La divisione sessuale del lavoro
è più importante della divisione economica e sociale del lavoro. La parità tra
i sessi ha poco a che fare con la condizione socioeconomica. In altre parole,
dovrei sentirmi pari se il reddito, a parità di mansioni, è uguale a quello di
un uomo. Il dibattito del femminismo di Stato si concentra su questo argomento
e non è un caso. Non è un caso nemmeno che, per controllare il potere
‘devastante’ della donna che parla e pensa, l’ordine sociale si avvalga di sofisticati
stratagemmi come la comunicazione pubblica, le dottrine
scientifiche, mediche e giuridiche influenzate dall’ideologia. L’indottrinamento
con funzione di contenimento, la chiamo io. ‘ste donne, le vogliono segregate
nei cortili a schiamazzare e anche felici della condizione di subalternità.
Il corpo della donna è
medicalizzato, super regolamentato in gravidanza (tecniche di riproduzione assistita,
esami diagnostici durante la gestazione). Eh, sì. ‘Pardon’, chiedo, ‘celebrate la donna
in quanto serva e la venerate come madre, ma affidate i vostri figli ad esseri
di cui non vi fidate?’. L’iperegolamentazione del corpo mette in luce la scarsa
fiducia nell’autodeterminazione femminile e, soprattutto, che la funzione
principale della donna è ancora quella di madre.
Le numerose indagini sulle
vicende svolte nella camera da letto della classe media non fanno altro che
mettere in rilievo le differenze tra i sessi. I toni surreali della
comunicazione pubblica su argomenti pruriginosi nascondono il controllo che
esercitano sul pubblico, fornendo a chi li ascolta una rassicurante immagine di
benessere. ‘Guardate quanto state bene, così inclini ad espletare funzioni uguali,
a soddisfare gli appetiti e solo quelli’, questo dicono i rotocalchi. Siccome
la pratica caratterizza sia le donne che gli uomini, affermano di aver
raggiunto la parità. Sarebbe meglio se ognuno guardasse nelle proprie mutande e
la discussione rimanesse nell’ambito dei cultori della materia. A me tutto ciò
fa pensare alla funzione del confessionale, come diceva Foucault. La pratica
del confessionale era un esercizio del potere ecclesiastico, lo scopo era di
controllare i comportamenti istintuali e di dirigerli anziché lasciare che gli
individui li esprimessero in libertà. Nei primi anni del Novecento medici e
anatomisti cercarono di limitare l’intervento femminile nella società, trovando
giustificazione nelle caratteristiche biofisiologiche della donna. Le
differenze fisiche, sessuali e intellettive erano esaltate e distorte con
l’obiettivo di imporre modelli di comportamenti funzionali al mantenimento
dell’egemonia maschile. È presumibile che le ragioni di tutto quel parlare
siano da cercare nel cambiamento nei rapporti tra i sessi all’interno della
classe borghese. Ora come allora la liberazione sessuale della donna era
interpretata con elementi antifemministi. Quando stabilirono l’esistenza della
libido femminile, l’attenzione dei medici si spostò su questa. Gli specialisti di
un tempo erano intenzionati a togliere la carica eversiva dall’attivismo
femminile, ora non si parla che di desideri femminili declinati in base ai
modelli di comportamento e agli stereotipi. Un secolo fa gli avversari dei
movimenti per l’emancipazione femminile temevano che la negazione della
sessualità femminile si potesse trasformare in un’ammissione dell’inferiorità
morale dell’uomo. Il contributo della scienza diede loro un aiuto e giunsero
alla conclusione che la sessualità della donna sarebbe stata maggiore di quella
dell’uomo, manifestata secondo un ordinamento ‘naturale’ nel riconoscimento di
un ruolo subalterno. La prima guerra mondiale portò la società a rivedere la
divisione dei ruoli in base al genere. Infatti, durante il periodo bellico le
donne svolsero mestieri considerati fino ad allora maschili. L’uomo non si
confrontò con il nascente orgoglio femminile, ma lo percepì come una minaccia
alla sua identità. Il fascismo si opposte alla confusione dei ruoli.
L’esaltazione della virilità, il mito della mascolinità associati all’ideale di
potenza, attivismo e aggressività riportò le donne tra le mura domestiche e lì
rimasero, però non tutte, sino alla II guerra mondiale. Allora la posta in
gioco era il raggiungimento dell’emancipazione femminile e maschile su cui edificare
uomini e donne nuovi. Oggi non si parla di cambiamento, ma si parla del lavoro
della donna, che, a differenza di quanto avviene per l’uomo, implica il
discorso sul suo ruolo sociale. La donna è ‘riproduttrice di forza-lavoro’
utile alla valorizzazione e sopravvivenza del capitale. L’analisi del ruolo
sociale ed economico della donna mette in luce il funzionamento squilibrato del
sistema. La gerarchia su cui si basa l’ordine sociale contrappone i paesi poveri
a quelli ricchi, mercato del lavoro regolare e marginale. All’interno di questa
contraddizione la donna ha un ruolo fondamentale, poiché, non solo si occupa
della riproduzione della forza-lavoro, ma la divisione sessuale del lavoro
consente la sopravvivenza dei settori tradizionali o marginali in cui è
riassorbita la forza-lavoro maschile in esubero, oppure quando il lavoratore è
malato o vecchio.
Credo che la mansione di specchio
sia troppo poco. Non è che siamo state create per mettere in evidenza le storture
del sistema economico, politico e sociale. La subordinazione non dipende da
questi fattori. Ci sarà il mercato o un altro sistema, le donne, così come gli
uomini, rimarranno individui in grado di riflettere e dare un significato alle
proprie azioni.
Perciò, la si smetta di abbellire
la realtà chiamando ‘confronto’ i meccanismi di assimilazione e di dominio,
specialmente quando l’interlocutore ha un nome femminile.
Manuela Grillo Spina.

Nessun commento:
Posta un commento