Sveglia alle 5,00. Il bipede che è accanto a
me deve andare a lavorare. Esco con il bipede e il quadrupede, accompagno alla
macchina l’uno e porto a passeggio l’altro. Torno a casa. La felinona ciuccia
il mio braccio credendo che io sia sua madre. Ho voluto bene ad Akira da
subito. Lei si accovaccia vicino a me e mi fa solletico con i baffi. Tra due o
tre ore, quando sarò al parco a leggere, avrò un piccolo turbamento, dunque, chiuderò
il libro. Allora, penserò alla gatta, uno dei pochi esseri, oltre il cane, da
cui mi dispiacerebbe separarmi. Quello che ci sarà nel mezzo è come la
simmenthal, da cui cerchi di scegliere le parti migliori, ma poi giocherelli
con la gelatina. Ecco, la realtà in cui vivo è come la carne in scatola: un
prodotto, una costruzione ideologica in forma di realtà.
In questa casa sono in minoranza, il solo
animale a due zampe tra tre esemplari a quattro. Dopo aver raggiunto la
posizione eretta, qualcuno ti dice che puoi allungarti in ogni direzione.
Dunque, i sensori del radar funzionano, ma dov’è il passino in cui far entrare questo
guazzabuglio?
Allo specchio strofini i denti e pigre
idee. Nel vademecum della giornata di solito nessuno cita le autostrade, le superstrade
e via dicendo. Infatti, le grandi strade sono vie di fuga, identificate con
scritte che le sminuiscono. Esse costeggiano i luoghi-barattolo, ma nessuno le
capisce, perchè sono troppo altre da loro. Le grandi strade spettinano i pensieri,
tolgono quelli che non c’entrano niente. Le grandi strade sono porte, sono soglie
infinite, dove senti che c’è più vita, che ci stai dentro. Sfiorano i luoghi di
provincia indifferenti, gli sfrecciano accanto. Le grandi strade sono zone
liminali, dove presente, passato e futuro convergono in un attimo. Dove
all’improvviso ti ricordi quello che t’eri dimenticato, perché non potevi
tenerlo con te. Macini chilometri e futuro, diventi nuova. Questa è l’opzione
A. L’opzione B è pura immaginazione. E’ una strada impervia come le trame del
nostro essere dipinte sui volti delle persone. Qui le facce sono poco leggibili.
Rugose o lisce che siano, spezzano le parole come una penna che grida un S.O.S.,
dicendo che sta per finire il suo mandato. Quello è un segno, un avvertimento.
Devi posarla sul tavolo e fargli la veglia funebre perché le facce omertose non
parlano e non ascoltano, fanno sparire i giorni, ammazzano il tempo, come fosse
uno che parla troppo e troppo vuole cambiare le cose. Tu ti domandi se esisti,
se tutto è perduto: il tuo amore, la tua città, i giorni inanellati nel filo
della vita.
Mi piaccio di notte, il tempo in cui
legittimamente dormo, quando non sono obbligata a sentire e vedere quello che
mi dà noia vedere e sentire. A causa di ciò credo che il mio inconscio abbia
una serie di piccoli rigurgiti, che fanno pendant con le scosse di terremoto.
Temo che un ciarlatano da quattro soldi abbia ipnotizzato tutti. Temo che abbia
catturato la loro attenzione. Lo ha fatto passandogli una mano davanti alla
faccia, in modo da addormentarli davvero, anche se sono svegli.
Alle 5,oo suona la sveglia. Adesso tutto è possibile, lo è sempre stato.
Manuela Grillo Spina.
