Molto tempo fa dei loschi individui buttarono la loro immondizia a
casa mia. Io pensai che prima o poi la venissero a riprendere e invece non
successe nulla di tutto questo. Da allora anche altri presero la cattiva
abitudine di scaraventare quotidianamente nella mia dimora tonnellate di mondezza
per sbarazzarsene. Deve fargli comodo una pattumiera personale, sicuramente. Però
per me non è così che stanno le cose. Al che ho voluto approfondire la questione
e vedere se il Comune non avesse fornito le loro abitazioni di secchi della
spazzatura. Macchè i secchi ce li hanno, non è per questo che la buttano da me.
Sul motivo di tale comportamento ancora ci si interroga. Ad un certo punto una
tizia, colta da un’intuizione geniale, ha detto: ‘Producono troppa sozzeria,
hanno paura di fare brutta figura e la scaricano a casa tua’. ‘Ah! Davvero?’, ho
risposto sgranando gli occhi, ma lo avevo capito da un pezzo perché già dopo
pochi giorni casa mia sembrava una discarica. Sembrava, ma… In ogni modo,
adesso la cosa è davvero seccante a dirla con grazia. Nei primi tempi li
invitavo cortesemente a smettere, poi ho iniziato a spedirli all’inferno. Constatando
che già ci stavano all’inferno, ho fatto leva sulla comunicazione condita con
il turpiloquio, ma dirgli che hanno rotto i coglioni
non basta, anzi le parolacce li fomentano. Il problema è che non vogliono
capire e soprattutto che il numero degli sporcaccioni cresce. Il fatto è che
senza la loro mondezza brillano di virtù che non hanno, si danno una mano di
vernice bianca e splendente e, vista l’urgenza di sbarazzarsi del fetore che
producono, non pensano che le persone per avvicinarsi a casa mia devono prima
rotolarsi nella loro spazzatura. Comunque, chiederò all’Ama se mi fa lavorare e
magari gli suggerirò di trovare un’occupazione anche ai loschi individui. Ciò
non può fargli che bene. L’osservazione della spazzatura altrui, se uno non ne
può fare a meno, rivela molte cose interessanti, ovvero dice molto sulla
sostanza di certa gente. Per esempio, i tovaglioli usati significano che si
puliscono la bocca e che se la sporcano parecchio, così come le mani. Ho notato
anche che questi gettano quintali di cibo. Quindi, o non lo apprezzano o ne
hanno troppo, oppure non gli interessa. Che vogliano qualcosa in cambio, ho
pensato più di una volta. Come dire, al posto del cibo qualcosa di più
nutriente. Il tentativo però non è andato a buon fine, offrirgli ciò che non possono
buttare non li fa contenti, perciò trasformano tutto in rifiuto. Di fatti sul
piano degli scarti non saprei che scambiare, ma su quello degli affetti si,
però non con loro. Infatti, la cosa stupefacente è che tra i loro avanzi c’è il
bene, non lo riconoscono e lo buttano via o meglio lo danno a me.
Per molto tempo il mio obiettivo
principale è stato quello di dissuaderli dal gettare gli avanzi dove abito.
Nonostante abbia messo dei cartelli informativi giganteschi con su scritto:
‘Siete pregati di riappropriarvi di ciò che avete lasciato a casa mia’, non c’è
stato verso di convincerli a trafficare con gli aggeggi che producono. Proporrei
dei sacchetti nominativi, utili ad assegnare un nome a chi abbandona l’amore da
me e a rintracciare repentinamente il proprietario. Comunque, ho meditato su come
spronarli a riprendersi il bene. Non che non lo voglia, è che il comportamento
di questi loschi figuri induce più di qualche
perplessità. Di fatti si tratta del processo inverso del riciclo: da bene a
rifiuto, non da rifiuto a bene. La domanda è questa: come ridare valore a un
bene che da principio il valore non ce l’ha perché chi lo prova non glielo
attribuisce?. La questione è annosa, ma una soluzione c’è, occorre provare a
convincerli che il fac simile di bene cui sono destinati gli basti. Il mio non
è un tentativo di persuasione, ma semplicemente il risultato di una ponderata
analisi della situazione. A tale proposito li fornirei di specchi veri, poiché
è probabile che abbiano scambiato l’oggetto specchio con la persona, cioè io, che
secondo loro ha questa funzione. Tuttavia, se non riescono ad esimersi dal
lasciare la sporcizia dove abito, almeno non starnazzino se ci trovo quello che
loro disprezzano, vale a dire i sogni, l’amore per la vita, in altre parole ciò
che non vogliono vivere.
Grazie al cielo non tutte le
discariche vengono per nuocere. Rovistando nei ritagli di tempo, dando un
calcio qua e là alla montagna di pattume, è uscito fuori un qualcosa di
straordinario. Dunque, brillava, questo si, a distanza, come un richiamo senza
voce. Ero ormai vicina, quando l’oggetto misterioso prese definitivamente le
sembianze di una lampada antica. Chincaglieria, paccottiglia, avrei dovuto
pensare subito. Invece, data la mole pestilenziale e la durata del
fenomeno-monnezza non ho avuto incertezze, quella era la lampada magica del
pescatore nella favola delle Mille e una notte. Nella versione raccontata dai
dervisci, il protagonista, un pescatore per l’appunto, tanto tempo fa trovò una
bottiglia con un genio che avrebbe potuto esaudire i suoi desideri. Il
pescatore curioso, ignorando l’antico motto: ‘L'uomo può usare solo ciò che ha
imparato a usare’, tolse il tappo e fece uscire il genio che era cattivissimo. Quando
minacciò di distruggerlo, l’uomo sfidò il genio dicendogli che non credeva
sarebbe riuscito a rientrare nella bottiglia. Lo spirito malvagio accettò la
sfida e si rannicchiò nel fondo, dopodichè il pescatore rimise il tappo e lo lasciò
lì per i secoli a venire. La progenie del pescatore scoprì di nuovo la
bottiglia, ma non l’aprì nel timore di dimenticare l’ammonimento e sul luogo in
cui fu trovata venne edificato un tempio, una religione su quel mistero.
Agevolmente piazzata nella
dimensione casalinga, dimensione che accresce la consapevolezza che non
esistono giorni qualsiasi, ho pensato: tirerò a
lucido l’oggetto misterioso quanto prima e libererò un genio, cattivo o buono
che sia, perché, dopo tutto, la mondezza della gente è come la bottiglia del
pescatore, occorre imparare ad usarla.
Il mistero appare tra le luci artificiali della città efficiente, non
una religione personale. Mentre la conoscenza fa ciò che può per colmare i vuoti
del non sapere, le piante germogliano, così come rinasce la joie de vivre e la
curiosità di sapere se quel genio è davvero tanto cattivo.Manuela.
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