Di
questi tempi è difficile trovare un lavoro. Mandi curriculum a valanghe e non
ti rispondono, ti candidi e ti scandidano, partecipi ai concorsi già che ci
sei, sapendo che hai l’1% di possibilità di farcela, ma non te la prendi. Dai e
dai, come la goccia cinese, i tentativi andati male lasciano il posto alla
commiserazione che spesso si trasforma nella rinuncia a trovare lavoro. Chi può
permettersi lo scoraggiamento si scoraggia, io no, non lo farei neanche se
potessi. L’invisibilità degli aspiranti lavoratori è critica e, forse, anche
motivata. Funge da selezione poco naturale, anzi molto culturale. La
stratificazione sociale serve a mantenere una iniqua distribuzione delle
risorse. Comunque, dopo qualche tempo che cercano lavoro e non lo trovano, gli
aspiranti lavoratori cominciano a far girare e velocemente le rotelle del
cervello per creare oggi l’occupazione di domani. Se va bene, bene. Altrimenti,
l’espressione ‘mi calano le braccia’ rischia di essere non solo un modo
figurato per esprimere il sentimento di avvilimento. La Venere di Milo è una
bella scultura, ma fu concepita con le braccia. L’immagine è stata citata da
Bertolucci nel film ‘The Dreamers’ e penso sia molto significativa. Chi vuole
cambiare il mondo può pensare di riappropriarsi degli arti ed evitare di
mascherare lo sconforto chiamando in causa la cattiva sorte, una pessima
congiunzione astrale ecc. Troppo spesso, però, l’indifferenza della realtà
circostante si traduce in timore. Quasi ci si vergogna a chiedere, a contattare
una società o un’azienda per un’offerta di lavoro che ha pubblicato la stessa
azienda, come se si stesse commettendo un sorpruso, ovvero l’uscita volontaria
dalla nicchia vita natural durante dei non occupati. Allo stato dei fatti risulta
preferibile cantare e ballare all’uscita della metro Spagna, o far roteare le
palline al semaforo, piuttosto che chiedere di lavorare. Perché? C’era
un’epoca, non molto tempo fa, in cui il lavoro era considerato un diritto e un
dovere per gli uomini, ma sconveniente per le donne, soprattutto quelle della
borghesia. L’invenzione dell’inopportunità del lavoro femminile era funzionale
al mantenimento della condizione di inferiorità della donna nei confronti
dell’uomo, inteso come colui che portava i soldi a casa. Oggigiorno, pare che
la storia si ripeta, anche se l’uomo avrebbe molto da guadagnare dalla parità. In
tempi di crisi tornano alla ribalta le presunte virtù femminili legate ai ruoli
familiari. Una moglie e madre vale più di una lavoratrice. Siccome le donne
bramano l’apprezzamento sociale, si sbrigano ad acchiappare un marito, fanno
dei figli e lavorano, spargendo ovunque il modello dello sfruttamento reciproco,
dalla famiglia, al mondo del lavoro, al sociale. Non gli viene in mente che le
stanno fregando. La differenza che appare evidente rispetto ai modelli di
convivenza del passato è che oggi non si decide di stare insieme mossi
dall’esigenza materiale di assicurarsi l’esistenza e neanche sulla
complementarietà dei sessi, definiti come contrapposti in base alla divisione
dei ruoli. Tutto ciò ha a che fare con la consapevolezza, ancora non pienamente
raggiunta in Italia, dell’autonomia dei singoli fondata sulla pari
partecipazione alla vita familiare, sociale e politica La dignità del lavoro quindi
è connessa con altri fattori, la cui importanza e valore sono stabiliti
dall’insieme dei rapporti presenti nel contesto in cui si vive.
Come
si intuisce la questione è molto articolata. Gli studi di settore ci dicono che
le schiere dei non occupati/e in cerca di occupazione sono sempre più folte. Gli
enti pubblici e privati, che monitorano l’andamento del mondo del lavoro,
mettono in luce fenomeni correlati alla disoccupazione di lungo corso come l’inattività di coloro che
non cercano più lavoro perché demotivati e la fascia più colpita sembra essere quella
degli under 35, cioè i giovani. Occorrerebbe interrogarsi sui motivi che
spingono all’inattività e, magari, riflettere sul sistema di governo e di
società che ci rappresenta meglio se è questo o un altro da costruire insieme.
Manuela.
