la creatività. Cosa significa essere creativi?. Per me creare è dare origine a un'idea, estrarre un’invenzione dall’atmosfera colorata e brillante. Però, è difficile dirlo in termini numerici, eppure il discorso spesso va a parare proprio lì. Tuttavia neanche in questo modo si riesce a convincere il popolo dormiente di ‘Una fidanzata in coma’. Il documentario, scritto da Bill Emmott e diretto da Annalisa Piras, è uscito lo scorso anno ed è visionabile nel web. In sintesi la creatività si sviluppa in società prospere. Crea occupazione e sviluppo in termini economici ma anche politici, portando alla ribalta nuove elite o gruppi non necessariamente elitari che si sostituiscono alla classe dirigente che li ha preceduti. Questo circolo virtuoso in Italia è fermo da circa trenta anni. Alcune delle ragioni dello stallo rigenerativo sono individuabili nell’intricato sistema burocratico che invece di incentivare la concorrenza stimola comportamenti illeciti, escamotage o sotterfugi per aggirare le norme. Nelle collaborazioni tra settore pubblico e privato, il modello di governance, tutti devono sapere di poter partecipare perché nella maggior parte dei casi è sicuro che vince davvero il migliore. La diffusione capillare di piccole imprese, generalmente a conduzione familiare, è un ulteriore motivo della stasi nel processo di sviluppo e ripresa culturale, economica e politica. Le pmi fanno fatica a innovarsi e a mettersi in una rete relazioni in cui la capacità di interagire con gli altri è indispensabile. Il che non deve dare origine al sistema clientelare, come nella maggior parte delle volte viene tradotta la capacità di interagire con gli altri. Un ulteriore motivo della stasi è l’educazione scolastica, troppo incentrata nella trasmissione di nozioni e procedure che trasformano i/le giovani in esecutori di ordini piuttosto che in creativi e propositivi futuri talenti. Questo è messo in luce nel documentario: ‘Una fidanzata in coma’ ed è un punto di vista interessante, poiché dice della tendenza a considerare la cultura in modo molto rigido, con arroccamenti difensivi altrettanto rigidi. Le persone creative creano e sono state create, sono ‘prodotti’ della società, che gli piaccia o no. Francamente penso che la cultura faccia bene non quando informa, ma quando libera il pensiero e diverte. Se c’è soltanto ‘una’ cultura in un mondo globale vuol dire che qualcosa non va bene. È irragionevole difendere una mentalità che ostacola la realizzazione degli individui attraverso molti comportamenti e atteggiamenti, primo tra tutti l’indifferenza.
La demonizzazione dell’ingerenza del mercato nella sfera pubblica è sacrosanta e lo è perché in Italia ciò causa intrallazzi a non finire. Non soltanto il profitto, dunque, ma tutto un complicato meccanismo di corruzione che ha a che fare con una parte della mentalità italiana. Non dovrebbe esistere una lista di competenze suddivise in abilità e saperi di serie A e serie B. Invece questa classificazione esiste a proposito delle competenze utili per sopravvivere in un clima opaco dal punto di vista occupazionale, culturale e relazionale, ma anche economico e politico. In altre parole chi è furbo si fa strada chi non lo è no. La competenza fondamentale sarebbe la furbizia, intesa come propensione a fiutare l’occasione e il vantaggio utilitaristico. Di creatività però si parla e nella quotidianità si traduce nella ricerca pratica e nella costruzione di un mondo vivibile, in fenomeni collettivistici in cui nessuno è protagonista, ma partecipante. Dico questo perché sono interessata ai progetti menzionati. Non a caso, di recente, si parla parecchio di beni comuni. La cultura e la creatività sono considerati beni comuni, cioè utili all’esercizio dei diritti civili e politici e allo sviluppo della persona, per questo devono essere tutelati. Senza creatività e cultura il paese non cresce. Il circolo virtuoso non riparte. Ciascuno, i movimenti autogestiti e le istituzioni lottano per la gestione dei beni comuni, questa è la posta in gioco. Non intrighi speculativi e finanziari, ma la competizione per la definizione di cultura e dunque per la proclamazione di quella dominante. I movimenti dal basso si pongono in modo alternativo nello scenario di culture al plurale, dove i cittadini/e scelgono in base ai propri interessi e ai propri orientamenti. Che male c’è?. In teoria nessuno, anzi ciò è indice di vera democrazia. Con la mano a visiera mi metto a guardare l’orizzonte e scorgo manifestazioni di maggiore partecipazione politica. Per esempio la street-art e i graffiti sono espressioni di interazione spontanea con gli spazi urbani. Queste pratiche molto diffuse potrebbero essere incluse nella definizione di rigenerazione urbana con cui si intendono le ‘attività di trasformazione che incidono sulla struttura e sull’uso della città, il che implica cambiamenti spaziali e fisici, ma anche economici, culturali e creativi, dunque un processo di riqualificazione e valorizzazione molto complesso (R. Galdini, ‘Politiche di rigenerazione urbana e loro effetti laterali ma non secondari’, in ‘Città, bisogni, desideri, diritti. La città diffusa, stili di vita e popolazioni metropolitane’, G. Nuvolari e F. Piselli, Franco Angeli, Milano, 2009). La globalizzazione e la delocalizzazione delle attività produttive infatti hanno contribuito ad assegnare ai centri urbani un ruolo preminente nella gestione di specifiche attività produttive. Anche dal punto di vista politico, le città sono diventate nodi di intersezione in cui si incontrano le realtà della contemporaneità globalizzata e si concretizzano flussi internazionali a livello locale. Per questo, sono diventate centri di sviluppo e attività culturali e creative. Il concetto di rigenerazione urbana esula da quello di riqualificazione standardizzata, perciò è l’ambito in cui coesistono pluralità culturali, religiose e di genere. Pare che la cittadinanza abbia colto la possibilità di ridefinire o autodefinire la propria identità, agendo creativamente nel luogo in cui vive. L’arte di strada colora la città grigia, fenomeni di street-art sono presenti ovunque a Roma, segno che la logica della rigenerazione urbana ‘dal basso’ supera la dicotomia tra centro e periferia. Perciò, oltre al dormiveglia furbetto di molti, segnalo fenomeni di decostruzione e ricostruzione degli spazi e dei linguaggi adatti per raccontare le realtà che cambiano, fenomeni correlati di decostruzione delle gerarchie vuote di significato, al fine di creare relazioni, spazi interiori e sociali, attribuendo nuovi significati e in modi diversi da quelli usati dalle generazioni che ci hanno preceduto. E non è mica finita qui.


Manuela.