La creatività sprona la creatività. Cosa
significa essere creativi?. Per me creare è dare origine a un'idea, estrarre un’invenzione
dall’atmosfera colorata e brillante. Però, è difficile dirlo in termini
numerici, eppure il discorso spesso va a parare proprio lì. Tuttavia neanche in
questo modo si riesce a convincere il popolo dormiente di ‘Una fidanzata in
coma’. Il documentario, scritto da Bill Emmott e diretto da Annalisa Piras, è uscito
lo scorso anno ed è visionabile nel web. In sintesi la creatività si sviluppa in società
prospere. Crea occupazione e sviluppo in termini economici ma anche politici,
portando alla ribalta nuove elite o gruppi non necessariamente elitari che si
sostituiscono alla classe dirigente che li ha preceduti. Questo circolo
virtuoso in Italia è fermo da circa trenta anni. Alcune delle ragioni dello
stallo rigenerativo sono individuabili nell’intricato sistema burocratico che
invece di incentivare la concorrenza stimola comportamenti illeciti, escamotage
o sotterfugi per aggirare le norme. Nelle collaborazioni tra settore pubblico e
privato, il modello di governance, tutti devono sapere di poter partecipare
perché nella maggior parte dei casi è sicuro che vince davvero il migliore. La
diffusione capillare di piccole imprese, generalmente a conduzione familiare, è
un ulteriore motivo della stasi nel processo di sviluppo e ripresa culturale,
economica e politica. Le pmi fanno fatica a innovarsi e a mettersi in una rete
relazioni in cui la capacità di interagire con gli altri è indispensabile. Il
che non deve dare origine al sistema clientelare, come nella maggior parte
delle volte viene tradotta la capacità di interagire con gli altri. Un
ulteriore motivo della stasi è l’educazione scolastica, troppo incentrata nella
trasmissione di nozioni e procedure che trasformano i/le giovani in esecutori
di ordini piuttosto che in creativi e propositivi futuri talenti. Questo è
messo in luce nel documentario: ‘Una fidanzata in coma’ ed è un punto di vista interessante,
poiché dice della tendenza a considerare la cultura in modo molto rigido, con
arroccamenti difensivi altrettanto rigidi. Le persone creative creano e sono
state create, sono ‘prodotti’ della società, che gli piaccia o no. Francamente
penso che la cultura faccia bene non quando informa, ma quando libera il
pensiero e diverte. Se c’è soltanto ‘una’ cultura in un mondo globale vuol dire
che qualcosa non va bene. È irragionevole difendere una mentalità che ostacola la
realizzazione degli individui attraverso molti comportamenti e atteggiamenti,
primo tra tutti l’indifferenza.
La demonizzazione dell’ingerenza
del mercato nella sfera pubblica è sacrosanta e lo è perché in Italia ciò causa
intrallazzi a non finire. Non soltanto il profitto, dunque, ma tutto un
complicato meccanismo di corruzione che ha a che fare con una parte della
mentalità italiana. Non dovrebbe esistere una lista di competenze suddivise in
abilità e saperi di serie A e serie B. Invece questa classificazione esiste a
proposito delle competenze utili per sopravvivere in un clima opaco dal punto
di vista occupazionale, culturale e relazionale, ma anche economico e politico.
In altre parole chi è furbo si fa strada chi non lo è no. La competenza
fondamentale sarebbe la furbizia, intesa come propensione a fiutare l’occasione
e il vantaggio utilitaristico. Di creatività però si parla e nella quotidianità
si traduce nella ricerca pratica e nella costruzione di un mondo vivibile, in
fenomeni collettivistici in cui nessuno è protagonista, ma partecipante. Dico
questo perché sono interessata ai progetti menzionati. Non a caso, di recente,
si parla parecchio di beni comuni. La cultura e la creatività sono considerati
beni comuni, cioè utili all’esercizio dei diritti civili e politici e allo
sviluppo della persona, per questo devono essere tutelati. Senza creatività e
cultura il paese non cresce. Il circolo virtuoso non riparte. Ciascuno, i
movimenti autogestiti e le istituzioni lottano per la gestione dei beni comuni,
questa è la posta in gioco. Non intrighi speculativi e finanziari, ma la
competizione per la definizione di cultura e dunque per la proclamazione di
quella dominante. I movimenti dal basso si pongono in modo alternativo nello
scenario di culture al plurale, dove i cittadini/e scelgono in base ai propri
interessi e ai propri orientamenti. Che male c’è?. In teoria nessuno, anzi ciò è
indice di vera democrazia. Con la mano a visiera mi metto a guardare
l’orizzonte e scorgo manifestazioni di maggiore partecipazione politica. Per
esempio la street-art e i graffiti sono espressioni di interazione spontanea
con gli spazi urbani. Queste pratiche molto diffuse potrebbero essere incluse
nella definizione di rigenerazione urbana con cui si intendono le ‘attività di
trasformazione che incidono sulla struttura e sull’uso della città, il che
implica cambiamenti spaziali e fisici, ma anche economici, culturali e
creativi, dunque un processo di riqualificazione e valorizzazione molto
complesso (R. Galdini, ‘Politiche di rigenerazione urbana e loro effetti
laterali ma non secondari’, in ‘Città, bisogni, desideri, diritti. La città
diffusa, stili di vita e popolazioni metropolitane’, G. Nuvolari e F. Piselli,
Franco Angeli, Milano, 2009). La globalizzazione e la delocalizzazione delle
attività produttive infatti hanno contribuito ad assegnare ai centri urbani un
ruolo preminente nella gestione di specifiche attività produttive. Anche dal
punto di vista politico, le città sono diventate nodi di intersezione in cui si
incontrano le realtà della contemporaneità globalizzata e si concretizzano
flussi internazionali a livello locale. Per questo, sono diventate centri di
sviluppo e attività culturali e creative. Il concetto di rigenerazione urbana
esula da quello di riqualificazione standardizzata, perciò è l’ambito in cui
coesistono pluralità culturali, religiose e di genere. Pare che la cittadinanza
abbia colto la possibilità di ridefinire o autodefinire la propria identità,
agendo creativamente nel luogo in cui vive. L’arte di strada colora la città
grigia, fenomeni di street-art sono presenti ovunque a Roma, segno che la
logica della rigenerazione urbana ‘dal basso’ supera la dicotomia tra centro e
periferia. Perciò, oltre al dormiveglia furbetto di molti, segnalo fenomeni di
decostruzione e ricostruzione degli spazi e dei linguaggi adatti per raccontare
le realtà che cambiano, fenomeni correlati di decostruzione delle gerarchie
vuote di significato, al fine di creare relazioni, spazi interiori e sociali,
attribuendo nuovi significati e in modi diversi da quelli usati dalle
generazioni che ci hanno preceduto. E non è mica finita qui.
Manuela.

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