domenica 28 luglio 2013

Nel branco l'amore non conta...



... nel branco conta mentire. Il branco di bestie si è arrogato il diritto di farmi le pulci, di conseguenza io ho indagato il loro comportamento. Siccome chi osserva è osservato, ho potuto constatare che ci sono moltissime coppie come Silvia e Paolo, le quali non si amano e scaricano la loro sporcizia ovunque. Essi invadono lo spazio pubblico e nel mio caso anche quello privato, poiché non hanno il coraggio di guardare nel proprio. È l’attenzione ciò che vogliono e l’avranno. Cominciamo subito da un esempio. Silvia, la cagna per capirci, mi ha tampinata per anni come una stolker, ha messo contro di me i miei amici, colleghi e conoscenti. Se fosse stata onesta avrebbe rivolto l’attenzione alla sua di vita in cui avrebbe trovato facilmente del marcio. Ha potuta sputacchiare veleno senza che nessuno la redarguisse in quanto moglie cornuta e disamorata del marito. Come dicevo la volta precendente, la realtà del branco, che spacciano come l’unica realtà possibile, dà diritto alla cagna maritata di maltrattare l’ipotetica rivale, poichè donnette del genere adorano sentirsi compatite dagli altri. Possiamo definirla la cagna-capo e, se ha manipolato il mio entourage per avere un po’ di importanza, avrà la soddisfazione che cercava. Forse è la più cagna di tutte, ma ce ne sono tante simili a lei, le quali sopportano malvolentieri la vicinanza dei compagni o mariti, ma si immolano per avere uno status. Comunque, preferisco estendere il campo di indagine alla gente, quella che per strada mi fa segnacci, mi pone domande alludendo ad altro per schernirmi o provocarmi. Assisto a tali comportamenti e mi viene da pensare che i cretini, maschi e femmine, dovrebbero restare nei loro recinti, e invece sconfinano di continuo. Bisogna compatirli, poiché l’unica soddisfazione che hanno è quella di rompermi le balle. Ma, pensandoci meglio, credo che si comportino in questo modo per legittimarsi attraverso l’aggressività, come fecero Silvia, Paolo e le altre bestie, seguendomi ovunque. Dato che si tratta di un gruppetto di nuova fattura, che non ha un universo di riferimento collaudato, queste bestie devono giustificare la loro esistenza nello spazio sociale con la prepotenza. Essi non si identificano nei valori fondamentali del rispetto della dignità umana, della libertà individuale associata alla partecipazione democratica. Questi sono ideali troppo alti ed è difficile che, strisciando in terra, ne colgano il senso. Tutt’al più si idenficano negli interessi particolaristici legati all’attività che svolgono. Se hanno dei beni materiali da esibire, attirano la stima della massa. Silvia e Paolo, con dei quattrini ma senza educazione né rispetto, hanno imbambolato gli astanti. Nonostante nei mie confronti si siano comportati da criminali, nessuno o veramente pochi li hanno visti con gli occhi puliti, quel tanto che basta da giudicarli per quello che essi sono. C’è da dire che in questo paese vige un tacito accordo basato sulla strenua difesa della sporcizia coniugale, da nascondere a tutti i costi. Il loro è una specie di patto mafioso, neanche davanti all’evidenza ammetterebbero che hanno una vita di merda. Non sono disposti a prenderne coscienza, altrimenti il castello di carte salterebbe per aria: un piccolo potere concesso loro in un paese dove non conta il merito, non contano le capacità nè la buona volontà nè l’onestà. Dove non importa se si sta insieme senza amore, ma importa esporre la coppia istituzionale con lo strascico di vari status symbol. Essi confondono l’amore con il concetto di proprietà, che estendono in tutti gli ambiti dell’esistenza. L’ipocrisia conta di più della sincerità, anzi chi è sincero gli sta sulle palle. Infatti, in un ambiente del genere, la propensione alla sincerità mi ha causato non pochi problemi. L’ipocrisia e le menzogne socialmente approvate hanno un valore, così come ce l’ha chi è ipocrita, perché, per coprire tutta questa corruzione, innanzitutto degli animi, bisogna saper mentire. Prestar giuramento a nobili ideali è oneroso, ma cedere all’immaginario ridicolo del branco, che impone a tutti con la prepotenza, è inaccettabile. Si tratta di beni materiali come l’automobile, l’abbigliamento, che nel loro mondo diventano feticci, rimandano a qualcos’altro e vi si identificano. Non hanno la capacità di concepire un pensiero astratto in cui rivedersi, perciò misurano il prestigio sociale con gli oggetti. È con questi riferimenti simbolici che si ostinano a interpretare i comportamenti e le parole delle persone che gli danno fastidio: io, ma anche altri, forse meno combattivi di me che ne parlo. In quanto gruppo non svilupperebbero senso di appartenenza se non con la violenza, poiché nulla li sorregge, né un ideale né un disegno comune volto al rispetto reciproco.
Io mi dispiaccio se lascio la mente errare nei difetti fisici altrui, se mi scopro a criticare malamente un modo di vestire o di atteggiarsi. Infatti subito dopo aggiusto i pensieri. Invece i cavalli di battaglia di quelli del branco sono la maldicenza e l’atteggiamento vessatorio, volti a umiliare le persone che temono in quanto moralmente più elevate e non c’è bisogno di vincere un premio per esserlo nei loro confronti. La competizione per l’affermazione di sè ormai si svolge secondo queste regole: mancando, in generale, la buona volontà e l’intraprendenza, va di moda la calunnia e mezzucci simili. Il successo conta di più del riconoscimento stabilito secondo regole leali. Il gioco è truccato e chi vuole competere con onestà viene tagliato fuori. Lo stesso discorso vale per l’ambito relazionale. Siccome c’è competizione dove dovrebbero entrare in gioco le emozioni, molte donne annientano le ‘rivali’ con la chiacchiera maligna, ciò per accaparrarsi un uomo e ricevere il tesserino di convalida, la posizione sociale tanto agognata a scapito della felicità. In effetti in Italia le donne vengono apprezzate soltanto in qualità di mogli e madri. I ruoli da cui non riescono a svicolare le ingabbiano e frustrano le loro aspettative. Si potrebbe dire molto su questo argomento, se non fosse già stato detto tutto, ma nessuno ha ascoltato. Di fatto le donne che non accettano un misero destino e si ribellano, in questo paese rischiano di fare un brutta fine.
Il gruppetto di bestie ignora i principi umani universalmente riconosciuti, però, non si comporta bestialmente con tutti. Per esempio, molti di loro si inchinano di fronte a quelli che hanno uno status più alto e si sfogano con gli altri. Nel tempo ho avuto modo di scrostare la superficie e far emergere qualcosa che assomiglia a uno scenario horror, soltanto che questo non è un racconto, ma la realtà. Ho condotto me stessa, le mie idee e i miei sentimenti dove credevo ci fosse qulacuno capace di recepire e il tempo mi sta dando ragione. L’aspetto più terribile di questa vicenda è stato scoprire che il branco mette le etichette anche ai sentimenti, all’amore soprattutto. Secondo la logica dovrebbero frequentare i propri simili. Tuttavia, essi difettano di entusiasmo e di sentimenti genuini, della volontà e della speranza di poter far qualcosa di buono e si attaccano come parassiti a coloro i quali tutte queste carattereristiche ce le hanno. Dico di me, ma sono quasi certa che ce ne siano altri che fungono da alimentatori di energia o da attaccapanni, il che è il ruolo complementare al rifornitore di energia. I gruppetti bestiali tarano verso il basso le ambizioni, azzerano le passioni, poiché seguirle costa fatica e senso di responsabilità. Non c’è da meravigliarsi se le donne del branco sono delle implacabili rompicoglioni. Esse smaniano per affermarsi sposandosi, la loro maggiore ambizione è riempirsi la pancia. In fondo sperano che il marito gli metta le corna per sentirsi importanti. Tutto qua. Non pensano all’amore. Gli hanno inculcato un elenco di istruzioni: l’amore corrisponde a uno che ti offre la cena, ti viene a prendere sotto casa con la macchina, tu devi essere remissiva e farlo sentire importante, magari fingere a letto e fuori. Questo è il prezzo da pagare per essere qualcuno. È questa la loro realtà che vorrebbero imporre a tutti. Si è avverato ciò che Pasolini ha detto nel film ‘Teorema’, che sarebbe venuto l’amore sotto forma di angelo e i borghesi non l’avrebbero riconosciuto, per questo li avrebbe sterminati. Il branco, che è qualcosa di diverso e forse peggio dei borghesi di cui parlava Pasolini, non riconoscono l’amore, vedono il male nei sentimenti disinteressati, perché il male ce l’hanno dentro. Hanno occhi sporchi con cui guardano sporcando. Vorrebbero essere sempre rassicurati da un ordinamento sociale, politico, giuridico meno, che gli dica come comportarsi, per poi eludere le norme a piacere, ma senza dare nell’occhio. Non è che l’ordine sociale o politico dica: ‘Dovete amare nel modo giusto’ e loro amano nel modo giusto, ‘dovete percepire il significato profondo dei valori umani universali’ e loro li percepiscono. Nulla garantisce questo. Eppure, essi si rifugiano nelle sovrastrutture per dare importanza alle loro unioni senza amore, alle loro vite senza vitalità.
Se c’è qualcosa di veramente tragico e corale in questa vicenda è la lotta, per la difesa dei sogni nostri e delle nuove generazioni, dall’annichilimento ad opera dei morti viventi. Nessuno dovrebbe manipolare o giocare con i sogni delle persone. La rivoluzione culturale che doveva cambiare il mondo ha fallito. Il cammino di emancipazione delle donne si è bloccato ed è rimasto invischiato nella modalità dello sfruttamento su cui si basa la corruzione e lo sfruttamento. Un modo per agire il potere senza danneggiare gli altri consiste nel cambiare in meglio i sistemi che ci vanno stretti. La rassegnazione non è la regola.   
     
Manuela.
  


     

domenica 21 luglio 2013

Il branco di bestie



Uno degli insegnamenti tratti dalla vicenda raccontata la volta precedente riguarda il comportamento di alcune donne. Silvia, ad esempio, è una di quelle, ma ce ne sono a mucchi, cresciute male, in un clima che le protegge e al contempo le svaluta. Come ha potuto non accorgersi delle conseguenze di quello che ha detto e fatto nei miei confronti se non a causa dell’indulgenza degli altri. Una volta, non contenta delle calunnie a distanza, mi seguì nel paese dove stetti per qualche tempo. Si portò dietro un branco di bestie per dileggiarmi, mai a volto scoperto, lo fece sempre alle spalle. Nessuno le disse niente. Ora, pare che qualcuno, con in dotazione dell’onestà, si stia rendendo conto di quello che hanno combinato quei due mascalzoni. Ma c’è di più oltre al fatto che la moglie cornuta deve essere celebrata e per convenzione ha il diritto di dilaniare l’altra, per poi accasciarsi di fronte al marito fedifrago. Oltre a ciò c’è da dire che a Silvia nessuno le ha mai detto nulla, né l’ha redarguita, perché la cultura maschilista predilige la donna incapace di assumersi le proprie responsabilità, scoraggiandola ad avere una dignità. Anche per questo la gente l’ha protetta dalle sue azioni e come lei protegge le donne che sbraitano come vipere con le altre, ma si inchinano di fronte al maschio e di fronte ai doveri sociali della femmina. Contro di me ha detto delle atrocità che, per inteso non qualificano me, ma lei, però nessuno ha avuto un moto di ribellione. Si sono scagliati contro di me e, se questo è la ricompensa per la scelta di essere responsabili della propria vita, capisco perché le donne non la vogliono. Eppure ce ne sono tante che lottano come me. Giorni fa, camminando, ho sentito una ragazza che gridava al fidanzato: ‘Io non ho due anni!’ e imprecava. Era un grumo di rabbia. La rabbia è causata dal fatto che il rispetto non è come il documento di identità, bisogna conquistarlo e lottare per essere riconosciuta in quanto persona adulta, in grado di interloquire e dire ciò che pensa. È possibile che quella ragazza si sia arrabbiata perchè non era ascoltata. La rabbia è suscitata dalla disonestà, con cui la gente di solito liquida la questione. Fingono di ascoltarti e con argomenti pretestuosi svicolano il punto e negano ciò che stai chiedendo, cioè il rispetto. Quella rabbia la conosco, ma occorre metabolizzarla per renderla produttiva. Il fatto è che, se nasci donna in questo paese, subisci forti pressioni dalla cultura e dall’educazione a chinare sempre la testa, a farti stupida, furba quanto basta per accaparrarti un uomo che giustifichi l’esistenza femminile e che fa finta di credere ai sorrisi ossequiosi solo perche vuole l’appoggino morale e materiale. Dato che io e altre donne non siamo stupide e per giunta a me fa schifo l’ipocrisia, non abbiamo scampo: o lottiamo tutta la vita per debellare la malafede di quelli che si mostrano accondiscendenti se accetti le condizioni del gioco o soccombiamo alle prepotenza di gentaglia che più che camminare striscia.
Un altro insegnamento riguarda la flora e la fauna della società italiana. Ciò non pretende di essere un dato scientifico, anche se dell’emersione di un ceto sociale di cafoni vestiti bene se ne è parlato ufficialmente. Parlo di una branco di delinquenti senza qualità, di cui Silvia e Paolo sono degli esempi perfetti, che denigrano gli altri, in questo caso me, per avere successo e visibilità. Non sono gli unici, come loro ce ne sono tanti (ad esempio il noto conduttore di una nota trasmissione radiofonica tardo-pomeridiana serale) e si organizzano come le bande criminali usando la prepotenza e l’arroganza. Sono convinti di avere il diritto di mancarmi di rispetto, a me o ad altri allergici al servilismo, e giustificano in questo modo le bestialità che li contraddistinguono. Sono convinti che per soddisfare i bisogni narcisistici possono, anzi debbono, sopraffare qualcuno. Le donne di questo branco sono le peggiori, perché maggiormente vessate. Siccome gli viene negato lo statuto di persona e non valgono niente, hanno bisogno di gettare fango addosso alle altre, allo scopo di appropriarsi delle qualità che vorrebbero e non hanno il coraggio di far emergere.  D’altronde la società premia i vincenti, i bulli, i furbetti. Noi altri, quelli che non mordono, dal loro punto di vista saremmo fessi. Se sapessero che gran spreco di energie e che strazio si prova ad avere a che fare con loro! O forse lo sanno e se ne beano, almeno hanno la misera soddisfazione di aver causato disagio.   
  
Manuela.

domenica 14 luglio 2013

La versione di Manuela



Se uno volesse ci potrebbe fare un film o scrivere un libro, ma dato che tutti sanno e nessuno parla credo che non ci sarà né film né libro. Meno male perché la faccenda avrebbe dovuto essere discussa in un’aula di tribunale, invece è stata fin troppo romanzata, perché si tratta di una di quelle faccende su cui di solito cala un velo di omertà e tanta ipocrisia. Parlo del matrimonio inteso come prostituzione legalizzata. Tale era la definizione che le femministe degli anni sessanta avevano coniato per l’unione matrimoniale fondata sulla tradizionale gerarchia dei ruoli, in cui il contratto sanciva il diritto di proprietà del marito sul corpo della moglie. Oggi le donne hanno acquisito l’indipendenza economica e si dicono molto emancipate dai ruoli di genere e dagli stereotipi relativi alla sessualità. Eppure la condizione di molte di loro non è cambiata. La subordinazione femminile all’uomo ha a che fare con la cultura e con l’educazione. L’Italia trabocca di donnette insoddisfatte che si tengono mariti e compagni che non amano per avere un ruolo nella società. Esse si concedono nelle vesti di mogli, in cambio di riconoscimento sociale. Detto questo racconterò ciò che è successo a me che, in un altro momento storico, o in diverse condizioni sociali e culturali, non si sarebbe verificato. Sei anni fa incontrai un uomo di nome Paolo, me ne innamorai ed ebbi una storia con lui. Durò qualche mese poi lui sparì. Il tizio aveva una moglie su cui peraltro aveva taciuto. Quando concluse la storia, ovvero sparì, disse alla moglie del tradimento. Questa che fece? Non risolse il conflitto in casa, cioè non se la prese col marito. Neanche si limitò come fanno le donne tradite e anche un po’ vigliacche a prendere l’altra a male parole. Silvia, da quello che trapela credo si chiami in questo modo, insidiandosi nella mia vita, contattò ogni giorno, per anni, tutte le persone che frequentavo abitualmente e le plagiò. Fui costretta a cambiare casa molte volte, ma la tizia appestò l’aria che respiravo ovunque andassi. Ogni luogo diventò ostile e invivibile, per di più avevo sgradevolissima sensazione di essere oggetto di attenzioni morbose da parte di una donna, che a me sinceramente fa schifo. La tizia e il marito mi fecevano le pulci con l’intento di emarginarmi, ma lo fecero anche per avere un po’ di visibilità. Capii ben presto quello che stavano combinando. Vedevo chiaramente che colleghi, amici e familiari mi si voltavano contro, fomentati dall’odio e dalla violenza del comportamento di quei due mascalzoni e più di una volta ebbi la sensazione che avrebbero voluto eliminarmi. Al chè andai ai carabinieri e sporsi dununcia contro Paolo e contro quella tizia per diffamazione e molestie. Il tribunale accantonò la denuncia; gli amici, i colleghi e tutti quelli che pensavo mi volessero bene negarono che due individui spregevoli stavano distruggendo la mia vita. Eppure, l’avevano colonizzata, stando tutto il giorno e tutti i giorni a ficcare il naso nei fatti miei, come fosse un reality. Ancor oggi la situazione è questa che ho descritto. Comunque, nessuno ebbe l’onestà di ammettere la verità. La frequentazione di un uomo sbagliato distrusse tutto ciò che avevo costruito fino ad allora. Sul banco degli imputati non ci misero la coppia delinquente, perché l’apparenza va salvata innanzitutto. Ci misero l’amore e la libertà, il mio amore e la mia libertà, che sono l’opposto della schiavitù cui sono condannati/e coloro che fingono di amarsi e non hanno l’onestà di ammettere a se stessi che non si amano. Alla gogna ci mandarono me e i miei sentimenti, i quali rappresentano tuttora una minaccia per gli ometti e alle donnette che vivono nella menzogna.  
Oggigiorno Silvia non apre più bocca, perché di questa storia ne sono a conoscenza anche coloro che lavorano nei mezzi di informazione, però come ho già detto nessuno parla esplicitamente. Anzi, alcuni conduttori e annunciatrici di gr radiofonici non hanno esitato a sfruttare la situazione per fare un po’ di share, dicendo una cosa e riferendosi ad altro, con allusioni a questa storia, per giocarci e per fare audience. Se uno gli fa notare che lavorare onestamente e non avere rispetto per nessuno, tanto meno per il lavoro, sono due cose diverse, quelli si piccano, come se avessero il diritto a dileggiare i deboli e leccare il culo ai potenti. Siccome quello che fanno loro rientra nella seconda categoria, cioè quella dei leccaculo ambiziosetti/e, si schermiscono, vantandosi di poter dire il loro nome. Io però vorrei ricordargli che, se volessero essere corretti, l’importante non sarebbe dire il loro nome, ma menzionare il mio, ovvero il nome della persona cui si riferiscono quando fanno gli stronzi/e.
Per quanto mi riguarda vorrei che la gente parlasse, come doveva fare nel tempo che fu, al fine di denunciare di nuovo quei due delinquenti, oppure che si facesse i fatti suoi, invece di perpetrare all’infinito questa vicenda con allusioni continue e stupidi doppi sensi. Inoltre, vorrei che le malelingue si placassero, si rassegnassero alla loro vita, triste o no che sia, non me ne frega niente, che si grattino la rogna a casa loro. Così da camminare in strada senza che mi facciano gestacci, mi spintonino, mi sussurrino offese e mi dicano che devo morire, perché non ho intenzione di assecondarli.
In questo Paese la donna sottomessa, soprattutto se moglie e cornuta, ha il diritto di essere celebrata e compatita ad vitam. Silvia è una moglie tradita, Paolo il marito l’ha cornificata per bene, con una donna innamorata di lui, che, nel gergo ipocrita della famiglia intesa come associazione a delinquere, significa una sciagura, poiché mette in luce la malafede e la pochezza dell’uomo fedifrago. Poi è tornato dalla moglie, chè di solito le donnette hanno quello che si meritano e l’ha informata del tradimento. Il fatto di essere stata messa di fronte alla sua falsità, ha suscitato l’ira funesta della cagnetta. Infatti, la forma più atroce di troiaggine è quella delle mogli che stanno con uomini che non amano e ci vanno a letto per dovere. Dato che mormorano di moralità verrebbe da chiedergli se sentono un po’ di schifo quando si guardano allo specchio. È possibile che non si guardino mai veramente allo specchio, oppure che nello specchio ci vedano solo quello che gli fa comodo. Altrimenti si renderebbero conto che la vera immoralità è la loro, che fanno finta di amarsi. In altri tempi la mancanza d’amore nel matrimonio sanciva un tacito accordo: lei si concedeva per ottemperare ai doveri coinugali, lui faceva finta di non sapere che alla moglie gli faceva schifo concedersi, bastava che lo accudisse e gli lavasse le camicie. Guai se qualcuno avesse scoperto l’altarino. Questo è il matrimonio inteso come prostituzione legalizzata e succede ancora, nonostante il percorso emancipativo delle donne, nonostante la maggior parte sperava in un cambiamento nel modo di vivere le relazioni, orientandole alla sincerità e all’amore. A differenza del passato oggi le nuove generazioni sono meno brave a nascondere la polvere sotto al tappeto e a far finta di volersi bene. Alcuni si ostinano a tenersi la maschera di persone perbene, come Silvia e Paolo, ma in genere si nota una tendenza ad esporre maggiormente il disagio. Il fatto è che le coppie insoddisfatte e impossibilitate a prendersi la responsabilità delle loro azioni, hanno bisogno di eleggere qualcuno a cestino della spazzatura. Ciò denota il loro disagio nei rapporti interpersonali. Inoltre, la vasta risonanza e la celebrazione della cornuta da parte delle tante cornute, la loro aggressività nei miei confronti, è causata proprio da questo motivo, ovvero dal fatto che da anni alcune donne ingoiano gli orgasmi dei loro mariti senza partecipare. Compagni e consorti fanno finta di non accorgersi del disamore delle loro compagne e preferiscono macchiare la reputazione delle altre che sanno amare con più onestà. C’è da dire che l’amore gli fa accapponare la pelle, come se a una ferita vi si buttasse sopra del sale. Siccome non possono più ignorare di non essere amati dalle consorti, fanno di tutto per eliminare colei che li ama. Dopotutto coppie del genere e ce ne sono tante, condividono il fatto di non amarsi e mostrano trionfanti il loro non amore ovunque. Hanno anche un vasto pubblico: quelli e quelle come loro, che fanno finta di credere alla messinscena. Ciò che più conta, per questi pezzi di mascalzoni, è umiliare la donna che li ha messi di fronte a se stessi e alle loro bugie.
Ho raccontato questo per dire che nella società in cui viviamo l’amore è bistrattato. Parlo dell’amore e dei principi per i quali coloro che ci credono, tra cui io, subiscono costantemete pressioni sociali che tendono ad uniformare la vita del singolo sulle convenzioni della vita associata, dove l’amore è bandito perché non conosce falsità, né accomodamenti nè compromessi. La generosità è bandita, perché significa donare gratuitamente agli altri tempo, attenzione e reciproco aiuto. La solidarietà vera, non quella che scaturisce dalla salvaguardia di interessi particolaristici, è bandita perché uno non ci ricava niente e soprattutto è bandita la solidarietà tra donne, quando ne vale la pena, perché potrebbero farsi forza per contrastare il maschilismo imperante. La cultura dominante le vuole nel pollaio, l’una contro l’altra, salvo poi celebrare la figura della moglie o della madre anche quando si tratta di donne indegne. Ho raccontato questa storia anche per sottolineare l’importanza delle esperienze di vita che insegnano molto. Insegnano a distinguere il bene dal male, a capire se di un fidanzato, un amico, qualcuno cui vuoi bene ti puoi fidare oppure no. Ma soprattutto insegnano che, se una sbaglia, non cade il mondo, anzi poi si rialza più forte di prima. Invece la mentalità di questo paese, bigotta e opprimente nei confronti delle donne e del nuovo, punisce non tanto l’uomo che si comporta male, quanto la donna che ha sbagliato a valutarlo e a fidarsi. Non si tratta di protezione, ma di malafede, poiché l’aridità di cuore, tipicamente piccolo borghese, asfissia la naturale tendenza a fare esperienze, sia nei maschi ma più che altro nelle femmine, indicandole a vista se non accettano di mantenere per tutta la vita dei rapporti con uomini che non amano. Se le donne imparassero a destreggiarsi meglio, sicuramente non si terrebbero accanto degli omuncoli. In questo Paese però la libertà è vissuta dalla massa come una minaccia, che mette in pericolo il castello di menzogne da cui trapelano molte falle. La gente ha paura della libertà, di prendersi la responsabilità di ciò che veramente desidera. Per esempio, quando vedono che non corrispondo alle loro aspettative si spaventano. Ma io non sono uno specchio, essi mi fanno le pulci usandomi come attaccapanni, perché hanno bisongo di rimanere delusi, di confermare la voce della loro coscienza, con la speranza di avere il coraggio di seguirla. Come se lo spavento fosse un balsamo, ficcano il naso nella mia vita ed esprimono a se stessi il bisogno di credere che si può essere più autentici. Ognuno ha una sua paturnia da scaricarmi addosso, a volte non so se incazzarmi o provare pena per loro. Abbagliati dal benessere esteriore e materiale, trovano un pubblico che gli batte le mani. Vogliono dimostrare a qualcuno di avere potere, il potere che non hanno. Di fatto, il malessere che hanno voluto causarmi in tutti i modi è il loro malessere. Sarebbe stato meglio ottenere giustizia, soprattutto per averne fiducia adesso, ma tali considerazioni collocano la faccenda in un altro contesto, magari, questo sì, più giusto.         

Manuela

domenica 7 luglio 2013

Per fare ci vuole un motivo



Nell’incontro del 27 e 28 giugno, nel Consiglio d’Europa, a Bruxelles, il governo italiano ha ottenuto il consenso da parte dell’Ue per l’aumento dei fondi destinati ad incentivare l’occupazione giovanile. La disoccupazione dei giovani è un problema che interessa molti paesi dell’Ue. In Italia è aggravato dal fatto che abbiamo la quota più alta (23,9%) di neet (not in education employment or training), ovvero coloro che tra i 15 e i 29 anni non cercano lavoro e non studiano perché scoraggiati. Il Fondo per l’occupazione giovanile, che è salito a 1,5 miliardi da spendere in due anziché 7 anni, prevede un incremento degli investimenti per i centri dell’impiego, al fine di promuovere l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, coinvolgendo anche i non giovani e gli over 50. Inoltre, il progetto prevede dei cambiamenti nel mondo del lavoro: flessibilità in entrata, agevolazioni alle imprese che convertono i contratti di lavoro a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato, l’offerta di lavoro o tirocinio entro quattro mesi dalla fine degli studi o dalla fine del rapporto di lavoro. La Commisione, riunitasi a Bruxelles, ha conferito alla Bei un incarico importante. La Banca europea degli investimenti infatti è lo strumento scelto dall’Ue al fine di agevolare il credito alle Pmi.
Una parte dei neet è costituita da laureati/e, i quali, oltre ad essere scoraggiati, non vogliono o non possono rimettersi in gioco mediante l’utilizzo di corsi formativi. C’è da dire che solo l’8% dei neet è costituita da laureati/e e soltanto il 28% è costituito da persone che non cercano lavoro e non sono disponibili a lavorare. Di fatto il ricorso alla formazione continua non è uno strumento utilizzato a dovere e, a seguito della crisi economica, è calata anche la partecipazione culturale dei cittadini/e. Ciò mette in luce le modalità di fruizione della cultura nel nostro Paese, dove, negli ultimi tempi, si registra una diminuzione delle partecipazioni agli spettacoli teatrali, alle visite ai musei, alle mostre. La lettura dei libri invece è rimasta invariata. Il divario più significativo, come sempre, è tra le regioni del nord, del centro Italia e quelle del Sud, dove la quota dei neet è più alta, ma, tra quelli che cercano lavoro e vogliono lavorare, raggiunge il 46,2%, mentre al nord e al centro si attesta su una percentuale pari al 35,8% e 33,2% (rapporto Istat - Bes 2013). Le famiglie hanno il compito di motivare ed incoraggiare i giovani. Le indagini svolte su questo argomento delineano il clima culturale in cui essi vivono, crescono e si formano, perché la formazione riguarda lo sviluppo di adulti responsabili. Dai dati, relativi alle analisi del rapporto tra livello culturale dei genitori e istruzione dei figli, emerge che la scuola e gli istituti di formazione non riescono a svolgere la funzione di riequilibrio sociale in condizioni di squilibrio. Gli stimoli ricevuti in famiglia e la condizione socio-economica sono fattori importanti per la riuscita del percorso scolastico e rappresentano delle risorse fondamentali atte a fornire maggiori opportunità di realizzazione professionale. Tuttavia, anche in questo caso, nelle famiglie che dovrebbero aiutare maggiormente, la quota dei neet è a livelli che destano preoccupazione, oltre il 10%. Quindi, è vero che il conseguimento di elevati titoli di studio dipende dall’estrazione sociale dei genitori. In Italia, a tale proposito, si registrano ancora forti disuguaglianze tra le classi sociali, anche se è aumentata la partecipazione universitaria tra i figli di coloro che appartengono a ceti meno elevati. Ma è anche vero che il conseguimento della laurea non innesca necessariamente un circolo virtuoso favorendo la mobilità sociale. L’acquisizione di strumenti culturali è un fattore indipendente dalle possibilità di carriera. L’importanza consiste nelle possibilità offerte dall’istruzione di migliorare le condizioni di vita. A livelli più elevati di istruzione infatti corrispondono migliori condizioni di salute, una maggiore partecipazione democratica, stili di vita più attivi e rispettosi della natura. A questo proposito è opportuno notare che il livello di avanzamento di un paese dipende dal grado di scolarazzazione, da chi è impegnato nella produzione di beni, ma anche dall’impegno di coloro che da disoccupati o inattivi partecipano in molti modi alla vita civile, in qualità di elettori, consumatori responsabili. In Italia, più che negli altri Paesi OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), le origini socio-economiche influenzano molto le opportunità educative e occupazionali dei e delle giovani. Le indagini Almalaurea evidenziano che una parte rilevante dei laureati/e proviene da famiglie in cui i genitori non hanno un titolo di studio universitario. Nel 2000, con la riforma universitaria, si è compiuta una forte selezione sociale. Le lauree di secondo livello stanno offrendo maggiori opportunità di lavoro rispetto a quelle di primo livello, poichè due sono i fattori che influenzano le scelte e le motivazioni dei giovani: le origini socio-economiche delle famiglie e le aspettative sulle opportunità di lavoro. Perciò, per incentivare un cambiamento, occorrerebbe spronare le famiglie ad incoraggiare i ragazzi/e, per aiutarli ad intraprendere percorsi formativi stimolanti, tenendo presente che il conseguimento di elevati titoli di studio fornisce le risorse necessarie per vivere meglio e non solo per far carriera.  
Le indagini smentiscono il principio secondo cui l’inflazione di titoli di studio universitari dipende dal sovrannumero di laureati/e. In realtà la domanda di lavoro influenza l’offerta e viceversa e, per quanto riguarda l’Italia, l’elemento di maggiore criticità consiste nell’inadeguata valorizzazione del capitale umano, non nella percentuale di laureati/e. La mobilità sociale infatti dipende dalla capacità di valorizzare i titoli di studio e le conoscenze acquisite.
Sessant’anni fa i figli/e dei contadini e degli operai potevano aspirare a ricoprire ruoli di prestigio, oggi non è così. L’estrazione sociale, l’inflazione dei titoli di studio universitari sembrano una scusa per non andare a vedere i cambiamenti negli stili di vita e nel modo di pensare, i quali hanno caratterizzato la popolazione media negli anni dal boom economico ad oggi. Il raggiungimento del benessere inteso esclusivamente dal punto di vista economico non ha prodotto effetti positivi per la collettività né per i singoli individui. Anzi, ha prodotto il livellamento verso il basso, l’appiattimento delle ambizioni, la rinuncia ai principi democratici di libertà, partecipazione e uguaglianza. Le generazioni cresciute negli ultimi 20 anni sono state ingozzate di beni materiali, ma non equipaggiate della fiducia in se stesse, del coraggio e della volontà di impegnarsi per realizzare anche i sogni più arditi. In altre parole, i giovani non hanno fame, la fame di sperimentare e di farcela. Steve Jobs, ai ragazzi e alle ragazze, diceva: ‘Siate affamati’. In Italia i giovani sono affamati?. Al sud sì, più che al centro e al nord. Nel mezzogiorno la scarsità di risorse incentiva la volontà di superare gli ostacoli di ordine culturale e socio-economico che impediscono la realizzazione personale sul piano professionale e personale. É possibile che al sud questo tipo di fame sia più forte che altrove. Per fare un esempio, la fame cui alludeva Steve Jobs è la motivazione delle generazioni appena uscite dal conflitto bellico. Allora c’era da ricostruire il Paese sulle macerie della guerra. La rinascita è avvenuta grazie a un fervore che ha coinvolto la popolazione sul piano politico, culturale, artistico e sociale. Forte di un pensiero libero da vincoli ideologici e aperto alla possibilità e al dubbio, il mondo sconvolto dalla guerra ha sperimentato e ricostruito la realtà sulla multidimensionalità del reale. Le utopie volgevano alla concretezza, creando nella mente e nel cuore della gente la condizione per nuove forme di convivenza pacifica. Il clima di incertezza del dopoguerra ha rappresentato una risorsa di inestimabile valore, ha aperto un varco tra gli orrori del conflitto, accendendo la speranza negli animi delle persone. Le generazioni future sarebbero vissute libere in un mondo libero, e capaci di discernere tra gli abusi del potere e ciò che esse desideravano, volevano esprimere e realizzare. Avrebbero avuto spazi comuni e di condivisione, in cui ognuno avrebbe trovato la libertà di essere se stesso/a. Gli stimoli che provenivano dal contesto politico e culturale, favorivano l’intraprendenza e aumentavano le capacità personali. Ovunque si respirava un ottimismo irresistibile. Eppure il Potere, nel timore che l’anelito di libertà l’avrebbe mandato a gambe all’aria, ha inoculato di nuovo l’idea dell’agire per scopi utilitaristici. Col ragionamento del calcolo e del tornaconto personale, ha sedato le istanze di trasformazione che provenivano da ogni parte. In Italia la vita pubblica e privata ci ha messo poco a burocratizzarsi, producendo un esercito di soldatine e soldatini stolti. La medietà e la corruzione hanno preso il sopravvento, a scapito del merito, della creatività e del talento fuori o dentro le righe. Non è un caso che gli studi evidenzino la difficoltà di questo paese a valorizzare il capitale umano più qualificato, cioè i laureati/e specialistici.
Gli analisti mettono in luce i motivi della scarsa crescita italiana degli ultimi 15 anni, dovuta all’incapacità di valorizzare le opportunità offerte dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Inoltre, la struttura imprenditoriale italiana, piccole e medie imprese a gestione familiare e gerarchica, in cui prevale un livello medio di istruzione degli imprenditori, si associa alla minore capacità di valorizzare il capitale umano, minori preformance innovative e minori internazionalizzazione delle imprese. Un altro fenomeno che caratterizza il sitema produttivo italiano è la mancata corrispondenza tra il tipo di qualificazione o formazione richiesta dalle imprese e posseduta dai lavoratori o lavoratrici. Tale fenomeno si definisce disallineamento. La differenza tra il tipo di qualificazione o formazione richieste può essere in eccesso o in difetto. Il disallineamento, per essere compreso, va collocato in un contesto specifico, quello italiano, caratterizzato da gavette che non finiscono mai, da meccanismi di reclutamento e di carriera non sempre lineari. In un contesto cioè dove l’anzianità anagrafica e di servizio valgono di più delle conoscenze. A tale proposito è importante notare che nel 2010 l’Italia si trovava agli ultimi posti per il numero dei laureati nella fascia di età compresa tra i 55 e i 64 anni. La società italiana dunque è caratterizzata dal fenomeno dell’invecchiamento della popolazione e dall’incapacità di realizzare i cambiamenti necessari e ciò va rapportato al fenomeno della bassa natalità. (XV indagine 2012 Almalaurea ‘Condizione occupazionale dei laureati’).
La lettura di questi dati fa pnsare al ruolo delle famiglie, riguardo alla volontà di indirizzare e formare adeguatamente le nuove generazioni. Sembra che ci sia una mancata corrispondenza tra il clima in cui esse crescono e il mondo dell’istruzione. Infatti, le motivazioni ricevute in famiglia sono importanti per lo sviluppo delle capacità individuali e, come è stato evidenziato, la scuola non riesce a riequilibrare le carenze dovute ai disagi familiari. Ciò è vero non soltanto per quanto concerne le risorse economiche, ma anche per l’attenzione e il sostegno che le famiglie dovrebbero fornire ai figli. In Italia si registra una mancata concertazione di cui non è responsabile la scuola o l’università, dato che il mondo della formazione trabocca di corsi per tutte le inclinazioni e le attitudini, ma la famiglia. Con ciò ricordiamo che la quota dei laureati/e di coloro che hanno tra i 55 e i 64 anni è una tra le più basse d’Europa. La sensazione però è che il problema non sia il titolo di studio dei genitori, ma la totale mancanza di attenzione a un mondo nuovo, che ha bisogno di sostegno e di incoraggiamento per sviluppare il meglio di sè. Negli anni del dopoguerra la percentuale dei laureati/e era molto più bassa di oggi, eppure le opportunità erano maggiori. Oggigiorno, l’ambiente che dovrebbe incoraggiarli, stimola male i giovani, rassicurandoli con facili soluzioni, cioè obiettivi mediocri, che producono conformismo e compiaciuta cortigianeria e la colpa non è della scuola. La società, incapace di svecchiarsi, invecchia egoisticamente i giovani, gli pone dei traguardi poco ambiziosi, intrappolandoli nelle gabbie dorate da cui non sanno o non possono evadere. Adolescenti e ragazzi/e imborghesiti e tristi, costretti a non debordare dai modelli loro imposti, non si ribellano né obbediscono, perché non sono abituati ad avere delle regole. Fanno quello che gli passa per la testa, tranne ciò che vorrebbero veramente. Gli adulti fingono di non vedere il malcontento giovanile, che si esprime nella ricerca di facili zavorre: le relazioni, i beni materiali, l’abuso di alcool e droghe o più semplicemente nei comportamenti irriguardosi. Ma in realtà i giovani cercano altro, cercano un mondo reale, concreto, in cui realizzarsi. Vorrebbero essere incoraggiati. Le famiglie dovrebbero fare questo, che non ha prezzo. 

Manuela.