Chi l’avrebbe mai detto che
sarebbero state alcune tra le rappresentanti
del sesso femminile ad ostacolare il percorso di emancipazione delle
donne dai ruoli e dagli stereotipi di genere. Lo hanno detto alcune delle
pioniere e paladine della rivoluzione diciamo antisessista per non dire
femminista, vocabolo che evoca prese di posizione radicali e a volte alquanto
bizzarre, soprattutto a detta dei conservatori della cultura patriarcale. I
movimenti femminili, se decisi a combattere le discriminazioni e l’ipocrisia
dei ruoli tradizionali, danno fastidio al sistema economico, politico e
culturale vigente, su cui si basa lo sfruttamento delle donne e di ¾ della
popolazione mondiale. In questo sistema al collasso delle donne in particolare
‘si usa tutto’. Esse servono al lavoro domestico ed extrafamiliare, ai servizi
di accudimento e di assistenza sentimentale-emotiva dei bisognosi. Lo pensava
Doris Lessing che convertire ed educare le donne alla libertà era un’impresa
faticosa e inutile, infatti notò con grande rammarico che tanto le donne quanto
gli uomini si trovavano meglio a farsi la guerra piuttosto che ad elaborare
stili di vita e modalità di convivenza pacifici basati sull’amore. Certamente è
più faticoso amarsi che fare finta di amarsi. Fernanda Pivano consigliò alle
donne di tornare a casa a fare le torte che non c’era più nessuna che le sapeva
fare. Non sono Doris Lessing né Fernanda Pivano, ma vedo che molte donne sono ‘felici’
del loro ruolo di schiave, salvo poi sbraitare come oche e fomentare desideri
meschini di rivalsa.
In tempi recenti, in concomitanza
con le stragi di donne, fenomeno denominato ‘femminicidio’, Elsa Fornero ha
emanato un decreto per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni
sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere. La normativa ho trovato
applicazione nella legge Carrozza 128/2013, che prevede un contributo economico
per la formazione dei docenti alle pari opportunità. Questa notizia è apparsa
sull’inserto di Repubblica del 1 febbraio 2014. A tale proposito si
sottolinea anche l’urgenza di dire alle bambine, ma soprattutto alle mamme, che
la favola della principessina ‘salvata’ dal principe con il fatidico bacio è
una favola e non esiste né il principe né la possibilità di diventare
principesse. Per una informazione corretta bisognerebbe quantomeno dire alle
fanciulle che la vita di una principessa non è tutta rose e fiori, che bisogna
studiare tantissimo ed essere molto ma molto brave. Non brave come quando
glielo dicono perché obbediscono agli ordini e al volere del maschio, neanche brave
come quando cinguettano perché hanno ricevuto una ricompensa, ovvero il
certificato di esistenza in un mondo maschilista. No, per essere principesse
bisogna lottare e sfidare il potere degli uomini, avere nervi saldi e tanta
determinazione, combattere su un altro terreno che non è quello
dell’oppressione e dello sfruttamento. Le prove di forza consistono nel
sopportare le angherie, i tentativi di sopraffazione, nel rivendicare le
proprie idee, dubitando con onestà ma rimanendo convinte del proprio valore. In
tutto ciò l’avvenenza e il mondo patinato delle favole non c’entrano. La favola
con il castello, il principe e il lieto fine non sarebbe pertinente neanche in
quanto frutto dell’immaginazione, chè se le donne guardassero davvero la realtà
potrebbero immaginare di essere libere, non principesse.
La realtà quotidiana pullula di
branchi di femmine, specialmente giovani, smaniose di primeggiare per
aggiudicarsi il premio della più bella del reame, ma incapaci o scoraggiate in
partenza a farsi valere in ambito lavorativo e sociale mettendoci del proprio.
Al contrario, oggigiorno per farsi strada va di moda screditare o imbrogliare
gli altri e ciò accade non soltanto nell’entourage femminile. Durante queste
settimane è nelle sale cinematografiche un film molto interessante: ‘Il
capitale umano’ (P. Virzì), in cui tutto, rapporti umani compresi, ha un
prezzo, cioè un valore quantificabile in termini di denaro. C’è una battuta
memorabile che la moglie di un magnate della finanza rivolge al marito: ‘Avete
scommesso sulla rovina di questo paese e avete vinto’. ‘Abbiamo vinto’,
risponde lui, colpendo l’accondiscendenza complice della moglie. Il capitale
umano, per gli assicuratori di veicoli, è il valore di una persona espresso in
soldi e dipende dalla condizione socio-economica, dallo stile di vita, dalla
professione svolta e dal luogo in cui si vive. Da un punto di vista economico
il capitale umano ‘indica l’insieme delle conoscenze e delle capacità
produttive acquisite da un individuo attraverso l’istruzione, la formazione e l’esperienza
lavorativa’. I benefici prodotti dalle conoscenze e dalle capacità sono
durevoli e non soggetti a deprezzamento, a patto che tali conoscenze e capacità
siano costantemente esercitate. Pertanto, si presume che un buon utilizzo del
capitale umano sia possibile quando vige un regime di concorrenza sana. La
realtà italiana è molto diversa e, specialmente riguardo alle donne, le
ricerche registrano un netto sottoutilizzo del capitale umano rispetto a quello
degli uomini.
C’è da pensare, quindi, che molte si stiano autoescludendo, relegandosi
nella nicchia dei ruoli tradizionali o siano rinchiuse nelle gabbie dorate/pollai
con la sola aspirazione di prendersi a capelli per accaparrarsi un uomo.
Nessuno dice loro che per farsi valere devono lottare veramente e pochi
incoraggiano coloro che invece lottano. Ecco, questo lo voglio dire e trovo che
sia inesatta e alquanto menzognera la sceneggiata quotidiana cui molti fanno
finta di credere per comodità. A vederla con occhi sgombri, la solita messa in
scena supportata dal chiacchiericcio mediatico lascia trapelare la verità sulla
condizione femminile in questo Paese.Manuela.
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