venerdì 25 gennaio 2013

Ciò che un attimo fa non c'era



I giovani sono sassolini bianchi lungo strade cittadine, con gli occhi smarriti e ingordi di speranze. Li ho visti invocare un salvataggio come dispersi in mare. Con le loro barche, affondate prima ancora di salpare, chiedevano quale fosse il loro posto in questo paese. Dimenticando di esserlo, chiedevano un’opportunità per sentirsi vivi. Il brecciolino spesso custodisce fiori selvatici. Il branco li vuole per divorarli. Le nuove generazioni, monche di sogni, vengono sacrificate sull’altare dell’apatia, necessaria antidoto alla disobbedienza. Il rito iniziatico procura nuovi affiliati al ceto medio famelico, con referenti politici e scarsa propensione all’autocoscienza. Tutti lamentano il disordine costituito, la corruzione degli animi, ma si inchinano di fronte ai baluardi della rassegnazione: familismo, possesso, frigo e tv, esistenze fantasma, anestetico riscatto del week end. Qualcuno, invece, vuole cambiarlo.

M. abita in uno strano paese in cui le cose per andar bene devono prima andare molto male. M., inoltre, è una donna e, nello strano paese in cui vive, le donne sono preposte a fare la claque di uomini miserevoli. In Italia, infatti, per declinare la realtà al maschile, tutto o quasi tutto deve avere soltanto una definizione, cioè la definizione che conviene. M. sta per Mara. Le piace sentire il suo viso che s’increspa e le piace disegnare le coordinate del suo sguardo. Per scavare quei solchi c’è voluto tanto tempo. Mara è giovane, per questo motivo i suoi pensieri, in questo strano paese, sono soltanto sogni. Lavora in una boutique, con due loschi figuri, cioè una famiglia, ma di quelle che bisogna consultare un manuale di criminologia per capirne le intenzioni. La padrona (va in visibilio quando la chiamano così) pare la Madonna di Pompei. É fornita di un marito, che detesta in modo socialmente approvato e utile e di tutte le congetture più atroci tipiche di una mente affaristica media, con immagini e fantasie dipendenti dal serbatoio kitsch del teleschermo. Il marito si crede dio e lancia anatemi contro tutte le donne che ledono il principio di realtà, la sua realtà. Il caso ha un precedente nel mito. Come Apollo con Cassandra, la quale, per aver respinto le avance del dio, fu da lui maledetta e condannata a vaticinare senza essere creduta. Il mito sta a indicare che il potere non ha mai un’unica definizione, ma questo l’ometto non l’ha capito. La famiglia tipo così costituita predilige i suoi simili, che garantiscono un certo riserbo sulle malefatte condivise, tacciono sulle ipocrisie e, tappandosi gli occhi, fanno finta di essere davvero brave persone. I facenti parte della banda, parenti, amici e affini si nutrono del lavoro degli altri e la modalità prevista nella relazione uomo donna è quella dello sfruttamento. Sin da piccola a Mara hanno detto che tutto ciò è desiderabile, senza convincerla.

Un giorno, nella boutique, entrò un’anziana signora e iniziò a curiosare tra gli scaffali. I due orrendi individui non erano arrivati. Poi si rivolse a Mara: ‘Sai parlare?’, le domandò. ‘Sì’, rispose lei. ‘E parli?’ ribatté la signora con ironia. Mara annuì. ‘Lo sai che in questo paese per le donne vige l’obbligo del silenzio reverenziale?’ Non che te lo dicano papale papale, perché questa è una di quelle cose che non devono essere messe in discussione’. Mara la ascoltava interessata e l’anziana aggiunse: ‘Allora, sei prigioniera?’. ‘Non saprei, cosa intende?. Non ho commesso crimini. No, non sono prigioniera’, rispose. ‘Bene, guarda la realtà e raccontala’, disse l’altra. La giovane non afferrò il significato di quella frase, ma pensò che se fosse stata prigioniera non avrebbe potuto parlare, pur avendo il dono della parola. Subito dopo uscirono entrambe dal negozio. Intanto i due erano ritornati e, mentre servivano i clienti, Mara e la signora li osservavano. ‘Guarda, diceva l’anziana alla giovane, ‘guarda come pigiano i tasti della cassa per emettere lo scontrino. Come sono contenti di poter dimostrare di essere perbene in un modo così facile e conveniente’. ‘Siamo in democrazia’, disse Mara, ‘ad alcuni serve ad eliminare il disturbo di incontrare lo specchio. Lo specchio mi è amico, ma non sapevo che per essere uguale agli altri avrei dovuto tararmi al ribasso. ‘Una gran bella conquista, la vostra democrazia’, disse lei con ironia. ‘Dico davvero, so che molti ci hanno creduto e ci credono. Ai miei tempi, noi donne non ce la passavamo benissimo, però, uno che si credeva un dio lo potevi anche mandare al diavolo. Almeno, non dovevamo campare frotte di specialisti e di uomini di chiesa preoccupati di farci sentire in colpa. Ma, anche allora si giustificavano le guerre creando un nemico’.

Mara, con la sua esistenza, negava il misero potere di cui potevano avvalersi i coniugi ontologicamente disonesti, i quali covarono un terribile risentimento nei suoi confronti. Si prodigarono per nuocerle, poiché ignoravano molte cose, ma conoscevano bene la balla della rispettabilità, posta con la funzione di controllo sul comportamento femminile. Mara lasciò quel lavoro e fuggì dal naufragio delle speranze, da ciò che le avevano preparato e che alcuni chiamano una vita tranquilla. Un dì incontrò la signora nel parco. Tra alberi, alti come colonne di un tempio, non le domandò cosa stesse facendo lì e neanche se stesse aspettando proprio lei. Le due donne puntarono il loro sguardo sui palazzi. Le case ad un tratto apparvero come depositi di larve contenenti scarafaggi kafkiani. ‘Di giorno hanno le sembianze umane e la notte si trasformano in insetti’, disse la giovane, ‘con orecchie tese ad origliare le parole e i rumori che provengono dagli appartamenti degli umani. Poi, si rintanano nelle crepe del muro, nel pavimento, mentre noi, con un corpo ingombrante di palpiti, ci muoviamo, respirando l’onere e l’onore della vita’. Il vaticinio dell’anziana si è avverato, Mara parla. Racconta di giovani lungo le strade, impauriti dalla vita ancor prima di averla sfidata e della gioventù, che gareggia col trascorrere del tempo, sbocciando nel nuovo, in ciò che un attimo fa non c’era. 

Manuela.

domenica 20 gennaio 2013

La Felicità al Festival delle Scienze 2013




Al Festival delle Scienze 2013, a Roma, all’Auditorium Parco della Musica, dal 17 al 20 gennaio, si parla di Felicità. La rassegna dà voce al dibattito intorno a un’idea, che ha le sue radici nell’antichità e su cui si sono interrogati molti pensatori e pensatrici. Il discorso sulla felicità ha un ruolo molto importante nell’ambito delle discipline scientifiche, dalle neuroscienze, alla biologia, dall’antropologia, alla sociologia. Filosofi, politici ed economisti si sono espressi sull’argomento in questione. Amartya Sen, premio nobel per l’economia nel 1998 e professore ad Harvard, nella serata di venerdì 18 gennaio, ha illustrato le contraddizioni e i conflitti generati dal sistema economico attuale. Nella conferenza dal titolo ‘Felicità e disuguaglianze’, introdotta da Luigino Bruni, il premio nobel ha spiegato i concetti fondamentali del suo pensiero sul tema della felicità, associata all’organizzazione politica ed economica degli Stati nell’era della globalizzazione. Il concetto di benessere, inteso come indicatore della qualità della vita, rievoca la frase di Robert Kennedy, pronunciata il 18 marzo 1968, nel discorso sulla ricchezza delle Nazioni e sul PIL il quale ‘misura tutto tranne ciò che rende la vita degna di essere vissuta’. Tuttavia, le teorie di Sen, terribilmente concrete, come ha rilevato Luigino Bruni, permettono di sviluppare il dibattito, articolandolo sulle conseguenze prodotte negli ultimi 50 anni dalle politiche economiche neoliberiste. É vero che il PIL non tiene conto della percezione individuale del benessere, ma è anche vero che tale percezione può risultare falsata dalle crisi economiche e sociali che hanno investito e investono ampie fasce della popolazione mondiale. La felicità è un concetto difficilmente rilevabile non solo perché multidimensionale, ma anche perché, ciò che ognuno avverte come il proprio desiderio, in periodi di recessione, spesso è il risultato del livellamento verso il basso delle aspirazioni più profonde e più grandi. Per verificare il grado di felicità pro capite occorrerebbe tener conto della situazione economica e politica nei paesi interessati e delle relative conseguenze. A tale proposito Sen ci porta a riflettere sul concetto di benessere individuale, associato a quello di benessere collettivo e, soprattutto, sulla felicità che si esprime nel fare pratico. Quindi, affronta il tema sul piano dell’occupazione, delle relazioni sociali e politiche. L’accordo tra spinte individualistiche e le richieste di partecipazione democratica, quindi non conformista si trova nell’ambito esperienziale. In un paese con un’alta percentuale di occupati e che sa impiegare al meglio le capacità e le abilità individuali, si può constatare un buon grado di benessere. Così accade anche per le relazioni che i membri di una comunità intessono tra di loro. Allo stesso modo si può verificare l’efficacia delle politiche del welfare, le quali dovrebbero avere come obiettivo l’equa distribuzione delle risorse finanziarie nei vari settori. Amartya Sen guarda di buon occhio l’intensificarsi delle relazioni tra Stato ed economia sul piano organizzativo, a patto che né l’azione dello Stato né dell’economia siano autoreferenziali. A tale proposito distingue tra felicità e benessere, intesi in termini di calcolo utilitaristico e il concetto gramsciano di filosofia spontanea. Ciascuno è filosofo, cittadino/a partecipe e consapevole. Il premio nobel ha esaminato la situazione di crisi in cui vertono alcuni paesi europei e ha criticato i mancati accordi sul piano politico tra i paesi dell’eurozona. Inoltre, ha criticato il regime di austerità, i relativi tagli alla spesa pubblica e agli investimenti nei settori produttivi e per l’innovazione. Sen, a proposito di disuguaglianze, ha fatto notare che indignarsi va bene. Tuttavia, l’indignazione può essere condivisa, la miseria no. Se la popolazione europea è indignata con le politiche economiche degli stati di cui fa parte, la maggior parte della popolazione mondiale vive nella povertà. E, se gli stati e le organizzazioni internazionali considerassero veramente questo aspetto, dovrebbero avviare un lungo processo di trattative finanziarie e politiche. Il dibattito ha esplorato varie possibilità per valutare razionalmente il fattore felicità, per impiegare al meglio le energie future e della politica del futuro. Occorre trovare un modo di pensare il benessere sul piano della razionalità, cioè attraverso un pensiero che non pretenda di assolutizzarsi. Felici si nasce, forse è così. D’altra parte, la felicità non può essere interpretata come mera soddisfazione individuale. Sono queste le sfide che attendono i politici, gli economisti e la società già da ora. La conferenza tenuta da Amartya Sen è visionabile sul sito www.auditorium.com al termine del festival.  

Manuela.

giovedì 10 gennaio 2013

La museruola non si addice alla donna



Come pensate che potremmo amarvi più della vita nostra, più dell’avventura cui andiamo incontro con i nostri compagni fidati: facce sfrontate di un’insolenza cosciente, che tagliano il vento contrario facendone stracci. Come potete pensare che le vostre lusinghe interessate ci rallegrino più di questo incontenibile sentimento di essere vive e che ci dolgano i vostri ingiustificati capricci dell’egoismo e della superbia. La donna che lavora per vivere, ovvero che senza lavoro non vivrebbe, ascolta il freddo del mattino, la fatica e le ossa rotte e risponde con spudoratezza. Aggiusta la graduatoria dei mali con discernimento: al primo posto c’è la sferzata offerta gratuitamente dalla vita, la fatica per mangiare, avere un riparo per sé e per chi si ama, poi il resto. Anche la donna occidentale nutre da tempo un ragionevole dubbio sulla natura dei guai sentimentali, persuasa com’è della sua innata superiorità che non trova riscontro nei fatti. Bravissima, a detta del solito circoletto, quelli con la tosse arrogante che la sfruttano, ma sola e per di più afona. Ci pensa. Intanto sta con un uomo che la irrita solo a vederlo.

I tormenti sentimentali erano il tributo versato per entrare a pieno titolo nel sistema che garantisce la sopravvivenza, oltre che false ma rassicuranti certezze. Cosa rimane degli strazi, pegni dovuti a uomini indecenti? Dimenticati, mentre le lacrime per il freddo, la fatica e le ossa rotte non li dimenticherà mai più, così come non dimenticherà la gioia di poter contare su se stessa. Non che quei tormenti amorosi fossero ridicoli. Ridicolo e malvagio era lo spuntone dell’obbedienza e dell’obbligo, conficcato nell’animo di donna. Il pungiglione del dover essere e dover sentire ciò che gli altri si aspettano da te. Dì che mi adori da impazzire, implorano gli omuncoli bisognosi di una conferma mentre maltrattano la donna. No che non ti adoro, perché sei un coglione, pensa lei. Poi, se fa tutto il contrario e si dispera, la schiera di anime morte si rallegra. Con i denti aguzzi e luccicanti le dicono: ‘Sii infelice come noi!. Dai, unisciti al nostro gruppo DIC (disperati inconsapevoli per convenienza). Sii buona, non costringerci a invidiarti, ad augurarti la mala sorte’. La ucciderebbero: lei con quel desiderio di amare e loro, carogne, che fingono di esistere e di essere buoni. A un tratto spegne l’interruttore: adesso basta!. Buca quel pensiero, fluttuante come una bolla di sapone senza rivendicare la propria esistenza e ammette: ma come potrei amarvi miseri esseri succhia sangue. E scattano le manette: le anime morte, invidiose della determinazione femminile, gemono come bestie dannate. Già, prima era normale, ella si disperava e stava male, ora non è più normale, desidera.

Come potremmo amarvi più dei nostri amici di una vita e perche mai dovremmo?. La donna aggiunge un altro dolore: la morte, che conquista il primo posto e si interroga cercando dappertutto (dov’è?, forse in quell’angolo oppure è lì, tra il mobile e la credenza. Devo guardare meglio, perché un significato lo trovo sempre). Adesso i neuroni si defilano per inadeguatezza confessa e rimane il sentimento e l’indicibilità che lo avvolge. Cos’è questa sensazione: il viso pare che vada in pezzi, gli zigomi in terra e gli occhi che rotolino sul pavimento. Io so che tu non sei più qui né in nessun punto della terra, eppure non voglio non amarti. Nella graduatoria del dolori il peggiore è sicuramente la morte. Dunque, era fasullo quello strazio amoroso: non sei con me e vorrei non amarti, per non soffrire, ma so che tu ci sei da qualche parte, nel mondo. Che amore era quello lì?. Amavamo, appiccicandoci addosso sentimenti preconfezionati, ma comprensibilissimi, senza chiederci se fossero quelli veri. Ora un pensiero si inerpica con fare amorevole, per comprendere gesti e sentimenti inseriti nel flusso del tempo ed essi risultano inintelligibili. Lo smercio di una cultura su misura per il genere femminile ci ha ingannate. Società ipocrita, cosa ci ha insegnato sull’amore?. Solo la sofferenza d’ordinanza e lo strazio dovuto alla spocchia maschile. Voglio ben pensare, dice la donna e non frodare me stessa come fanno i benpensanti. Solo così il languore e la mancanza non oltrepassano l’amor proprio, ma trovano sistemazione nell’amore stesso che ne mitiga gli effetti. Quale raggiro è stato ordito ai danni di un genere dalla specie umana, deficiente in sentimento. Se ci fosse la Facoltà di Sentimentologia, il rettore sarebbe un cane, un uomo o una donna, ma senza museruola.

Quella volta che eravamo tutti col viso in alto c’era la guerra. Allora prendemmo ufficialmente il vostro posto nei campi, nelle fabbriche e facemmo con voi la lotta partigiana. Se i nostri muscoli dolenti avessero potuto parlare, avremmo dimostrato molto prima la nostra non ‘innata’ debolezza. Dopo, ci ritrovammo di nuovo tra la cucina e il tinello, la domenica sedute accanto a voi sul divano, ad annoiarci davanti alla tv, suprema conquista del benessere, cui furono sacrificati gli anni di miseria, di guerra e di morti. Pertanto, oggigiorno, avremmo l’ardire di sperare, in particolare che i nostri visi possano affiancarsi di nuovo, ma con il sorriso, non con la paura cagionata da un arbitrio scriteriato. Ah! Nella graduatoria dei giorni felici non ci siete. Eh, no. Anzi, siete sullo sfondo, da cui, per convenienza, molte di noi vi riportano in primo piano dicendo, per esempio, che il giorno più bello della loro vita è quello del matrimonio. Per altre è il giorno della laurea (nell’istantanea il fatto di sbalzarvi in pole position è abbastanza pratico e non richiede sforzo). Per qualcuna il giorno più felice è quello più felice, quando l’apparato ridondante sparisce e rimane l’inconfutabile esistenza del mondo e la sua vaghezza, mentre la gente si dimena convinta che la sua vita di merda sia la realtà. Allora, si sgretola la monumentalità delle regole sociali erette a difendersi dalla vita, e si svela una trama nascosta. Lì abita la felicità e altro che sfugge allo sguardo bendato dai paraocchi delle convenienze.

Ci hanno detto che l’essere umano crea realtà con l’immaginazione e con la parola. Ebbene ne siamo capaci. Abbiamo risposto al monito e appreso molto sulla facoltà di sentire. Come voi proiettiamo i nostri desideri sugli altri. Poi, a cose fatte, abbiamo constatato che le vostre fantasie diventano subito realtà oggettive e le nostre rimangono solo fantasie, per giunta declassate a fisime. Nonostante ciò, ci siamo accorte che le nostre fantasie non sempre sono ‘troppo grandi’. Perciò, ci siamo prese la libertà di chiamare Amore le parole sussurrate, gli sguardi appassionati e timidi degli uomini sinceri, concentrandovi storie lunghe un’eternità. Come fate voi. Solo che, a causa del magico effetto della proiezione, quella sincerità era più nostra che dell’amato, il quale, sbrigandosi a negare il languore dei suoi sguardi e delle sue movenze, ha subito ristabilito l’ordine cameratesco e il segreto che vi lega e che nessuno deve confessare. Vale a dire che nessun uomo è libero di dimostrare la sua statura morale, per non far sfigurare la vostra (e per non produrre un disastroso effetto domino sulle vostre devote gracchianti). Comunque, noi siamo differenti anche in questo, noi avremmo creduto alla ‘verità’ delle proiezioni maschili e avremmo accolto i complimenti interessati e i giudizi adulatori, ignorando che la libertà di sentenziare non si esaurisce in quelli positivi, ma rivela presto il rovescio della medaglia. Quindi, per evitare il tranello della proiezione, ci siamo messe a scrivere, a disegnare, a cantare, a ballare. Come non fate voi.

La donna, con la graduatoria dei dolori e delle gioie tra le mani, tende l’orecchio per scovare parole simili alle non parole suggerite dal linguaggio misterioso del mondo. Qui, c’è un racconto in cerca di uditori, che non afferro, ma sento. Intende dire ciò che è o sarà dicibile.

Manuela.

venerdì 4 gennaio 2013

'L'uva migliore' - Roan Johnson


‘L’uva migliore’ è il documentario di Roan Johnson, regista del film ‘I primi della lista’, uscito la scorsa stagione nelle sale cinematografiche. L’autore ha voluto intervistare gli e le studenti dell’Università di Pisa, per dare spazio e voce alle loro aspirazioni e considerazioni. Il dibattito tra il regista e la cosiddetta ‘generazione choosy’ è proseguito con l’intervento di Beppe Severgnini e la presentazione del suo libro: ‘L’Italia di domani’. Entrambi i filmati: ‘L’uva migliore’ e ‘Generazione choosy’ sono visionabili su www.youtube.it. L’incontro all’Università di Pisa è parte di un progetto che vede coinvolti il regista e il giornalista. La finalità è quella di conoscere gli interessi, gli obiettivi professionali e le prospettive delle nuove generazioni. Un ragazzo di agraria inizia a raccontare la sua storia con un aneddoto che dà il titolo al documentario. Egli dice che la pianta della vite tira fuori il meglio di sé nel momento in cui viene messa in difficoltà. Questa è la sfida generazionale che i giovani sembrano aver colto molto bene, gli manca soltanto un po’ di spazio per esprimersi. Tuttavia, sono convinti di poterselo conquistare proprio perché necessità fa virtù. Fin qui il discorso fila liscio, tutto basato su un buon senso quasi sconcertante. Nessuna alzata di testa, nessuno sbraita con veemenza. Però, con il proseguire delle testimonianze, vengono fuori le difficoltà e per risolverle non basta l’impegno e l’audacia personale. Di fatti, si tratta dell’inadeguatezza del contesto sociale, paludoso e immobile, decisamente avverso all’intraprendenza giovanile. Sarà che son cresciuti in un clima familiare ovattato e iperprotettivo, ma l’impressione che si ha è che questi ragazzi/e si aspettano di trovare la stessa indulgenza nell’ambiente universitario. Più di una studente sottolinea la complessità dell’approccio con il mondo, soprattutto quando si esce fuori del contesto familiare. Sulle difficoltà economiche si tace con i genitori, se no ti fanno ritornare subito a casa e, per affrontare le asperità, si fa affidamento sull’affetto dei coetanei. Così dicono gli e le studenti. Una ragazza del sud Italia, trasferitasi a Pisa, afferma che l’università non è come la scuola superiore, evidenziando il bisogno di sentirsi parte di un mondo scolastico che è maggiormente selettivo. Poi, aggiunge che al suo paese, nel sud, non tornerebbe, poiché altrove ha sperimentato la scelta e prospettive future che il suo luogo di origine non può offrirle. Al contempo, però, lamenta la precarietà occupazionale, anelando al mito del posto fisso. Sembra una contraddizione che, però, mette in luce una delle tante mancanze del nostro paese, non solo del sud, cioè l’incapacità di elaborare i capisaldi delle vecchie generazioni, per trovare soluzioni alternative che possano rendere veramente felici quelle nuove. Ricalcare le orme di chi ci ha preceduto e glissare sulle difficoltà significa puntare in basso per paura delle delusioni. Per questo molti giovani si sono rassegnati alla mediocrità, dice la ragazza del sud e pare di vedere sfilare in parata la classe media italiana avida e disillusa. Comunque, i e le giovani intervistate hanno le idee chiare, talmente chiare che faticano a farsi ascoltare. É altrettanto chiaro, infatti, che non sono ‘choosy’. Ciò accade, in Italia, dopo un impulso di temeraria sincerità da parte di qualche coraggioso rappresentante delle istituzioni. Così alla Fornero hanno risposto i non ‘choosy’. Allo stesso modo, a Brunetta e Padoa Schioppa risposero i non bamboccioni, raccogliendo la sfida. I veri choosy e bamboccioni se ne stettero zitti, allora come adesso, per continuare con il loro bamboccismo un po’ vile, forse rassegnato, sicuramente conservatore. Il discorso non è sui partiti, ma sulla disponibilità dei governanti a fornire linee guida ai cittadini/e, indicando comportamenti virtuosi. Infatti, non sempre lo sprone arriva col sorriso, come hanno fatto Roan Johnson e Beppe Severgnini. Spesso, per infondere coraggio ai giovani ci vuole la scossa, ci vuole una provocazione, simile a quelle difficoltà attraverso cui ognuno può dare la sua uva migliore. Certo, c’è un limite a tutto. Per questo è importante attuare un cambiamento dalla base, nella società. Per esempio, non è ammissibile che i e le trentenni siano costrette a competere con i settantenni, come ha sottolineato Beppe Severgnini. Ciascuno può avere un ruolo nella vita lavorativa, sociale e politica, affinché l’audacia non debba trasformarsi in un tragico, anche se vitalissimo, eroismo quotidiano.

Manuela.
arcalibera.wordpress.com