domenica 2 febbraio 2014

Ma quante belle figlie...

Chi l’avrebbe mai detto che sarebbero state alcune tra le rappresentanti  del sesso femminile ad ostacolare il percorso di emancipazione delle donne dai ruoli e dagli stereotipi di genere. Lo hanno detto alcune delle pioniere e paladine della rivoluzione diciamo antisessista per non dire femminista, vocabolo che evoca prese di posizione radicali e a volte alquanto bizzarre, soprattutto a detta dei conservatori della cultura patriarcale. I movimenti femminili, se decisi a combattere le discriminazioni e l’ipocrisia dei ruoli tradizionali, danno fastidio al sistema economico, politico e culturale vigente, su cui si basa lo sfruttamento delle donne e di ¾ della popolazione mondiale. In questo sistema al collasso delle donne in particolare ‘si usa tutto’. Esse servono al lavoro domestico ed extrafamiliare, ai servizi di accudimento e di assistenza sentimentale-emotiva dei bisognosi. Lo pensava Doris Lessing che convertire ed educare le donne alla libertà era un’impresa faticosa e inutile, infatti notò con grande rammarico che tanto le donne quanto gli uomini si trovavano meglio a farsi la guerra piuttosto che ad elaborare stili di vita e modalità di convivenza pacifici basati sull’amore. Certamente è più faticoso amarsi che fare finta di amarsi. Fernanda Pivano consigliò alle donne di tornare a casa a fare le torte che non c’era più nessuna che le sapeva fare. Non sono Doris Lessing né Fernanda Pivano, ma vedo che molte donne sono ‘felici’ del loro ruolo di schiave, salvo poi sbraitare come oche e fomentare desideri meschini di rivalsa. 

In tempi recenti, in concomitanza con le stragi di donne, fenomeno denominato ‘femminicidio’, Elsa Fornero ha emanato un decreto per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere. La normativa ho trovato applicazione nella legge Carrozza 128/2013, che prevede un contributo economico per la formazione dei docenti alle pari opportunità. Questa notizia è apparsa sull’inserto di Repubblica del 1 febbraio 2014. A tale proposito si sottolinea anche l’urgenza di dire alle bambine, ma soprattutto alle mamme, che la favola della principessina ‘salvata’ dal principe con il fatidico bacio è una favola e non esiste né il principe né la possibilità di diventare principesse. Per una informazione corretta bisognerebbe quantomeno dire alle fanciulle che la vita di una principessa non è tutta rose e fiori, che bisogna studiare tantissimo ed essere molto ma molto brave. Non brave come quando glielo dicono perché obbediscono agli ordini e al volere del maschio, neanche brave come quando cinguettano perché hanno ricevuto una ricompensa, ovvero il certificato di esistenza in un mondo maschilista. No, per essere principesse bisogna lottare e sfidare il potere degli uomini, avere nervi saldi e tanta determinazione, combattere su un altro terreno che non è quello dell’oppressione e dello sfruttamento. Le prove di forza consistono nel sopportare le angherie, i tentativi di sopraffazione, nel rivendicare le proprie idee, dubitando con onestà ma rimanendo convinte del proprio valore. In tutto ciò l’avvenenza e il mondo patinato delle favole non c’entrano. La favola con il castello, il principe e il lieto fine non sarebbe pertinente neanche in quanto frutto dell’immaginazione, chè se le donne guardassero davvero la realtà potrebbero immaginare di essere libere, non principesse.  

La realtà quotidiana pullula di branchi di femmine, specialmente giovani, smaniose di primeggiare per aggiudicarsi il premio della più bella del reame, ma incapaci o scoraggiate in partenza a farsi valere in ambito lavorativo e sociale mettendoci del proprio. Al contrario, oggigiorno per farsi strada va di moda screditare o imbrogliare gli altri e ciò accade non soltanto nell’entourage femminile. Durante queste settimane è nelle sale cinematografiche un film molto interessante: ‘Il capitale umano’ (P. Virzì), in cui tutto, rapporti umani compresi, ha un prezzo, cioè un valore quantificabile in termini di denaro. C’è una battuta memorabile che la moglie di un magnate della finanza rivolge al marito: ‘Avete scommesso sulla rovina di questo paese e avete vinto’. ‘Abbiamo vinto’, risponde lui, colpendo l’accondiscendenza complice della moglie. Il capitale umano, per gli assicuratori di veicoli, è il valore di una persona espresso in soldi e dipende dalla condizione socio-economica, dallo stile di vita, dalla professione svolta e dal luogo in cui si vive. Da un punto di vista economico il capitale umano ‘indica l’insieme delle conoscenze e delle capacità produttive acquisite da un individuo attraverso l’istruzione, la formazione e l’esperienza lavorativa’. I benefici prodotti dalle conoscenze e dalle capacità sono durevoli e non soggetti a deprezzamento, a patto che tali conoscenze e capacità siano costantemente esercitate. Pertanto, si presume che un buon utilizzo del capitale umano sia possibile quando vige un regime di concorrenza sana. La realtà italiana è molto diversa e, specialmente riguardo alle donne, le ricerche registrano un netto sottoutilizzo del capitale umano rispetto a quello degli uomini.
C’è da pensare, quindi, che molte si stiano autoescludendo, relegandosi nella nicchia dei ruoli tradizionali o siano rinchiuse nelle gabbie dorate/pollai con la sola aspirazione di prendersi a capelli per accaparrarsi un uomo. Nessuno dice loro che per farsi valere devono lottare veramente e pochi incoraggiano coloro che invece lottano. Ecco, questo lo voglio dire e trovo che sia inesatta e alquanto menzognera la sceneggiata quotidiana cui molti fanno finta di credere per comodità. A vederla con occhi sgombri, la solita messa in scena supportata dal chiacchiericcio mediatico lascia trapelare la verità sulla condizione femminile in questo Paese.

Manuela.
www.arcalibera.com

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