domenica 23 febbraio 2014

Favole vere e vere favole

Molto tempo fa dei loschi individui buttarono la loro immondizia a casa mia. Io pensai che prima o poi la venissero a riprendere e invece non successe nulla di tutto questo. Da allora anche altri presero la cattiva abitudine di scaraventare quotidianamente nella mia dimora tonnellate di mondezza per sbarazzarsene. Deve fargli comodo una pattumiera personale, sicuramente. Però per me non è così che stanno le cose. Al che ho voluto approfondire la questione e vedere se il Comune non avesse fornito le loro abitazioni di secchi della spazzatura. Macchè i secchi ce li hanno, non è per questo che la buttano da me. Sul motivo di tale comportamento ancora ci si interroga. Ad un certo punto una tizia, colta da un’intuizione geniale, ha detto: ‘Producono troppa sozzeria, hanno paura di fare brutta figura e la scaricano a casa tua’. ‘Ah! Davvero?’, ho risposto sgranando gli occhi, ma lo avevo capito da un pezzo perché già dopo pochi giorni casa mia sembrava una discarica. Sembrava, ma… In ogni modo, adesso la cosa è davvero seccante a dirla con grazia. Nei primi tempi li invitavo cortesemente a smettere, poi ho iniziato a spedirli all’inferno. Constatando che già ci stavano all’inferno, ho fatto leva sulla comunicazione condita con il turpiloquio, ma dirgli che hanno rotto i coglioni non basta, anzi le parolacce li fomentano. Il problema è che non vogliono capire e soprattutto che il numero degli sporcaccioni cresce. Il fatto è che senza la loro mondezza brillano di virtù che non hanno, si danno una mano di vernice bianca e splendente e, vista l’urgenza di sbarazzarsi del fetore che producono, non pensano che le persone per avvicinarsi a casa mia devono prima rotolarsi nella loro spazzatura. Comunque, chiederò all’Ama se mi fa lavorare e magari gli suggerirò di trovare un’occupazione anche ai loschi individui. Ciò non può fargli che bene. L’osservazione della spazzatura altrui, se uno non ne può fare a meno, rivela molte cose interessanti, ovvero dice molto sulla sostanza di certa gente. Per esempio, i tovaglioli usati significano che si puliscono la bocca e che se la sporcano parecchio, così come le mani. Ho notato anche che questi gettano quintali di cibo. Quindi, o non lo apprezzano o ne hanno troppo, oppure non gli interessa. Che vogliano qualcosa in cambio, ho pensato più di una volta. Come dire, al posto del cibo qualcosa di più nutriente. Il tentativo però non è andato a buon fine, offrirgli ciò che non possono buttare non li fa contenti, perciò trasformano tutto in rifiuto. Di fatti sul piano degli scarti non saprei che scambiare, ma su quello degli affetti si, però non con loro. Infatti, la cosa stupefacente è che tra i loro avanzi c’è il bene, non lo riconoscono e lo buttano via o meglio lo danno a me.  

Per molto tempo il mio obiettivo principale è stato quello di dissuaderli dal gettare gli avanzi dove abito. Nonostante abbia messo dei cartelli informativi giganteschi con su scritto: ‘Siete pregati di riappropriarvi di ciò che avete lasciato a casa mia’, non c’è stato verso di convincerli a trafficare con gli aggeggi che producono. Proporrei dei sacchetti nominativi, utili ad assegnare un nome a chi abbandona l’amore da me e a rintracciare repentinamente il proprietario. Comunque, ho meditato su come spronarli a riprendersi il bene. Non che non lo voglia, è che il comportamento di questi loschi figuri induce più di qualche perplessità. Di fatti si tratta del processo inverso del riciclo: da bene a rifiuto, non da rifiuto a bene. La domanda è questa: come ridare valore a un bene che da principio il valore non ce l’ha perché chi lo prova non glielo attribuisce?. La questione è annosa, ma una soluzione c’è, occorre provare a convincerli che il fac simile di bene cui sono destinati gli basti. Il mio non è un tentativo di persuasione, ma semplicemente il risultato di una ponderata analisi della situazione. A tale proposito li fornirei di specchi veri, poiché è probabile che abbiano scambiato l’oggetto specchio con la persona, cioè io, che secondo loro ha questa funzione. Tuttavia, se non riescono ad esimersi dal lasciare la sporcizia dove abito, almeno non starnazzino se ci trovo quello che loro disprezzano, vale a dire i sogni, l’amore per la vita, in altre parole ciò che non vogliono vivere.

Grazie al cielo non tutte le discariche vengono per nuocere. Rovistando nei ritagli di tempo, dando un calcio qua e là alla montagna di pattume, è uscito fuori un qualcosa di straordinario. Dunque, brillava, questo si, a distanza, come un richiamo senza voce. Ero ormai vicina, quando l’oggetto misterioso prese definitivamente le sembianze di una lampada antica. Chincaglieria, paccottiglia, avrei dovuto pensare subito. Invece, data la mole pestilenziale e la durata del fenomeno-monnezza non ho avuto incertezze, quella era la lampada magica del pescatore nella favola delle Mille e una notte. Nella versione raccontata dai dervisci, il protagonista, un pescatore per l’appunto, tanto tempo fa trovò una bottiglia con un genio che avrebbe potuto esaudire i suoi desideri. Il pescatore curioso, ignorando l’antico motto: ‘L'uomo può usare solo ciò che ha imparato a usare’, tolse il tappo e fece uscire il genio che era cattivissimo. Quando minacciò di distruggerlo, l’uomo sfidò il genio dicendogli che non credeva sarebbe riuscito a rientrare nella bottiglia. Lo spirito malvagio accettò la sfida e si rannicchiò nel fondo, dopodichè il pescatore rimise il tappo e lo lasciò lì per i secoli a venire. La progenie del pescatore scoprì di nuovo la bottiglia, ma non l’aprì nel timore di dimenticare l’ammonimento e sul luogo in cui fu trovata venne edificato un tempio, una religione su quel mistero.
Agevolmente piazzata nella dimensione casalinga, dimensione che accresce la consapevolezza che non esistono giorni qualsiasi, ho pensato: tirerò a lucido l’oggetto misterioso quanto prima e libererò un genio, cattivo o buono che sia, perché, dopo tutto, la mondezza della gente è come la bottiglia del pescatore, occorre imparare ad usarla.
Il mistero appare tra le luci artificiali della città efficiente, non una religione personale. Mentre la conoscenza fa ciò che può per colmare i vuoti del non sapere, le piante germogliano, così come rinasce la joie de vivre e la curiosità di sapere se quel genio è davvero tanto cattivo.

Manuela.
www.arcalibera.com 

domenica 2 febbraio 2014

Ma quante belle figlie...

Chi l’avrebbe mai detto che sarebbero state alcune tra le rappresentanti  del sesso femminile ad ostacolare il percorso di emancipazione delle donne dai ruoli e dagli stereotipi di genere. Lo hanno detto alcune delle pioniere e paladine della rivoluzione diciamo antisessista per non dire femminista, vocabolo che evoca prese di posizione radicali e a volte alquanto bizzarre, soprattutto a detta dei conservatori della cultura patriarcale. I movimenti femminili, se decisi a combattere le discriminazioni e l’ipocrisia dei ruoli tradizionali, danno fastidio al sistema economico, politico e culturale vigente, su cui si basa lo sfruttamento delle donne e di ¾ della popolazione mondiale. In questo sistema al collasso delle donne in particolare ‘si usa tutto’. Esse servono al lavoro domestico ed extrafamiliare, ai servizi di accudimento e di assistenza sentimentale-emotiva dei bisognosi. Lo pensava Doris Lessing che convertire ed educare le donne alla libertà era un’impresa faticosa e inutile, infatti notò con grande rammarico che tanto le donne quanto gli uomini si trovavano meglio a farsi la guerra piuttosto che ad elaborare stili di vita e modalità di convivenza pacifici basati sull’amore. Certamente è più faticoso amarsi che fare finta di amarsi. Fernanda Pivano consigliò alle donne di tornare a casa a fare le torte che non c’era più nessuna che le sapeva fare. Non sono Doris Lessing né Fernanda Pivano, ma vedo che molte donne sono ‘felici’ del loro ruolo di schiave, salvo poi sbraitare come oche e fomentare desideri meschini di rivalsa. 

In tempi recenti, in concomitanza con le stragi di donne, fenomeno denominato ‘femminicidio’, Elsa Fornero ha emanato un decreto per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere. La normativa ho trovato applicazione nella legge Carrozza 128/2013, che prevede un contributo economico per la formazione dei docenti alle pari opportunità. Questa notizia è apparsa sull’inserto di Repubblica del 1 febbraio 2014. A tale proposito si sottolinea anche l’urgenza di dire alle bambine, ma soprattutto alle mamme, che la favola della principessina ‘salvata’ dal principe con il fatidico bacio è una favola e non esiste né il principe né la possibilità di diventare principesse. Per una informazione corretta bisognerebbe quantomeno dire alle fanciulle che la vita di una principessa non è tutta rose e fiori, che bisogna studiare tantissimo ed essere molto ma molto brave. Non brave come quando glielo dicono perché obbediscono agli ordini e al volere del maschio, neanche brave come quando cinguettano perché hanno ricevuto una ricompensa, ovvero il certificato di esistenza in un mondo maschilista. No, per essere principesse bisogna lottare e sfidare il potere degli uomini, avere nervi saldi e tanta determinazione, combattere su un altro terreno che non è quello dell’oppressione e dello sfruttamento. Le prove di forza consistono nel sopportare le angherie, i tentativi di sopraffazione, nel rivendicare le proprie idee, dubitando con onestà ma rimanendo convinte del proprio valore. In tutto ciò l’avvenenza e il mondo patinato delle favole non c’entrano. La favola con il castello, il principe e il lieto fine non sarebbe pertinente neanche in quanto frutto dell’immaginazione, chè se le donne guardassero davvero la realtà potrebbero immaginare di essere libere, non principesse.  

La realtà quotidiana pullula di branchi di femmine, specialmente giovani, smaniose di primeggiare per aggiudicarsi il premio della più bella del reame, ma incapaci o scoraggiate in partenza a farsi valere in ambito lavorativo e sociale mettendoci del proprio. Al contrario, oggigiorno per farsi strada va di moda screditare o imbrogliare gli altri e ciò accade non soltanto nell’entourage femminile. Durante queste settimane è nelle sale cinematografiche un film molto interessante: ‘Il capitale umano’ (P. Virzì), in cui tutto, rapporti umani compresi, ha un prezzo, cioè un valore quantificabile in termini di denaro. C’è una battuta memorabile che la moglie di un magnate della finanza rivolge al marito: ‘Avete scommesso sulla rovina di questo paese e avete vinto’. ‘Abbiamo vinto’, risponde lui, colpendo l’accondiscendenza complice della moglie. Il capitale umano, per gli assicuratori di veicoli, è il valore di una persona espresso in soldi e dipende dalla condizione socio-economica, dallo stile di vita, dalla professione svolta e dal luogo in cui si vive. Da un punto di vista economico il capitale umano ‘indica l’insieme delle conoscenze e delle capacità produttive acquisite da un individuo attraverso l’istruzione, la formazione e l’esperienza lavorativa’. I benefici prodotti dalle conoscenze e dalle capacità sono durevoli e non soggetti a deprezzamento, a patto che tali conoscenze e capacità siano costantemente esercitate. Pertanto, si presume che un buon utilizzo del capitale umano sia possibile quando vige un regime di concorrenza sana. La realtà italiana è molto diversa e, specialmente riguardo alle donne, le ricerche registrano un netto sottoutilizzo del capitale umano rispetto a quello degli uomini.
C’è da pensare, quindi, che molte si stiano autoescludendo, relegandosi nella nicchia dei ruoli tradizionali o siano rinchiuse nelle gabbie dorate/pollai con la sola aspirazione di prendersi a capelli per accaparrarsi un uomo. Nessuno dice loro che per farsi valere devono lottare veramente e pochi incoraggiano coloro che invece lottano. Ecco, questo lo voglio dire e trovo che sia inesatta e alquanto menzognera la sceneggiata quotidiana cui molti fanno finta di credere per comodità. A vederla con occhi sgombri, la solita messa in scena supportata dal chiacchiericcio mediatico lascia trapelare la verità sulla condizione femminile in questo Paese.

Manuela.
www.arcalibera.com