Di recente ho
riletto: ‘Disoccupata con onore’, di Maria Rosa Cutrufelli, ed. Bompiani, pubblicato nel 1975. Il libro parla della condizione della donna nel Mezzogiorno. La ricerca
mette in rapporto la subordinazione della donna e il sistema culturale di
riferimento. In particolare, il testo cita l’ideologia dell’onore quale
strumento di controllo sociale sulle donne. Il concetto di onore è alla base
della definizione dei ruoli sociali e della divisione del lavoro in base al
sesso. Inoltre, la capacità di controllare l’elemento femminile determina la
‘quantità’ dell’onore posseduta da un uomo. La donna ‘virtuosa’ è responsabile
dell’ambito familiare, questa responsabilità è chiamata ‘autonomia’. L’uomo
pretendeva, ma sarebbe meglio dire pretende, che la moglie compisse tutti i
suoi doveri. La parità, nella gestione delle cose di famiglia, ovvero la collaborazione
nel formulare decisioni comuni, dal punto di vista maschile è vista ancora come
una perdita di prestigio.
La ricerca
delinea la prassi della condizione femminile: la donna produce forza-lavoro a
costo zero, dunque entra nel processo produttivo del sistema capitalistico per
occupare una posizione subordinata. Per questo motivo il concetto d’onore è in
funzione del controllo ideologico sul corpo della donna, cioè sul fattore
produttivo più importante per le classi disagiate che possono fare affidamento
sulla forza-lavoro. Il lavoro familiare condiziona quello extrafamiliare e, nei
momenti di grave crisi, la condizione femminile rivela aspetti interessanti del
benessere o del malessere di un Paese, almeno è quello che ho pensato ed è il
motivo per il quale ho confrontato le ricerche sulla aree maggiormente in crisi.
Durante i periodi di difficoltà le donne i giovani, cioè le categorie ‘deboli’, diventano prede dei ‘capitalisti rapaci, (non
arretrati)’ e sono contrapposte alla fascia di lavoratori ‘privilegiati’,
appartenenti alle categorie intermedie. Fino a non molti anni fa l’esercito di
disoccupate, o meglio, di sfruttate, serviva da serbatoio di manodopera per lo
sviluppo delle regioni del nord Italia. Allora, i comitati di donne unite per
la lotta contro lo sfruttamento non furono
ascoltate adeguatamente dalle istituzioni politiche. In tal senso si può
parlare di un circolo vizioso: più il lavoro femminile è faticoso e dequalificante,
più la donna rischia di essere emarginata, più è emarginata socialmente, più il
lavoro è dequalificante.
Il controllo
sociale, estendendosi a tutte le donne, impediva il nascere del dissenso e
favoriva il conformismo nei comportamenti. Quelle che non hanno un uomo vicino
non sono ‘di nessuno’, pertanto sono ‘di tutti’. Il testo cita le conseguenze
dell’emigrazione maschile: ‘Quando mariti, padri e fratelli sono lontani il controllo
sulle donne, sulla loro vita sociale e privata diviene ancora più pesante e
costrittivo. Non è più il controllo diretto di un solo uomo, ma di un
quartiere, di un paese intero: i vicini la spiano, i parenti sono sempre lì a
vedere quello che fa, come si muove, che contegno ha. Si crea nel quartiere un
clima di sospetto reciproco, di tensione che mette le donne stesse l’una contro
l’altra, l’una diventa secondina dell’altra, la vecchia delle giovani, le
sposate delle ‘signorine’. Sparisce la tradizionale e spontanea solidarietà che
si ritrovava fino a non molto tempo fa fra le donne dei quartieri popolari,
prima che si risentissero tutti gli effetti sociali dell’emigrazione’. L’emancipazione
non si raggiunge solo con il lavoro, ma con la presa di coscienza da parte
delle donne della loro specifica subalternità. Oggi possiamo parlare di mancata
emancipazione.
Gli studi
compiuti in ambito antropologico sul concetto dell’onore assumono una diversa
prospettiva. Negli stessi anni della pubblicazione del testo citato lo studio
dell’antropologo J. Pitt- Rivers, sul paese andaluso di Alcalà de la Sierra (1976), sostiene
un’argomentazione a favore del collegamento tra l’egalitarismo e il cosiddetto ‘sistema
onore-vergogna’ (‘Cultura e culture del Mediterraneo’, di Fabio Dei, www.fareantropologia.it). Nei paesi
del Mediterraneo le differenze di status sono espresse attraverso un codice
morale improntato sulle nozioni di onore e vergogna. Da qui il culto della
virilità, della superiorità maschile, che si esprime per mezzo del controllo
sulla donna, quindi con la subordinazione dell’elemento femminile al maschio.
In queste comunità lo status acquisito è mantenuto attraverso forme di
controllo sociale come il pettegolezzo e la maldicenza. La reputazione non
dipende dalla ricchezza né da altre forme di differenziazione materiale o
intellettuale, essa è considerata un bene scarso, da accrescere togliendolo
agli altri. La base ugualitaria delle comunità mediterranee è stata contestata negli
studi successivi. L’antropologo J. Davis sostiene che i paesi ubicati nell’area
mediterranea sono molto differenziati in base alla ricchezza e al potere
politico e che questa stratificazione sociale condiziona la reputazione e
l’onore posseduti. Dunque, l’onore non è una caratteristica astratta che tutti
possono acquisire o perdere, ma è associato alle caratteristiche del sistema
sociale, è una forma di controllo ideologico messo in atto dalle classi dominanti
per la conservazione del potere, specialmente nei rapporti di patronage. Il
patronage o clientelismo, normalizza le asimmetrie di potere tra classi
dominanti e classi subalterne, fornendo a queste ultime protezione e privilegi
in cambio di servile obbedienza. Questo sistema di omologazione verso il basso
non si basa sulle leggi di mercato e tantomeno su quelle dello Stato, anzi,
funge da difesa nei confronti di ogni tentativo di penetrazione dello Stato,
che, nelle comunità locali, è visto come un nemico. Paradossalmente, ma non
troppo, prospera in democrazia, poiché, con l’ampliarsi degli aventi diritto al
voto, la mafia svolge un ruolo di intermediazione tra le istante degli
individui e gli interessi della classe dirigente o imprenditoriale. In ogni
caso il meccanismo dà origine a un sistema difettoso, che non assomiglia né
allo Stato né a un’economia moderna.
Personalmente
ho avuto una gradevolissima impressione nel leggere questi testi parlanti con
parole chiare. Mi piace scoprire un punto di vista su cui orientarmi, da tenere
tra le mani come un diamante. Per esempio, le categorie ‘deboli’. In tempi di
crisi le donne e i giovani sono svantaggiati, è un fatto. Ma è un fatto anche che
siamo 30milioni, cioè la metà della popolazione italiana. Dunque, come è
possibile che da sempre ci definiscano ‘deboli’?. E perché i giovani, gli unici
veramente ‘pericolosi’ per il sistema magagnato, rappresentino una categoria da
garantire a vita?.
Manuela Grillo Spina.

