domenica 21 dicembre 2014

Disoccupati/e eccellenti.

                                                                  
Di recente ho riletto: ‘Disoccupata con onore’, di Maria Rosa Cutrufelli, ed. Bompiani, pubblicato nel 1975. Il libro parla della condizione della donna nel Mezzogiorno. La ricerca mette in rapporto la subordinazione della donna e il sistema culturale di riferimento. In particolare, il testo cita l’ideologia dell’onore quale strumento di controllo sociale sulle donne. Il concetto di onore è alla base della definizione dei ruoli sociali e della divisione del lavoro in base al sesso. Inoltre, la capacità di controllare l’elemento femminile determina la ‘quantità’ dell’onore posseduta da un uomo. La donna ‘virtuosa’ è responsabile dell’ambito familiare, questa responsabilità è chiamata ‘autonomia’. L’uomo pretendeva, ma sarebbe meglio dire pretende, che la moglie compisse tutti i suoi doveri. La parità, nella gestione delle cose di famiglia, ovvero la collaborazione nel formulare decisioni comuni, dal punto di vista maschile è vista ancora come una perdita di prestigio.
La ricerca delinea la prassi della condizione femminile: la donna produce forza-lavoro a costo zero, dunque entra nel processo produttivo del sistema capitalistico per occupare una posizione subordinata. Per questo motivo il concetto d’onore è in funzione del controllo ideologico sul corpo della donna, cioè sul fattore produttivo più importante per le classi disagiate che possono fare affidamento sulla forza-lavoro. Il lavoro familiare condiziona quello extrafamiliare e, nei momenti di grave crisi, la condizione femminile rivela aspetti interessanti del benessere o del malessere di un Paese, almeno è quello che ho pensato ed è il motivo per il quale ho confrontato le ricerche sulla aree maggiormente in crisi. Durante i periodi di difficoltà le donne i giovani, cioè le categorieno definitle categoie isti rapaci non arretrati ed è contrapposta alla fascia di lavoratori 'minile, può essere la varibai ‘deboli’, diventano prede dei ‘capitalisti rapaci, (non arretrati)’ e sono contrapposte alla fascia di lavoratori ‘privilegiati’, appartenenti alle categorie intermedie. Fino a non molti anni fa l’esercito di disoccupate, o meglio, di sfruttate, serviva da serbatoio di manodopera per lo sviluppo delle regioni del nord Italia. Allora, i comitati di donne unite per la lotta contro lo sfruttamento non  furono ascoltate adeguatamente dalle istituzioni politiche. In tal senso si può parlare di un circolo vizioso: più il lavoro femminile è faticoso e dequalificante, più la donna rischia di essere emarginata, più è emarginata socialmente, più il lavoro è dequalificante.
Il controllo sociale, estendendosi a tutte le donne, impediva il nascere del dissenso e favoriva il conformismo nei comportamenti. Quelle che non hanno un uomo vicino non sono ‘di nessuno’, pertanto sono ‘di tutti’. Il testo cita le conseguenze dell’emigrazione maschile: ‘Quando mariti, padri e fratelli sono lontani il controllo sulle donne, sulla loro vita sociale e privata diviene ancora più pesante e costrittivo. Non è più il controllo diretto di un solo uomo, ma di un quartiere, di un paese intero: i vicini la spiano, i parenti sono sempre lì a vedere quello che fa, come si muove, che contegno ha. Si crea nel quartiere un clima di sospetto reciproco, di tensione che mette le donne stesse l’una contro l’altra, l’una diventa secondina dell’altra, la vecchia delle giovani, le sposate delle ‘signorine’. Sparisce la tradizionale e spontanea solidarietà che si ritrovava fino a non molto tempo fa fra le donne dei quartieri popolari, prima che si risentissero tutti gli effetti sociali dell’emigrazione’. L’emancipazione non si raggiunge solo con il lavoro, ma con la presa di coscienza da parte delle donne della loro specifica subalternità. Oggi possiamo parlare di mancata emancipazione.
Gli studi compiuti in ambito antropologico sul concetto dell’onore assumono una diversa prospettiva. Negli stessi anni della pubblicazione del testo citato lo studio dell’antropologo J. Pitt- Rivers, sul paese andaluso di Alcalà de la Sierra (1976), sostiene un’argomentazione a favore del collegamento tra l’egalitarismo e il cosiddetto ‘sistema onore-vergogna’ (‘Cultura e culture del Mediterraneo’, di Fabio Dei, www.fareantropologia.it). Nei paesi del Mediterraneo le differenze di status sono espresse attraverso un codice morale improntato sulle nozioni di onore e vergogna. Da qui il culto della virilità, della superiorità maschile, che si esprime per mezzo del controllo sulla donna, quindi con la subordinazione dell’elemento femminile al maschio. In queste comunità lo status acquisito è mantenuto attraverso forme di controllo sociale come il pettegolezzo e la maldicenza. La reputazione non dipende dalla ricchezza né da altre forme di differenziazione materiale o intellettuale, essa è considerata un bene scarso, da accrescere togliendolo agli altri. La base ugualitaria delle comunità mediterranee è stata contestata negli studi successivi. L’antropologo J. Davis sostiene che i paesi ubicati nell’area mediterranea sono molto differenziati in base alla ricchezza e al potere politico e che questa stratificazione sociale condiziona la reputazione e l’onore posseduti. Dunque, l’onore non è una caratteristica astratta che tutti possono acquisire o perdere, ma è associato alle caratteristiche del sistema sociale, è una forma di controllo ideologico messo in atto dalle classi dominanti per la conservazione del potere, specialmente nei rapporti di patronage. Il patronage o clientelismo, normalizza le asimmetrie di potere tra classi dominanti e classi subalterne, fornendo a queste ultime protezione e privilegi in cambio di servile obbedienza. Questo sistema di omologazione verso il basso non si basa sulle leggi di mercato e tantomeno su quelle dello Stato, anzi, funge da difesa nei confronti di ogni tentativo di penetrazione dello Stato, che, nelle comunità locali, è visto come un nemico. Paradossalmente, ma non troppo, prospera in democrazia, poiché, con l’ampliarsi degli aventi diritto al voto, la mafia svolge un ruolo di intermediazione tra le istante degli individui e gli interessi della classe dirigente o imprenditoriale. In ogni caso il meccanismo dà origine a un sistema difettoso, che non assomiglia né allo Stato né a un’economia moderna.
Personalmente ho avuto una gradevolissima impressione nel leggere questi testi parlanti con parole chiare. Mi piace scoprire un punto di vista su cui orientarmi, da tenere tra le mani come un diamante. Per esempio, le categorie ‘deboli’. In tempi di crisi le donne e i giovani sono svantaggiati, è un fatto. Ma è un fatto anche che siamo 30milioni, cioè la metà della popolazione italiana. Dunque, come è possibile che da sempre ci definiscano ‘deboli’?. E perché i giovani, gli unici veramente ‘pericolosi’ per il sistema magagnato, rappresentino una categoria da garantire a vita?.

Manuela Grillo Spina.

domenica 7 dicembre 2014

Controcorrente ma non troppo.


La divisione sessuale del lavoro è più importante della divisione economica e sociale del lavoro. La parità tra i sessi ha poco a che fare con la condizione socioeconomica. In altre parole, dovrei sentirmi pari se il reddito, a parità di mansioni, è uguale a quello di un uomo. Il dibattito del femminismo di Stato si concentra su questo argomento e non è un caso. Non è un caso nemmeno che, per controllare il potere ‘devastante’ della donna che parla e pensa, l’ordine sociale si avvalga di sofisticati stratagemmi come la comunicazione pubblica, lecati stratagemmi come leri femminili declinati in base ai modelli di comportamento e stereotipi.volta stabilita l'o da n dottrine scientifiche, mediche e giuridiche influenzate dall’ideologia. L’indottrinamento con funzione di contenimento, la chiamo io. ‘ste donne, le vogliono segregate nei cortili a schiamazzare e anche felici della condizione di subalternità.
Il corpo della donna è medicalizzato, super regolamentato in gravidanza (tecniche di riproduzione assistita, esami diagnostici durante la gestazione). Eh, sì. ‘Pardon’, chiedo, ‘celebrate la donna in quanto serva e la venerate come madre, ma affidate i vostri figli ad esseri di cui non vi fidate?’. L’iperegolamentazione del corpo mette in luce la scarsa fiducia nell’autodeterminazione femminile e, soprattutto, che la funzione principale della donna è ancora quella di madre.
Le numerose indagini sulle vicende svolte nella camera da letto della classe media non fanno altro che mettere in rilievo le differenze tra i sessi. I toni surreali della comunicazione pubblica su argomenti pruriginosi nascondono il controllo che esercitano sul pubblico, fornendo a chi li ascolta una rassicurante immagine di benessere. ‘Guardate quanto state bene, così inclini ad espletare funzioni uguali, a soddisfare gli appetiti e solo quelli’, questo dicono i rotocalchi. Siccome la pratica caratterizza sia le donne che gli uomini, affermano di aver raggiunto la parità. Sarebbe meglio se ognuno guardasse nelle proprie mutande e la discussione rimanesse nell’ambito dei cultori della materia. A me tutto ciò fa pensare alla funzione del confessionale, come diceva Foucault. La pratica del confessionale era un esercizio del potere ecclesiastico, lo scopo era di controllare i comportamenti istintuali e di dirigerli anziché lasciare che gli individui li esprimessero in libertà. Nei primi anni del Novecento medici e anatomisti cercarono di limitare l’intervento femminile nella società, trovando giustificazione nelle caratteristiche biofisiologiche della donna. Le differenze fisiche, sessuali e intellettive erano esaltate e distorte con l’obiettivo di imporre modelli di comportamenti funzionali al mantenimento dell’egemonia maschile. È presumibile che le ragioni di tutto quel parlare siano da cercare nel cambiamento nei rapporti tra i sessi all’interno della classe borghese. Ora come allora la liberazione sessuale della donna era interpretata con elementi antifemministi. Quando stabilirono l’esistenza della libido femminile, l’attenzione dei medici si spostò su questa. Gli specialisti di un tempo erano intenzionati a togliere la carica eversiva dall’attivismo femminile, ora non si parla che di desideri femminili declinati in base ai modelli di comportamento e agli stereotipi. Un secolo fa gli avversari dei movimenti per l’emancipazione femminile temevano che la negazione della sessualità femminile si potesse trasformare in un’ammissione dell’inferiorità morale dell’uomo. Il contributo della scienza diede loro un aiuto e giunsero alla conclusione che la sessualità della donna sarebbe stata maggiore di quella dell’uomo, manifestata secondo un ordinamento ‘naturale’ nel riconoscimento di un ruolo subalterno. La prima guerra mondiale portò la società a rivedere la divisione dei ruoli in base al genere. Infatti, durante il periodo bellico le donne svolsero mestieri considerati fino ad allora maschili. L’uomo non si confrontò con il nascente orgoglio femminile, ma lo percepì come una minaccia alla sua identità. Il fascismo si opposte alla confusione dei ruoli. L’esaltazione della virilità, il mito della mascolinità associati all’ideale di potenza, attivismo e aggressività riportò le donne tra le mura domestiche e lì rimasero, però non tutte, sino alla II guerra mondiale. Allora la posta in gioco era il raggiungimento dell’emancipazione femminile e maschile su cui edificare uomini e donne nuovi. Oggi non si parla di cambiamento, ma si parla del lavoro della donna, che, a differenza di quanto avviene per l’uomo, implica il discorso sul suo ruolo sociale. La donna è ‘riproduttrice di forza-lavoro’ utile alla valorizzazione e sopravvivenza del capitale. L’analisi del ruolo sociale ed economico della donna mette in luce il funzionamento squilibrato del sistema. La gerarchia su cui si basa l’ordine sociale contrappone i paesi poveri a quelli ricchi, mercato del lavoro regolare e marginale. All’interno di questa contraddizione la donna ha un ruolo fondamentale, poiché, non solo si occupa della riproduzione della forza-lavoro, ma la divisione sessuale del lavoro consente la sopravvivenza dei settori tradizionali o marginali in cui è riassorbita la forza-lavoro maschile in esubero, oppure quando il lavoratore è malato o vecchio.
Credo che la mansione di specchio sia troppo poco. Non è che siamo state create per mettere in evidenza le storture del sistema economico, politico e sociale. La subordinazione non dipende da questi fattori. Ci sarà il mercato o un altro sistema, le donne, così come gli uomini, rimarranno individui in grado di riflettere e dare un significato alle proprie azioni.
Perciò, la si smetta di abbellire la realtà chiamando ‘confronto’ i meccanismi di assimilazione e di dominio, specialmente quando l’interlocutore ha un nome femminile.


Manuela Grillo Spina.

domenica 23 novembre 2014

Molti centri. Molti angoli agghindati da centro.

Negli ultimi trenta anni, in Italia, è cresciuta una società civile attiva e autonoma. Secondo alcuni studiosi una classe media critica e ‘riflessiva’ è la chiave di volta di questa società civile (Ulrich Beck). Ora, la domanda è in che misura questa società civile ha coinvolto gli altri ceti sociali? La questione è complessa e di certo non tocca a me sciogliere i nodi. Sicuramente il tessuto sociale ha messo in discussione la concezione familistica dell’interesse privato legato al benessere materiale e ristretto nell’ambito della famiglia nucleare. Per l’esattezza la definizione di società civile comprende la variante incivile, si tratta di diverse forme di associazionionismo che agiscono in senso opposto. Nonostante ciò i valori messi in campo dai nuovi movimenti rispecchiano una società democratica, diffondono il potere, anziché concentrarlo in una lobby. Inoltre, stimolano il dibattito invece dell’obbedienza e incoraggiano la solidarietà, anziché i rapporti di subordinazione. Nel paese degli arabeschi, dove meno capisci e più sei un cittadino/a modello, puoi trovare di tutto, pure associazioni di volontariato frequentate da persone che guerreggiano per il potere.
In ogni modo, l’associazionismo basato su interessi specifici, per esempio i movimenti a favore della tutela e della sostenibilità ambientale, attirano individui che condividono le stesse tematiche. Per questo motivo credo che non siano ideologici, il che li rende poco strumentalizzabili dalla politica. È vero la società civile non è composta da famiglie, ma da individui e che nel nostro paese l’attivismo sta cambiando la mentalità della gente. Ma è anche vero che negli ultimi anni il privato è diventato la roccaforte della famiglia nuclearizzata. In realtà si tratta di un privato-spettacolo strano. È strano perché imposto. Allora, una pensa sia una difesa. Infatti, non di rado la chiusura sfocia in atteggiamenti predatori nei confronti del mondo esterno. La famiglia nucleare si chiude di fronte alla ‘minaccia’ di realtà responsabilizzanti che trascendono i legami di sangue e i rapporti amicali. La società civile non è immune da attacchi, al suo interno possono annidarsi forme di familismo e di clientelismo, nonché odiose connivenze con la criminalità organizzata, cioè la mafia. Nelle alte sfere quelli che prima erano dediti alla concentrazione monopolistica del potere, all’evasione fiscale, alla corruzione hanno ritenuto opportuno serrare i ranghi a fronte di numerose richieste dal basso.
Forse, è così. Chi cerca trova e chi cammina inciampa, dice mia nonna. E mi sa che a cercare si trova davvero il bando della matassa. Non era un caso se sentivo una spina conficcata nel fianco. Io che me ne frego altamente delle scaramucce, sono vissuta per molti anni nel paese dei feudi, dei ducetti versione domestica, del potere inteso come mero abuso. Ecco, perchè sentivo un lieve fastidio. ‘My darling, questo è il paese dei cavalli vincenti, sei o non sei un cavallo vincente?. Ma sì, la gente vota il politico che gli conviene. Neanche fossero spartani, addestrano la prole alla lotta. In palio c’è il premio/assicurazione/risarcimento fallimenti personali. Sei cresciuta in un paese dove il dibattito se non è banale è ideologico. Mi dici quando è che hanno messo a repentaglio se stessi per capire?’. ‘Una o due volte in quattro anni’. ‘Ah!’

È chiaro, preferiscono assimilare l’altro, tarano il confronto su un denominatore comune. Sei cresciuta in un paese in cui molti si illudono di stare al centro, l'ambìto centro, e invece stanno all’angolo, poichè l'angolo è un luogo deresponsabilizzante. Siccome gli angoli sono tutti affollati, il centro o i centri sono liberi. È ora che li viviamo, altrimenti lo farà qualcun altro.

Manuela Grillo Spina.
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domenica 9 novembre 2014

Il suono dei pensieri

I pensieri suonano. Dunque, è vera quella storia che il bene dà il potere di conoscere la verità. Il bene illumina la realtà di bellezza. È un segnale che orienta la conoscenza. La conoscenza funziona quando la bellezza, il bene e la verità si riflettono nella bellezza, nel bene e nella verità di dentro. Allora, lasciateci gli ideali. No, non gli idealuzzi-scorciatoie, quelli che sporgono dai rami più bassi. Gli ideali, insomma. Guardate, c'è chi ci crede ancora. 
Raccolgo frammenti caduti su questa terra, che, come gocce di pioggia, irrigano la testa. Affermo che il mio modo di vivere, my way of life, non include scenari di distruzione. Posso affermarlo, ma con cautela. Perché? Eh, perché…
‘Distaccata, sei distaccata’, sapeste quante volte me lo hanno detto o fatto capire. ‘Il rimprovero, esattamente, in che consiste?’. Nessuno ha mai risposto argomentando la questione, ovvio. L’incapacità di argomentare, dimostrando l’oggettività dei fatti, è quello il motivo di biasimo. L’incapacità è dei detrattori, la critica è rivolta a me. ‘Sì, ma che c’è che non va bene? Così, per sapere…’ Niente, nessuno ti dice mai niente. È chiara la verità di quella storia del bene che illumina il mondo di luce, senza la quale gli individui non si raccapezzano. A parer mio è inutile perdere tempo in stupide rappresaglie. La smania di pestarsi i piedi a vicenda li fa sembrare dei cretini.
Ecco, era my way of life che non andava bene, giacchè la guerra in tempo di pace è molto più diffusa di quanto si crede e di quanto la gente sia disposta ad ammettere. La pace li annoia. Distruggono ciò che non possono avere, cioè il bene che rischiara la mente. Così, sentono di essere vivi, altrimenti si sfascerebbero come pupazzi assemblati male.
Finalmente il conoscibile diventa tale nella prospettiva dei concetti espressi. Non ignoro il male, anzi distinguo le cose. Mica è facile, però mi trovo meglio in questo modo. Siccome mi interessa la verità, capisco se ho capito oppure no dal suono: pensieri intonati ho capito, pensieri stonati non ho capito e ci penso su.

Non sono distaccata. I miei pensieri suonano bene. 

Manuela Grillo Spina.

domenica 26 ottobre 2014

Ghirigori nel tempo

I giovani da che mondo è mondo fanno le rivoluzioni. Gli studenti ci riescono meglio, non hanno scambiato la dignità con il riempimento del frigo e non sono soggiogati dal sistema. I giovani mettono in discussione le regole sociali, sono vaccinati contro la rassegnazione e vedono il mondo quale dovrebbe essere e non è. Non tollerano compromessi, non accettano l’ipocrisia degli adulti. I giovani cinici, però, sono uno strazio, più noiosi degli adulti cinici. Alcuni hanno paura e si lasciano disinnescare anzitempo. Forse, l’indifferenza è una difesa dall’incertezza del futuro. Era tanto rivoluzionaria la generazione nata nel dopoguerra, cui piace molto la guerra, da sviluppare un autentico atteggiamento predatorio nei confronti di chi vuole un vero cambiamento. A quella generazione la rivoluzione non è riuscita. Dice: ‘Sul piatto non ci si mettono gli ideali’, va bene, ma non è questo il punto, è che per riempirlo il piatto conoscono solo un modo, quello di appropriarsi con la prevaricazione dei vantaggi e dei beni (altrui). Dunque, può essere che, dopo aver accettato un impiego in banca e mandato al diavolo gli ideali di libertà, uguaglianza, pace e giustizia, da controcultura che erano, siano diventati la cultura dominante e guai a spodestarli. Può essere che sia andata così, ma mica è colpa loro. I sistemi sono creati dagli individui, si può stordire e scoraggiare un’intera generazione, far morire le persone a vent’anni o ignorare i nobili ideali. Tutto ciò si può fare, se la gente lo permette. È ignobile distruggere i sogni delle persone, ma è indegno accettare che te li distruggano.
Evidentemente, queste idee non sono originali. Da qualche settimana è uscito nelle sale cinematografiche il film: ‘Il giovane favoloso’ di Mario Martone, che racconta la vita di Leopardi interpretato da Elio Germano. Il film parla del presente, oltre che del passato. Leopardi è un giovane irrequieto e ribelle, che ama la vita e l’età più felice della vita, cioè la gioventù. È giovane, insomma. Alla fine del film sai che quel personaggio vivrà in te, per sempre. Il giovane Leopardi critica l’ideologia del progresso, in cui ciascun individuo, omologato al tutto, dovrebbe avere la razione di felicità quotidiana a scapito dei suoi simili e dei propri ideali. ‘Una massa felice, composta da individui infelici’, è la critica ironica con cui risponde ai suoi detrattori. Nell’illusione del progresso inarrestabile la felicità è un’illusione. La felicità è conservare uno sguardo pulito, lo sguardo dei bambini che hanno un’età compresa da 0 a 3 anni. Il futuro c’è, se c’è il presente e nel presente è ancora possibile accettare l’idea del progresso che ha bisogno di conquiste, di sfruttare illimitatamente le risorse, tra cui la forza lavoro e le culture altre?
Gli esseri umani fanno tante cose belle, spesso per apparire migliori di come sono. Ma il bello che convince è che si può cogliere ancora, per brevi istanti, quel riflesso quasi insostenibile dell’infinito indefinibile. Tra i tanti desideri illimitati con cui dovremmo confrontarci, il più grande rimane quello di convivere con il fatto di essere vivi. Rinsaviti dall’immensità, se agissimo d’istinto, dovremmo catturarla. Trasportati dal sentimento la liberiamo nell’istante, come una farfalla, in un’espressione tutta personale. E se fossimo ghirigori nel tempo? Scarabocchi perfettibili per nostra responsabilità…

Manuela Grillo Spina.


domenica 5 ottobre 2014

Volontariato intellettuale

Ehilà, per chi esce dalla condizione di disoccupazione è prevista una sostituzione?.
La riserva degli sfruttabili va rimpolpata, in vista di un’ulteriore espansione del ciclo produttivo. Se la disoccupazione è un difetto cronico del sistema, allora le riforme non servono. Flessibilità e solidarietà prima di tutto. Dunque è meglio mettersi d’accordo e darsi il cambio ogni tanto.

Mentre si aspettano segnali di ripresa dal mondo del lavoro, propongo il volontariato intellettuale, da non confondere con l’auto-sfruttamento. Tanto si deve campare, giusto? Fare la spesa, pagare le bollette e via dicendo. Come è noto, l’azienda erogatrice di energia elettrica, di gas e i gestori telefonici vogliono del denaro per i servizi offerti, così come gli esercenti in cambio della spesa. E, allora, tanto vale cimentarsi nel mondo del lavoro e fare ciò che si può con quello che si ha. Sì, ecco, tanto per mettere a frutto quelle due o tre cose di cui siamo a conoscenza. Teoricamente, l’impresa personale non presenta svantaggi, tranne uno e cioè che, per il lavoro svolto, non si percepisce una ricompensa. Questa cosa non è un dettaglio, ma è sempre meglio che far ammuffire il cervello. Inoltre, c’è da considerare che l’esclusione prolungata dal mercato del lavoro e dai percorsi formativi compromette l’inclusione nel futuro. Certo, occorre valutare le situazioni, non è che puoi andare da un tizio o da una tizia visibilmente litigiosi e dirgli: ‘Guardate, state mettendo in atto un comportamento competitivo e usate la prevaricazione per il raggiungimento del successo personale, vi consiglio di desistere’. Oppure, di sabato, quando corrono tutti come pazzi, per fare la spesa sulle due ruote, mettersi a cantare: ‘Don’t worry, be happy’, cioè come a dire: ‘Che correte a fare?’. Se percepisci che qualcuno tende a fare il bello e il cattivo tempo, potresti almeno ricordarti di Gene Kelly, che cantava sotto la pioggia. L’economista potrebbe fermarsi desolato/a davanti agli scaffali del supermarket, costretto/a ad ammirare prodotti senza identità, l’esperto di comunicazione girare la testa verso i cartelloni pubblicitari e leggerli con il frasario della politica. Borbottanti, sia l’una che l’altro. I filtri valgono solo per il discorsi da bar. Ecco, là ci vorrebbe il sociologo/a, per poter individuare alcune forme di disagio collettivo e paura, miste a tentativi quasi sempre frustrati di andare verso l’altro. A quanto pare i dentisti avrebbero un gran da fare. Sì, sì, ce n’è un po’ per tutti. Non ti pagano, per questo è ‘volontariato intellettuale’ e/o esserci in tempi difficili. Il fracasso non lo fa la prima parola, ma la seconda. Per informazioni sul volontariato intellettuale, sponsorizzato e regolamentato da alcuni istituti scolastici, vedi sul web.     

Manuela Grillo Spina.

domenica 21 settembre 2014

Sinapsi


Ho avuto un’altra visione, ho visto il Prof. di politica sociale. Lunedì scorso, davanti al Tribunale di Roma: ‘È lui? No, allora è il fratello. Ah, il fratello del Prof. fa l’avvocato!’, tanti pensieri in una frazione di secondo. Di lunedì mattina succede, navigando a vista.

In questo gioco è già stabilito c’è chi vince e chi perde, voi perdete. A saperlo prima che le regole sono queste uno si mette l’anima in pace e non combatte. E invece manco per niente, perché la logica dice che i patti li stabiliscono le parti. Tralasciamo il momento privato in cui ciascuno si piazza davanti allo specchio dicendo a se stesso/a e non solo: ‘Cercasi posto nel mondo in cui applicare quei due, tre, quattro principi che ho imparato, anche approssimativamente, va bene lo stesso.’ La realtà offre una minestra scarsissima e anziché mangiarla o saltare dalla finestra, io provo a cambiare le regole.

C’è da chiedersi perchè giocano lo stesso se sanno come va a finire. Il divertissement si chiama: facciamo a cambiare tutto, intanto tutto rimane come è. L’illusione del mutamento c’è, l’impegno pure, ed è sempre meglio del disimpegno. Tuttavia il gioco è truccato, quindi non si combatte ad armi pari. Per le minoranze che si affacciano sulla scena politica non esiste negoziazione e nemmeno l’idea di cambiare tattica. Pare che i movimenti si sgonfino quando s’accorgono che per entrare in politica devi avere uno stomaco di ferro e un cuore sanissimo, se no rischi l’infarto. Almeno a me pare così. Se volessi fondare un partito e candidarmi non lo potrei fare, sia perché non avrebbe successo, sia perché con gli intrighi ci sgnoccolo poco. Pensa se fossimo pure responsabili del nostro operato davanti agli e alle elettrici…  Dunque, il principio secondo cui tutti i cittadini/e possono partecipare alla politica e candidarsi viene totalmente disatteso dalle consuetudini.
C’è anche da chiedersi perché ogni tanto ci si riprova e si scende in campo. I movimenti dal basso tengono impegnati gli intellettuali che altrimenti potrebbero fare numerosi ‘danni’. Pure i movimenti politici tengono impegnati gli intellettuali. Dunque, il problema: che ci faccio io qui, non ce lo abbiamo solo noi comuni mortali con una laurea, ce l’hanno anche quelli con la laureona. La tolleranza per azioni pubbliche di scarsa o nulla efficacia è il fiore all’occhiello di questo paese. Possiamo fregiarci di aver dato vita a dei cambiamenti e se poi non ce l’abbiamo fatta mica è colpa nostra, è questo paese che è strano, diviso in tribù o fazioni: il partito, il sindacato, la chiesa. Insomma, le solite cose.

Navigando intravedo un’oasi piena di persone in cerca di qualcosa che susciti interesse. Una fitta rete di connessioni: è un miraggio… Eppure le persone le vedo, sono vere. 

Manuela Grillo Spina.

domenica 14 settembre 2014

Dignità.


La cattiva nomea se la passano come una iattura. Da ragazzina si usava così, quando vedevamo alcune persone, le amiche si sbrigavano a spedire la iella altrove. Io ero lì che mi pigliavo le sore e i rosci, ci rimanevo come una tonta. Forse questo fatto chiarisce l’evolversi degli eventi.
In ogni modo, lo sostengono gli studi compiuti che oggigiorno il valore di una donna è ancora influenzato dal giudizio morale e dall’approvazione sociale più del valore maschile. C’è da dire che molte abboccano al giochetto utilizzato con scaltrezza per controllare il comportamento femminile. Mica di rado i maschietti ne approfittano. Una domanda sorge spontanea: se quelle credono davvero che alcuni comportamenti inerenti la sfera sessuale siano riprovevoli e li mettono in atto (lo fanno, lo fanno) allora son davvero un po’ zoccole. Perché mandare via la iattura, che poi c’è la tonta ad andarci di mezzo?. Un’altra domanda: se la tendenza a idealizzare gli altri è giudicato un comportamento irrazionale, la tendenza a sopravvalutarsi pretendendo di stabilire il valore di una persona come è giudicato?.
Non è che qualcuno può venirmi a dire come mi devo sentire e cosa devo pensare. Io la dignità ce l’ho, non ho bisogno del timbro di convalida. Posso smontare qualsiasi appunto a scapito della totalità della personalità femminile, poiché ogni critica non poggia su nessuna ragione oggettiva e soprattutto non è pertinente alla sfera personale. Uno degli argomenti di cui non si parla mai, di cui si parlava non più di trent’anni fa, è la conoscenza e la comprensione dell’altro sesso tramite la frequentazione, non destinata necessariamente a coronarsi con le nozze. E domando: con tutti gli uomini che si passano e se li passano, anche se vorrebbero far credere il contrario, è possibile che queste non capiscano le debolezze, gli stati d’animo più profondi? No, perché li dichiarano arbitri indiscussi delle loro azioni e ambiscono ad aggiudicarsi il primo posto nella graduatoria della desiderabilità, oppure capiscono le manchevolezze di un uomo e tacciono per non farlo inquietare. Che mi costerebbe far buon viso a cattivo gioco e tacere? In effetti mi costerebbe molto sul piano della coerenza. Perchè se dicessi che non gliene frega niente a nessuno di comprendersi profondamente mi costerebbe qualcosa? Sì, però sarei più fedele alle mie idee. 
E, allora, ripigliatevi la iattura!  


Manuela Grillo Spina.

domenica 7 settembre 2014

Donna volitiva sono, ah!

Ho le visioni, ho visto Piero Angela che portava a spasso i cani. Stamattina, alla Stazione S. Pietro, a Roma, ho visto un uomo che assomigliava a Piero Angela e passeggiava con i cani. Camminavo, accompagnata dallo scampanio della festa, erano le 8,50, il treno per il mare passava alle 10,00. Un buco di un’ora, pazienza! Pensavo: qualcuno giuri con me solenne fedeltà ai libri e a quei pazzi che li hanno scritti.

Quando mi chiedono: ‘Tu che lavoro fai?’, rispondo che studio e ho un progetto in start up. I sottotitoli dicono: ‘Il mio non è un ruolo compensativo, cioè non è quello di fornire gli altri di risorse di cui sono sprovvisti.’ Oh, ci fosse qualcuno che lo capisce! Perché? Mah, proviamo a indagare.
In tempi di crisi e di vuoto morale è indispensabile. Cosa? Che qualcuno si sacrifichi per salvare la marmaglia: a) ometti e decerebrate dando loro del proprio. Secondo la visione tradizionale le donne hanno una posizione subalterna, di regola devono immolarsi e mettere pezze un po’ dappertutto. Tali regole di solito le stabiliscono gli altri, senza il consenso della diretta interessata. Le cose stanno ancora così, ma si sono raffinate le tecniche di sottomissione e mentire su ciò che si pensa davvero è diventata un’arte. Infatti, ci sono uomini che dichiarano di essere capaci di parlare con le donne, con la modalità di una si e una no, cioè una la ascoltano e una no, dipende se gli piace quello che dice e soprattutto dipende dal motivo per cui non parla. A giudicare dalle vagonate di femmine frustrate sembrerebbe che non ne ascoltino nemmeno una, considerando anche che molte non parlano per ovvi motivi. Per esempio, alcuni uomini, piuttosto che ammettere di avere uno strato spessissimo di grasso e preferire la condivisione con chi gli somiglia, per verniciarsi di fresco mentono da fare schifo. Mentono pure a se stessi, come quello che mi ha telefonato mentre faceva sesso con un’altra (in tal caso però si chiama delinquenza) e poi mi ha chiesto invano di dormire a casa mia. Con l’intenzione di rassicurarsi e ricavare per sé un’immagine gradevole, alcuni uomini si comportano in modo sconsiderato. Si dirà che tutto ciò è la conseguenza della messa in discussione di modelli tradizionali ormai obsoleti. Eh, va be’, ma le persone non sono strumenti atti a procurare benessere ad altri. Dunque, fatemi capire, i modelli sessuali cambiano in un clima culturale dove regna l’individualismo e la mentalità utilitaristica basata sul tornaconto personale. Certe volte confesso che l’ingegnarmi per dare un nome altisonante, da studiosa, a quello che succede nella realtà mi pare pure troppo, potrei definirlo semplicemente bestialità. Ecco perché poi ho le visioni di Piero Angela. Comunque, tutt* stanno con la mano a cucchiaio a elemosinare energia, affetto, capacità d’amare, un’identità e/o sostanza. La pretendono dal prossimo, meglio se il prossimo è donna single, perché si sa che le donne single non sono di nessuno quindi di tutti. Dovrebbero capire che le persone non si usano e soprattutto che le qualità che aggrediscono da fuori come parassiti e poi disprezzano per non svelare il trucco, non le avranno mai.  
Donna volitiva sono, ah!

Manuela Grillo Spina.

domenica 31 agosto 2014

Gli/le invisibili

'Creare l'uomo fu un'idea bizzarra e originale, ma aggiungere la pecora fu una tautologia'
Mark Twain.

Un esercito invisibile a difesa dell’orgoglio maschile. Dice: ‘Dove?’. Tutt’intorno, come la Vodafone, ma è invisibile, appunto, perciò non si vede. Quello dell’invisibilità è un elemento fondamentale, se no capiremmo subito che alcuni maschietti arrancano. E chi li minaccia?. Nessuno, proprio per questo smaniano. L’ometto è minacciato dalla sua inadeguatezza. Allora, chi marcia tra le file dell’esercito invisibile?. Chi vuole aggiudicarsi il premio per la miglior rizza uccelli dell'anno?. Il maschietto promette onore e gloria, assoldando le solite donnette che non valgono niente, le quali, desiderose di quotarsi nel borsino della fica e distratte dalle loro guerre personali, per tamponare la falla dell’autostima, con l’obiettivo di vincere e di ottenere approvazione, non si accorgono delle difficoltà dell’ometto, il quale le ringrazia celebrandole. Poi, d’accordo con donnette e ometti che gli hanno insegnato l’arte della menzogna, chiamano tutto ciò amore. In sostanza insultano la parola e il sentimento. Dopodichè, quando avvertono gli effetti della loro maleducazione nei fatti di cronaca nera, si scandalizzano: ‘Ah, che orrore, l’ennesimo caso di femminicidio!.’. Certo. E che dire delle situazioni limite in cui hanno taciuto o peggio giustificato, anzi premiato il comportamento dichiaratamente violento di un uomo?. La verità è che tacciono. In tal modo trasmettono alle generazioni future di donne, senza il minimo scrupolo di coscienza, i modelli svilenti cui devono assomigliare, dotando gli uomini dell’armamentario di paure e di solitudine affettiva capace di provocare disastri e innescare esplosioni di aggressività.
Io parlo. Siccome ho conosciuto un uomo da evitare, potenzialmente pericoloso, voglio dire quello che mi è capitato. Ho frequentato un coetaneo di nome Giorgio, che ho conosciuto nell’ambiente dei movimenti autogestiti, quindi in circostanze non sospette. Dopo qualche tempo ho notato che usava un linguaggio volutamente ambiguo e manipolatorio, mi telefonava e, spesso, dopo aver riagganciato, mi richiamava, senza parlare lasciava che sentissi rumori e voci che provenivano dal luogo in cui si trovava. Per quanto mi riguarda ho instaurato una relazione basata sulla fiducia, in cui ciascuno di noi poteva esprimere in libertà i propri pensieri e i propri sentimenti. Al contrario, lui era ipercritico nei miei confronti, asserendo per lo più menzogne e attribuendomi comportamenti che non sono i miei, in pratica mi svalutava. Nonostante gli dicessi con fermezza che si sbagliava, insisteva e pretendeva di avere ragione, cioè voleva che mi sottomettessi al suo modo distorto di sragionare. Una volta mi telefonò, sentii dei rumori e capii che stava facendo sesso con un’altra. Ma la cosa non finì lì, la sera stessa mi cercò, chiedendomi di dormire da me, ovviamente rifiutai. Il comportamento vessatorio degli uomini come questo ha una definizione, si chiama ‘gaslighting’. Io non mi sono sentita umiliata dal gesto compiuto da Giorgio, anzi credo si debba sentire umiliato lui e chi era con lui. Però, mi ha spaventata. Infatti, oltre a trattarsi di violenza, un comportamento come quello descritto mette a repentaglio la sicurezza e mina la fiducia un tempo rivolta nei confronti della persona che poi ha agito male. Chiaramente non frequenterò più il tipo. Aggiungo qualche sito per approfondimenti sul fenomeno ‘Gaslighting’: www.stateofmind.it e www.opsonline.it. Io, già che c’è il sole, aspetto che escano fuori come lumache quelli non magagnati.  


Manuela Grillo Spina.

domenica 24 agosto 2014

La strillona!


Assembramenti intorno a fattacci di cronaca nera, delitti, barzellette ciniche post 11 settembre, il business. Visto tanto cattivo gusto, vale la pena citare il borsino della f…, espressione colorita atta a rappresentare la realtà con una buona approssimazione alla stessa. I procacciatori di affari raggiungono i possibili clienti azionisti porta a porta. ‘Stiamo bene così, abbiamo le idee chiare, andate altrove’, rispondo. Gioco e ironia non mancano.


Il mercato pullula di bambole istruite, imbottite di acido ialuronico per le labbra e/o arroganza, con sottana svolazzante perché la loro fuma. Ripristinare l’opzione: persona pensante fuori dai mercati, per favore. Le mamme, chè la puttaneria è una tradizione da tramandare, vanno in brodo di giuggiole quando le figlie vengono quotate al rialzo sul borsino della fica. Ciò dipende dall’offerta e dalla domanda, come accade in tutti i mercati. I costi di produzione, abbastanza contenuti, influenzano l’offerta e la tendenza al regime di monopolio, infatti per abbattere la concorrenza che non c'è le erogatrici di servizi se la sono inventata, i criteri li dettano loro: non più intelligenza né cuore, agli azionisti interessa la capacità di pezzi di corpo di adempiere le richieste nonché gli obblighi previsti dalla legge. Indifferenza e disinteresse al sentimento chiamati emancipazione completano il quadro. Le fiche così combinate arricchiscono gli azionisti e tutta la stirpe. La stabilità dei titoli è dovuta all’erogazione di servizi ‘indispensabili’, infatti, nel mercato suddetto, a differenza degli altri, non v’è oscillazione nè perigliosa sfida, chiaramente. Se ciò avvenisse potrebbe mandare all’aria l’intera baracca, mercati finanziari compresi. L’asservimento è indispensabile, l’indispensabile è che tutti tacciano. Per fortuna le visioni del mondo altre stanno fuori dalla porta dei mercati finanziari. Nei palazzi del potere politico cincischiano, nella realtà ancora resistono.

Manuela Grillo Spina.

domenica 17 agosto 2014

Sincerità!


Poi si dovrà decidere su una questione di fondamentale importanza per la vita sociale e politica del paese, ovvero se le corna sono sempre corna oppure no. Innanzitutto bisogna fare un distinguo fra le corna di quelli del giro e di quelli che vorrebbero amarsi sul serio, per intenderci le corna che fanno soffrire chi le mette. Secondo me sbaglia chi pensa all’antica, cioè che se le portano gli uomini la traditrice è automaticamente una puttana, cioè a volte sì, altre no. La questione è intricata, vale la pena pensarci. Adesso con l’emancipazione funziona tutto diversamente nei paesi civili, dove conta il criterio del valore di mercato. Conta anche il sessismo nei rapporti tra uomo e donna?. Mah, può essere così.

Dunque, la lealtà rompe i coglioni, non ha valore sul mercato del matrimonio, l’ipocrisia ce l’ha. Infatti, fatte salve le apparenze, quello sempre e comunque, l’importante è mantenersi uniti, con lo sputo, con la colla o con i tradimenti reciproci. Grave mancanza di rispetto delle regole del gioco: io non ho mai saputo mentire bene, la mia sincerità puzza. Dovrei impararle ‘ste regole, ma la vedo difficile, sono riuscita a sfuggire al cappio e credo che non mi arrenderò. Dovrei imparare cos’è che ha valore di mercato: lo scambio di pezzi di carne falsamente intonsi, l’immagine di rispettabilità e il fatto di concedermi come fossi una proprietà. ‘Perciò il sessismo c’entra, in fin dei conti i pezzi di carne da barattare appartengono solitamente al corpo femminile’. Dicendo ciò aggiungo: ‘Allora in giro ci sta ‘na frotta di troie. Appaiate con uomini inconsistenti, però troie, dai!’. Nei giorni di festa è facile avvistarli insieme, per ingropparsi meglio con altri in quelli feriali. In ogni modo la questione corna è il cavallo di battaglia dei signori, delle signore e aspiranti tali, i quali pretendono la riverenza anche e soprattutto se fedifraghi. L’attitudine alla menzogna diventa delinquenza, infatti di recente hanno fatto la richiesta anonima di istituire un secchio della spazzatura nazionale in cui scaricare la loro merda, ovviamente la richiesta è stata respinta. A casa mia si dice che certa gente ha la faccia come il culo, anzi non ce l’ha proprio. A proposito di anonimato, in certi casi è fondamentale l’omertà. Per esempio un amico mi ha detto che se la fa con una che sta con uno. Cosicché gli ho chiesto: ‘E come si chiama questa signorina?’. Lui, concentrandosi molto, mi ha risposto: ‘Aspetta, si chiama… Eh, adesso non me lo ricordo…’. ‘Ah!’ ho commentato. Memoria labile e intermittente? No, all’amico è convenuto tacere, non tanto per salvare la faccia a una di quelle che stanno con uno e fanno i pompini a un altro, quanto perché lui è l’altro e glieli fa come dice lui.


Poi si deciderà sull’argomento. Intanto mi viene in mente un fatto, quando ho chiesto a un uomo di accarezzarmi come dico io, lui mi ha guardata esterrefatto, non perchè fosse strano che avessi voce in capitolo, ma perché l’ho colto impreparato. Questo, per quanto mi riguarda, è il vero discorso da fare.

Manuela Grillo Spina.

domenica 10 agosto 2014

Sguardi sul mondo

Vivo la mia vita, bella, bella, arriva uno e scombina i piani. È l’amore, mi dico, è l’irrazionalità dell’amore. Sì, l’amore lo riconosco, so che l’irrazionalità dell’amore non è pazzia. Invece non riconosco gli effetti non riconducibili in alcun modo alla causa, poichè determinati dalla miriade di opinioni e giudizi sull’argomento. Tutti giustificabilissimi, a detta di chi indossa un paio di lenti deformanti e non lo sa. Certo, farglielo sapere è un’impresa in cui altri hanno fallito. Io ci riprovo, senza pretese, innanzitutto togliendo le lenti dal mio naso, per non fare come quello che predica bene e razzola male.

Lui e il suo lavoro. Sappiamo quasi tutte che il lavoro dell’uomo è più importante di quello della donna. Il fatto strano è che ogni volta incontro l’unico lavoratore del paese. Ha sulle spalle le sorti dell’Italia ed è talmente indaffarato da accollarmi le paturnie che non sa gestire, perché pensa che così deve essere. Io le rispedisco al mittente, osando aggiungere dosi di sincerità e d’amore disarmanti, perciò dopo un po’ piovono critiche: non va bene questo, non va bene quello. Dunque, fatemi capire, non importa che sono in gamba, intelligente, comprensiva, arguta, cioè non devo essere più in gamba, intelligente, loquace e arguta di lui. Ah, ecco, non devo parlare ed amare come dico io. ‘La questione è semplice’, direbbe l’uomo della strada, ‘gli serve una che gli fa i pompini come dice lui’, tu non vai bene. In effetti non ci mette molto trovare una che fa al caso suo, ma non ammetterebbe mai che le cose stanno così. Comunque, l’opinione dell’uomo della strada per quanto sia acuta, non coglie il nocciolo della faccenda che secondo me è la guerra, ovvero la visione del mondo improntata sulla dominazione, in cui le categorie ammesse ad esistere sono quelle dei dominatori e dei dominati. Mi ritengo fortunata ad essere nata sotto una buona stella, immune da smanie di dominio e ribelle a qualsiasi tentativo di sopraffazione. Per questo credo che i maschietti si facciano disonesti d’un colpo. Essendo deboli con i potenti e prepotenti con i cosiddetti deboli, insomma dei vili, non tollerano la potenza espressa in termini di amore. Al contrario, la mentalità guerriera e quindi maschia gli rende molto. Alle donne affiliate rende approvazione e consensi, in quel senso va intesa l’affermazione dell’uomo della strada e rappresenta l’ennesimo servigio offerto alla causa per la salvaguardia della cultura dello sfruttamento.

Da tempo mi chiedo con estrema perplessità come sia possibile che in Italia c’è gente che dà retta a un cretino che chiacchiera e che quest’ultimo possa rovinare la vita personale e sociale di una donna. Mica gli viene in mente che si tratta di un pallone gonfiato e da sgonfiare. La risposta più plausibile sono gli occhialetti deformanti, cioè la cultura e le consuetudini divenute normalità che, però, di normale e naturale non hanno nulla. Insomma, è come la storia della guerra, perché, se l’aggressività espressa attraverso la sopraffazione fosse naturale, non avremmo imparato niente né creato nulla, giacchè per imparare, pensare e trasmettere conoscenza ci vuole di vivere in pace. 

Manuela Grillo Spina.

domenica 3 agosto 2014

Logico, sì è logico.


In base a quale logica il fatto di indossare la gonna autorizza lo sguardo maschile a vagare insolente oltre le intenzioni reali della persona dentro la gonna?. Questo se lo sono chiesto tante donne. E secondo quale criterio le responsabilità dei comportamenti villani sarebbero della stessa donna dentro la gonna?. Giudizi e pregiudizi, ecco gli ingredienti collaudati, utili a trattenere le femmine per la maglia. Aglio, fravaglio... Cambiamo ricetta, va’.
Donne offerte agli sguardi degli uomini come l’ostia al Signore: 'Brave, buone e belle’, commentano gli uomini. Però gridano allo scandalo quando le cosce non sono pezzi di carne, bensì parti di un unico corpo, non esposte per piacere ad altri. Insomma, quando sono le mie. La differenza la sentono, quindi non va bene e la questione diventa scandalosa. Dichiarate che il corpo è vostro, sarete disapprovate. Provare per credere.

‘Sei troppo… Troppo, insomma. Capito?’ e fa prendere aria al petto con la mano. Quante volte mi è stato detto dagli uomini che sono troppo. ‘Troppo che vuol dire?’, ho risposto. ‘Troppo!’, dovevo capire… Invece di introiettare le ragioni degli altri ho pensato all’eccedenza tra me e me. Da dove arriva?. Emotività, vivacità, aspettative, farfalle nel petto, volontà di esprimersi, tutto insieme dà fastidio e quella mano a ventaglio che significa?. Mica ho il termostato delle emozioni!. ‘Sei complicata!’, annovero anche questo giudizio, l’hanno pronunciato con la bocca larga e una smorfia sul ‘cataaaa’. Stavolta senza ‘troppo’, poiché la complicatezza femminile è un difetto di per sé, non c’è bisogno di quantificarla, mentre il fatto di essere abili millantatori, caratteristica altrettanto non quantificabile, in genere la negano con molta furbizia. Comunque, le chiacchiere stanno a zero giacchè penso quello che voglio. Ho concluso che il troppo non è quello che mi appartiene. I disagi, le idiosincrasie altrui, quello è troppo e mica me lo devo accollare per forza. A ciascuno il suo bagaglio.


In base alla logica balorda qualora volessi sposarmi dovrei fare due conti e dare un valore di mercato ai pezzi di corpo. Quelli delle bambole, per esempio, l’importante è che siano esposti in vetrina e soprattutto non ipotecati, ovvero falsamente intonsi. Vecchia storia si dirà. Eh sì, nel mercato del matrimonio è così. Protesto: ‘A me il mercato non interessa!.’ ‘Male, molto male’, m’è stato risposto, ‘dovresti metterti in testa che contano soltanto le caratteristiche esprimibili attraverso una grandezza, se no non valgono. Per esempio: troppo, poco, piccola, grande. Altrimenti come facciamo  a controllarti?.’ ‘Infatti, non controllatemi, in testa mi ci metto quello che mi pare’, ho detto. Eppure niente, non hanno capito. E allora: 'aglio, fravaglio, fattura ca nun quaglia, corna, bicorna, capa r’alice e capa r’aglio'. Gli esperti dicono che per essere efficace l'incantesimo deve essere accompagnato da sputacchiatine e gesti di corna.

Manuela Grillo Spina.

domenica 27 luglio 2014

Dignità.


Quando gli uomini giudicano le donne mi fanno ridere, quando alcune donne ci credono mi fanno ribrezzo. Come è noto gli uomini criticano il comportamento femminile poiché intendono dominarlo attraverso il giudizio, non ci credono neanche loro a quello che dicono, è soltanto una prova di forza, anche perché spesso non scelgono degli esempi di virtù, che notoriamente va corrisposta allo stesso modo. Le donne che fanno finta di crederci per essere approvate sono più moleste degli uomini con le donne che si ribellano e le controllano con la rabbia delle sottomesse. È opportuno ridirle certe cose, nonostante siano state dette, dato che dalla fabbrica escono donne destinate a ‘vincere’, come tutti e come tutti non sopportano la disapprovazione. Per farli smettere di frignare bisogna consolarli dicendo loro che hanno vinto, soprattutto se hanno perso la dignità.


L’accoglienza riservata alle donne che contestano l’ordine costituito (parolone) e le convenzioni sociali è tutta un’altra faccenda e si basa molto sul dito perennemente puntato. Tu, tu, tu, come il telefono, è un vantaggio mica da poco. L'uomo che dice 'tu sei così' sa che le critiche non sono vere e che non potresti mai scendere a compromessi ed essere diversa da come sei. La società più è ipocrita più dice tu, tu, tu. Dai e dai a dire così, in quanto donna, vorrebbero indurmi a pensare negli stessi termini, aspettandosi che le qualità, i sogni, le belle immagini che mi appartengono le nomini con il tu non con l’io. Tutto ciò per far rifornimento di energie vitali indispensabili, di cui le donne sono da sempre dispensatrici silenti e spesso accondiscendenti. Avere dignità significa non voler essere sfruttata, non voler essere sfruttata per il senso comune significa essere imprudente. Meglio temeraria che serva.

Manuela Grillo Spina.

domenica 20 luglio 2014

Va be', a dirla tutta...

...le donne in questo paese non contano niente, per contare devono sgommare con l’automobile, magari comportarsi da carogne come alcuni uomini. C’è da dire che molte ci riescono benissimo. Si tace su riconoscimenti e meriti reali, per i quali, in questo sistema, i posti sono già assegnati in base alla posizione sociale, quindi senza commettere discriminazioni di genere. Le donne che vogliono dei meriti perché pensano di averne, devono combattere battaglie cruente che poche capiscono e molte ostacolano. Quest’ultime preferiscono accapigliarsi per motivi futili, come le protagoniste dell’isola dei famosi. Perciò nella quotidianità tocca combattere per uno stronzo con donnette con cui non mi scambierei nemmeno per tutto l’oro del mondo. Ma quando si dovrebbe parlare dei soprusi maschili stanno tutte zitte e quando si dovrebbe parlare dell'immaginario di donne reali, non di stereotipi, alcune non sanno neanche di averne. Cosicché, pensando con la mia testa, la mia testa mi dice di non sottostare alle prepotenze di qualsiasi genere, da qui iniziano le lagne. Per alcune pensare autonomamente e dissentire dall'opinione della maggioranza è un’idea incomprensibile, lo è in un'Italia che celebra la bravura della donna quando è funzionale a qualcosa, ma soprattutto a qualcuno e la disprezza se non serve a nessuno e osa vivere. Questo è un fatto culturale, la cultura italiana è maschilista, cioè sono quarant'anni che sento dire queste cose. Intanto io non sono stata con le mani in mano, ho fatto la mia parte affinchè la cultura cambiasse. Invece gli stereotipi e i pregiudizi di genere non sono spariti, anzi raggiungono facilmente nuovi adepti. Quando alla gente non basterà più la colla e cercherà un motivo per stare insieme, non trovandolo, ragionerà e, forse, qualcosa cambierà davvero.

Manuela Grillo Spina.
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domenica 1 giugno 2014

Vero!

Per chi adempie l’ingrato compito di dire le cose che vede, il che è una specie di vocazione oltre che un divertimento, il contesto sociale spesso tiene in serbo un trattamento speciale. Tutti la vezzeggiano, però la verità è scomoda: crea inimicizie e può addirittura complicarti la vita e di parecchio anche. In particolar modo, quando la regola è la menzogna, la difesa da parte dei vili colti in castagna è la negazione del fatto ‘scabroso’, ossia della verità. A me piace dire le cose che vedo e sfruguliare la cattiva coscienza della gente, tenendo presente che tra falsa e cattiva coscienza secondo me c'è una differenza. Purtroppo, quando è così, le noie non finiscono mai, poichè l’omertà degli altri, da cui gli imbroglioni traggono ampi vantaggi, fa la sua parte. Per esempio, lo stato attuale delle strade di alcuni quartieri della capitale è pessimo, ciò dipende in gran parte dall’educazione dei cittadini/e, i quali cospargono i marciapiedi di immondizia e cartacce. Nel momento in cui dico ciò che è palese a tutti, innesco una reazione strana, invece di mettersi dalla mia parte, gli altri, pur sapendo che sto dicendo la verità, si schierano con quelli che negano l’evidenza, oppure, altrettanto stranamente, stanno zitti. ‘Lo dici tu quindi è un problema tuo’, questo è il nocciolo del discorso. Cosicché, nonostante ci sia spazzatura dappertutto, non è vero che i signori e le signore dei quartieri perbene della città opulenta siano degli zozzoni. Cattiverie e stupide scaramucce sono diventate la norma nel vivere sociale, ma siccome ci tengono tutti e molto a preservare la propria immagine pubblica di quelle meschinità non bisogna parlarne. Il fatto di svicolare dal senso comune compiendo un ribaltamento di prospettiva è un atto sovversivo. Nel dare voce a una qualche forma di dissenso di solito il rischio è quello di essere messi in mezzo. Ti fanno le pulci, partendo dal presupposto che siano tutti scorretti come loro, al fine di trovare qualcosa di sbagliato. L’integrazione forzata quindi è la ‘punizione’ per chi ha osato non accettare il comportamento disonesto e omertoso dei molti che speculano inopportunamente. Non soltanto chi crede nella giustizia è tenuto/a a rispettarne l’ordine! Comunque sia, in tal caso il vantaggio c’è ed è l’eventualità di ottenere giustizia in base al sistema che la distribuisce, spesso a vanvera, ma a volte con ragione. 

Manuela Grillo Spina.
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domenica 18 maggio 2014

Pace e giustizia

'La pace è più importante di ogni giustizia; e la pace non fu fatta per amore della giustizia, ma la giustizia per amor della pace.' Martin Lutero

La giustizia è un ideale e viene applicata in questo paese in modi a dir poco discutibili, deve essere perchè ha a che fare con la verità. La mia intenzione non è quella di sollevare una polemica, l’ennesima sul meccanismo farraginoso della giustizia, a mio avviso non è la burocrazia l’unico problema, ma ciò che si considera legittimo. La quotidianità non risparmia esempi di ingiustizie divenute prassi. Come ho detto qui e altrove, tempo fa ebbi a che fare involontariamente con una coppia, ovvero il tipo di famiglia più simile a un’associazione di stampo mafioso che a una comunità di persone che si vogliono bene. Il loro comportamento era noto a molti, ma nessuno parlava, perché nel contesto in cui agivano non appariva fraudolento. Tale condotta è imitata da numerosi piccoli agglomerati umani inopportunamente chiamati famiglie. La sfortuna ha voluto che, per il solo fatto di esistere, gli faccia notare quanto poco si amino e cioè quanto siano falsi nei rapporti più stretti. Non mi stancherò mai di parlare di questo, affinché esista giustizia. Voglio pensare che la causa di tutto ciò sia la corruzione, in primis quella degli animi e che se si rendessero conto di ciò che fanno non agirebbero per causare danno ad altri. Paradossalmente, vivendo in base a principi condivisibili in una società sana, secondo i nuovi mostri commetterei un errore imperdonabile. L’’errore’consiste nel richiamare all’attenzione regole che loro non riescono ad applicare. Per questo si rifanno al formalismo, alle norme facili, che prescrivono qualcosa da fare e le sanzioni in casi di mancata osservanza delle leggi. Però, le eccellenti mostruosità non citano mai i contenuti, soprattutto non guardano mai se stessi/e. Può essere che non si siano accorti di vivere in democrazia, il che c’entra con la giustizia. È logico che bisogna pagare le tasse, ma non si può essere penalizzati perché molti non lo fanno. Il concetto è quello delle coppie criminose infastidite dalla sincerità. La giustizia non è fatta solo di codici di condotta che regolano la vita sociale, se fosse così non potrebbe imporre l’onestà ai cittadini/e. Siccome la giustizia è un ideale occorre metterla in pratica, di conseguenza in carcere ci starebbero i delinquenti veri.

Manuela Grillo Spina.
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domenica 4 maggio 2014

Per non stare in finestra

L’interazione con bipedi della stessa specie è faticosa, si sa. Di solito per arginare il problema la gente s’inventa dei pericoli, oppure passa il tempo in circuiti protetti. Il tour dei centri commerciali ne è un esempio. Anche gli outlet e parchi giochi, dove la comunicazione è quasi impossibile, fanno parte dello stordimento programmato.
Invece ci sono dei luoghi che uno ci deve stare tanto tempo per capire cos’hanno da dire. Al Teatro Valle, a Roma, una targa ricorda la prima rappresentazione dei ‘Sei personaggi in cerca d’autore’, del 9 maggio 1921. Si trova all’entrata, all’inizio dello scalone. Nella sala adiacente gli aspiranti spettatori e spettatrici siedono ai tavolini del bar, la cui parete è fatta di specchi ed emana luci azzurre. Se ci si mette nello spazio tra le due sale, dalle porte a vetri si possono vedere la targa e le luci azzurre. Dopo un po’ appaiono anche gli spettatori e le spettatrici dell’epoca. Quindi si sente lo strusciare dei vestiti, il brusio e da qualche parte è possibile vedere Pirandello pensoso. Fatto questo, basta giustapporre l’immagine del pubblico di allora con quella del pubblico di oggi per accorgersi che i luoghi fanno accadere le cose. Gli spettatori vorrebbero rimanere tali, come di consueto portano in giro le acconciature alla moda. Agghindati o per niente agghindati, si raccontano la vita che vivono nel lasso di tempo che li introduce alla rappresentazione. Ma la scena inizia da lì. Gli spettatori vengono a teatro, convinti di fruire di un evento, poi ne sono partecipi. Alcuni vedono i personaggi girovagare nel foyer e sono contagiati dalla passione creativa dell’autore. L’impertinente volontà di far succedere le cose mica è un giochetto di prestigio, arriva persino nella strada, ti accompagna a casa. Apri la porta e la ritrovi, chè magari c'era già.

Manuela Grillo Spina.

lunedì 21 aprile 2014

Lo Stato siamo noi

Il darwinismo sociale è stato usato nelle discipline sociologiche per giustificare le disuguaglianze sociali. Da Wikipedia: 'Lèvi Strauss fa risalire l'origine del razzismo, del darwinismo sociale e di altre teorie consimili alla contrapposizione dell'umanità all'animalità:
'Mai meglio che al termine degli ultimi quattro secoli della propria storia l’uomo occidentale ha potuto comprendere che, arrogandosi il diritto di separare radicalmente l’umanità dall’animalità, accordando all’una ciò che toglieva all’altra, innescava un circolo maledetto, e che la medesima frontiera sarebbe servita costantemente a porre distanze fra gli stessi uomini e a rivendicare, a favore di minoranze sempre più ristrette, il privilegio di umanità, nozione ormai corrotta perché improntata all’amor proprio'.
Per maggiori informazioni consultare l'enciclopedia. Siccome nella nostra società opulenta molti si illudono di essere migliori di quelli che sono e di non attuare comportamenti volti allo sfruttamento degli 'altri', l'ho voluto citare nel post. Da quello che vedo intorno a me, lo sfruttamento è diventato 'normalità'. Sono diventati 'normali' l'egoismo diffuso e l'indifferenza. Il titolo del post: 'Lo Stato siamo noi' non era per fare effetto, ma perchè ho interiorizzato questo principio e partecipo alla vita sociale, quindi ho compiuto scelte importanti. In sostanza non me ne frego degli altri così come non me ne frego di me stessa, Perciò, il fatto di comprendere che c'è una massa di inetti/e che invece se ne frega e fa di tutto per affondare questo paese mi fa irritare e non poco.
Manuela Grillo Spina

Lo Stato siamo noi....

... dunque sono forte abbastanza, tanto da non cedere all'assitenzialismo!
Sette anni or sono, da alcuni esponenti delle istituzioni sentii un’affermazione che mi rimase impressa e di questo riferirò. Alcuni ministri dissero che i/le giovani italiani/e erano dei bamboccioni/e viziati, procrastinavano la decisione di lasciare il nido di origine e vi rimanevano sino a tarda età, un po’ per le condizioni di precarietà del mondo del lavoro, ma molto per un abito mentale divenuto consuetudine. Mi dissi che non ero una bambocciona e me lo dimostrai, per fortuna. Così, mi licenziai dal lavoro che svolgevo, un posto fisso in cui non potevo realizzare quello che volevo e iniziai una nuova vita, poiché la scelta comportò dei cambiamenti importanti. Le critiche non sono mancate sia per quanto riguardava la mia scelta sia sull’avventatezza, a parere di alcuni, delle affermazioni dei Ministri. Credo invece che il loro lavoro, quello per cui sono pagati, consista nell’esternare un pensiero schietto e a volte provocatorio. Il Presidente del Consiglio rappresenta un’istituzione della Repubblica italiana e non può che dire che l’Italia è fondata non affondata sul lavoro, citando l’art. 1 della Costituzione italiana. La mia logica, che può apparire ingenua, riflette una chiarezza di intenti. Da che ho memoria le lamentele sul governo e sulla politica in questo paese non sono mai mancate e spesso a ragione. Considero la Repubblica un pluralismo di energie, non un organismo da inaridire. La metafora della mucca da mungere, associata allo Stato, non è nuova, purtroppo verosimile, poiché attualmente lo spazio pubblico per alcuni è il mercato in cui negoziare e ottenere scambi vantaggiosi. Intendo le risorse di un Paese non solo in termini finanziari. Per questo credo che le istituzioni siano chiamate a dare fiducia alla cittadinanza, a fornire le basi con l’esempio per orientare al meglio le scelte personali nel rispetto del pluralismo culturale e dei diritti e doveri di ogni cittadino/a. A parer mio, nel momento in cui i rappresentanti delle istituzioni fanno chiarezza, simbolizzano il principio di uguaglianza contenuto nell’art. 3 della Costituzione, il quale prevede che: ‘Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese’.

La rassegnazione allo sfacelo e al clientelismo non producono fenomeni di auto-esclusione dal mondo del lavoro e dalla vita sociale e politica? Dunque, sono ostacoli determinati dalla condizione sociale ed economica. Ebbene, il compito dello Stato è quello di rimuoverli. A proposito, anche gli stereotipi e le discriminazioni associate al genere e all’etnia sono ostacoli di ordine sociale. La normativa sul finanziamento per la formazione degli insegnanti alle pari opportunità è stata recepita nella legge Carrozza e verrà attuata in base ai criteri stabiliti nella direttiva. Il testo di legge è stato criticato da alcune associazioni di genitori che interpretano lo smantellamento degli stereotipi di genere come una ‘minaccia’ all’istituzione familiare. Il fatto non merita un commento. Comunque vorrei far notare le critiche provenienti dal sociale ai rappresentanti delle istituzioni quando svolgono correttamente il loro mestiere.

Manuela Grillo Spina.

domenica 6 aprile 2014

Creatività e renaissance

La creatività sprona la creatività. Cosa significa essere creativi?. Per me creare è dare origine a un'idea, estrarre un’invenzione dall’atmosfera colorata e brillante. Però, è difficile dirlo in termini numerici, eppure il discorso spesso va a parare proprio lì. Tuttavia neanche in questo modo si riesce a convincere il popolo dormiente di ‘Una fidanzata in coma’. Il documentario, scritto da Bill Emmott e diretto da Annalisa Piras, è uscito lo scorso anno ed è visionabile nel web. In sintesi la creatività si sviluppa in società prospere. Crea occupazione e sviluppo in termini economici ma anche politici, portando alla ribalta nuove elite o gruppi non necessariamente elitari che si sostituiscono alla classe dirigente che li ha preceduti. Questo circolo virtuoso in Italia è fermo da circa trenta anni. Alcune delle ragioni dello stallo rigenerativo sono individuabili nell’intricato sistema burocratico che invece di incentivare la concorrenza stimola comportamenti illeciti, escamotage o sotterfugi per aggirare le norme. Nelle collaborazioni tra settore pubblico e privato, il modello di governance, tutti devono sapere di poter partecipare perché nella maggior parte dei casi è sicuro che vince davvero il migliore. La diffusione capillare di piccole imprese, generalmente a conduzione familiare, è un ulteriore motivo della stasi nel processo di sviluppo e ripresa culturale, economica e politica. Le pmi fanno fatica a innovarsi e a mettersi in una rete relazioni in cui la capacità di interagire con gli altri è indispensabile. Il che non deve dare origine al sistema clientelare, come nella maggior parte delle volte viene tradotta la capacità di interagire con gli altri. Un ulteriore motivo della stasi è l’educazione scolastica, troppo incentrata nella trasmissione di nozioni e procedure che trasformano i/le giovani in esecutori di ordini piuttosto che in creativi e propositivi futuri talenti. Questo è messo in luce nel documentario: ‘Una fidanzata in coma’ ed è un punto di vista interessante, poiché dice della tendenza a considerare la cultura in modo molto rigido, con arroccamenti difensivi altrettanto rigidi. Le persone creative creano e sono state create, sono ‘prodotti’ della società, che gli piaccia o no. Francamente penso che la cultura faccia bene non quando informa, ma quando libera il pensiero e diverte. Se c’è soltanto ‘una’ cultura in un mondo globale vuol dire che qualcosa non va bene. È irragionevole difendere una mentalità che ostacola la realizzazione degli individui attraverso molti comportamenti e atteggiamenti, primo tra tutti l’indifferenza.
La demonizzazione dell’ingerenza del mercato nella sfera pubblica è sacrosanta e lo è perché in Italia ciò causa intrallazzi a non finire. Non soltanto il profitto, dunque, ma tutto un complicato meccanismo di corruzione che ha a che fare con una parte della mentalità italiana. Non dovrebbe esistere una lista di competenze suddivise in abilità e saperi di serie A e serie B. Invece questa classificazione esiste a proposito delle competenze utili per sopravvivere in un clima opaco dal punto di vista occupazionale, culturale e relazionale, ma anche economico e politico. In altre parole chi è furbo si fa strada chi non lo è no. La competenza fondamentale sarebbe la furbizia, intesa come propensione a fiutare l’occasione e il vantaggio utilitaristico. Di creatività però si parla e nella quotidianità si traduce nella ricerca pratica e nella costruzione di un mondo vivibile, in fenomeni collettivistici in cui nessuno è protagonista, ma partecipante. Dico questo perché sono interessata ai progetti menzionati. Non a caso, di recente, si parla parecchio di beni comuni. La cultura e la creatività sono considerati beni comuni, cioè utili all’esercizio dei diritti civili e politici e allo sviluppo della persona, per questo devono essere tutelati. Senza creatività e cultura il paese non cresce. Il circolo virtuoso non riparte. Ciascuno, i movimenti autogestiti e le istituzioni lottano per la gestione dei beni comuni, questa è la posta in gioco. Non intrighi speculativi e finanziari, ma la competizione per la definizione di cultura e dunque per la proclamazione di quella dominante. I movimenti dal basso si pongono in modo alternativo nello scenario di culture al plurale, dove i cittadini/e scelgono in base ai propri interessi e ai propri orientamenti. Che male c’è?. In teoria nessuno, anzi ciò è indice di vera democrazia. Con la mano a visiera mi metto a guardare l’orizzonte e scorgo manifestazioni di maggiore partecipazione politica. Per esempio la street-art e i graffiti sono espressioni di interazione spontanea con gli spazi urbani. Queste pratiche molto diffuse potrebbero essere incluse nella definizione di rigenerazione urbana con cui si intendono le ‘attività di trasformazione che incidono sulla struttura e sull’uso della città, il che implica cambiamenti spaziali e fisici, ma anche economici, culturali e creativi, dunque un processo di riqualificazione e valorizzazione molto complesso (R. Galdini, ‘Politiche di rigenerazione urbana e loro effetti laterali ma non secondari’, in ‘Città, bisogni, desideri, diritti. La città diffusa, stili di vita e popolazioni metropolitane’, G. Nuvolari e F. Piselli, Franco Angeli, Milano, 2009). La globalizzazione e la delocalizzazione delle attività produttive infatti hanno contribuito ad assegnare ai centri urbani un ruolo preminente nella gestione di specifiche attività produttive. Anche dal punto di vista politico, le città sono diventate nodi di intersezione in cui si incontrano le realtà della contemporaneità globalizzata e si concretizzano flussi internazionali a livello locale. Per questo, sono diventate centri di sviluppo e attività culturali e creative. Il concetto di rigenerazione urbana esula da quello di riqualificazione standardizzata, perciò è l’ambito in cui coesistono pluralità culturali, religiose e di genere. Pare che la cittadinanza abbia colto la possibilità di ridefinire o autodefinire la propria identità, agendo creativamente nel luogo in cui vive. L’arte di strada colora la città grigia, fenomeni di street-art sono presenti ovunque a Roma, segno che la logica della rigenerazione urbana ‘dal basso’ supera la dicotomia tra centro e periferia. Perciò, oltre al dormiveglia furbetto di molti, segnalo fenomeni di decostruzione e ricostruzione degli spazi e dei linguaggi adatti per raccontare le realtà che cambiano, fenomeni correlati di decostruzione delle gerarchie vuote di significato, al fine di creare relazioni, spazi interiori e sociali, attribuendo nuovi significati e in modi diversi da quelli usati dalle generazioni che ci hanno preceduto. E non è mica finita qui.


Manuela.

domenica 23 marzo 2014

Lavorare, pensare, sentire, sono verbi irregolari!?

Nei luoghi ufficiali della cultura si possono scorgere non di rado cofane e facce seriose. Intanto che mi muovo con passo felpato tra le sale eleganti e addobbate per l’occasione, penso a Cirano che non sopporta i signori imbellettati e la gente che non sogna. Infatti, ci sarà pure un nesso tra i belletti e la condizione di rassegnazione cronica... 
Allora nei luoghi deputati alla cultura ufficiale è possibile avvistare gente seriosa, rigorosamente conforme allo stereotipo dell’intellettuale snob e svariate cofane appartenenti a signore che per chiamarsi tali debbono sfoggiare il look adatto. Attualità si dirà, flora e fauna ravvisabile oltre che nei luoghi ufficiali della cultura anche al ristorante di sabato sera. Quindi, sguardi truci e vagamente insofferenti, rapide occhiate in giro per cogliere quelli altrui e catturarli con sufficiente spocchia, se non poi li sgamano che sono spocchiosi. Nei luoghi ufficiali della cultura però la cultura è proposta per il piacere che offre. Quindi, perché tante facce incazzate e non un bel sorriso che si espande dagli angoli della bocca sino alle orecchie?.

Quando facevo la cameriera avevo dei bicipiti niente male. Daniel insegna che il movimento stimola il pensiero: ‘Dai la cera, togli la cera…’. Il lavoro manuale e intellettuale hanno un elemento in comune: bisogna pensare e sentire.
Domenica scorsa ho partecipato all’evento di chiusura della kermesse ‘Festa del Libro e della Lettura’, all’Auditorium Parco della Musica a Roma. É stato un evento molto interessante, in cui intellettuali, scrittori, musicisti, giornalisti e critici letterari hanno parlato del lavoro e in particolare del lavoro degli operai nelle fabbriche. Per dirla con ironia la novità ha riguardato l’esistenza di una classe sociale composta da questa categoria di lavoratori. Nella serata di domenica scorsa si è parlato della loro realtà lavorativa ed esistenziale. Si è detto che molte delle mansioni che un tempo erano svolte dagli operai nelle fabbriche ora vengono svolte dalle macchine. La sostituzione della macchina all’uomo ha migliorato la vita delle persone. Di sicuro non è l’unico fattore responsabile del clima irreale che si respira in questo paese, in cui sembra che tutto, lavoro compreso, debba essere comodo, bello e facile, rifiutando qualsiasi situazione di disagio e di sacrificio. Quale circostanza più adatta per parlare di questo argomento se non l’evento accennato?. La cultura infatti è sacrificio, se senti di svenire per la stanchezza, vuol dire che ti stai misurando con il prezzo della conoscenza. Ok, fin qui tutto chiaro.
I filmati d’epoca proiettati durante l’incontro ritraevano gli operai della Fiat chiusi nelle fonderie, in luoghi paragonabili all’inferno, dove trascorrevano otto ore al giorno, tutti i giorni. Solo con le lotte i lavoratori hanno acquisito dei diritti. I documenti filmici hanno raccontato di moltitudini che scioperavano con il tesserino in bocca: ‘Vogliamo lavorare, vogliamo lavorare, vogliamo spaccarci la schiena nelle sale d’assemblaggio’, quei visi a me parlavano in questo modo. E se ci fossi stata, anzi c’ero ma ero ragazzina, gli avrei chiesto: ‘Perché accettate un lavoro che vi distrugge?’. ‘Perché si’, mi avrebbero risposto, ‘per dare da mangiare a voi, farvi studiare, comprare le case dove abitate e che ora valgono una fortuna’. Io l’ho provato questo sentimento e ho svolto dei lavori molto faticosi, ma ho resistito soltanto un anno. Perciò, mi sono domandata se sono schizzinosa e se desiderare una vita migliore debba essere un torto, poi mi sono risposta facendo dei distinguo. Quegli operai indubbiamente sentivano la fatica che ho sentito anche io. Mi sono identificata, rivedendo uno spaccato di storia vissuto da persone che i derivati del benessere materiale non avevano ancora anestetizzato. Quei lavoratori avevano dignità del proprio lavoro e, quando il sudore gli gocciava sulla faccia, i muscoli bruciavano e le ossa erano indolenzite, cantavano, come le donne che sfaccendano, come gli schiavi nei campi di cotone. Oggigiorno sembra che abbiano separato il canto dalla fatica e lo sfruttamento dalla percezione dello stesso.

‘La carta d’identità gli ricorda che lo studente prende schiaffi dalla vita ma il dolore non lo sente’. La canzone è ‘Nuvole e fango’ di Fedez feat e Gianna Nannini. Chi studia è audace, ma l’Italia a due velocità sul piano del lavoro è diventata difforme anche sul piano socio-economico, culturale e politico. Super tutelati da una parte e super precari dall’altra. Invece dei ‘choosy’, cui non frega niente di esserlo, i non ‘choosy’ si agitano davanti alle provocazioni. Quelli/e schizzinosi forse credono di avere il diritto al lavoro e gli altri di dover accettare lavori sottopagati e dequalificanti. Eppure il fattore economico non determina da solo l’organizzazione sociale e la cultura gioca un ruolo fondamentale per poterla cambiare. Lo studente non li sente, ma lo sa che sono schiaffi, allo stesso modo la coscienza di classe permetteva agli operai di scioperare per migliorare le condizioni lavorative. L’autoconsapevolezza è un concetto che ha molte sfaccettature ed è forse più difficile da raggiungere ora che le masse non si identificano più nei partiti di destra o sinistra. Però a me piace l’autoconsapevolezza perché fa rima con libertà. La libertà di creare, ciascuno insieme ad altri, le condizioni per vivere meglio. La libertà che io sento, non del tutto svincolata dal contesto se no non sarebbe libertà, è quella dello studente della canzone che prende in mano la propria vita. Posso fare un mucchietto degli schiaffi presi e creare un poema o un’invettiva contro gli schiaffeggiatori non del tutto vivi né del tutto morti, posso vivere anziché farmi vivere. Per me il lavoro privo dello spazio per agirci dentro non è lavoro, è schiavitù.

Manuela.