domenica 7 dicembre 2014

Controcorrente ma non troppo.


La divisione sessuale del lavoro è più importante della divisione economica e sociale del lavoro. La parità tra i sessi ha poco a che fare con la condizione socioeconomica. In altre parole, dovrei sentirmi pari se il reddito, a parità di mansioni, è uguale a quello di un uomo. Il dibattito del femminismo di Stato si concentra su questo argomento e non è un caso. Non è un caso nemmeno che, per controllare il potere ‘devastante’ della donna che parla e pensa, l’ordine sociale si avvalga di sofisticati stratagemmi come la comunicazione pubblica, lecati stratagemmi come leri femminili declinati in base ai modelli di comportamento e stereotipi.volta stabilita l'o da n dottrine scientifiche, mediche e giuridiche influenzate dall’ideologia. L’indottrinamento con funzione di contenimento, la chiamo io. ‘ste donne, le vogliono segregate nei cortili a schiamazzare e anche felici della condizione di subalternità.
Il corpo della donna è medicalizzato, super regolamentato in gravidanza (tecniche di riproduzione assistita, esami diagnostici durante la gestazione). Eh, sì. ‘Pardon’, chiedo, ‘celebrate la donna in quanto serva e la venerate come madre, ma affidate i vostri figli ad esseri di cui non vi fidate?’. L’iperegolamentazione del corpo mette in luce la scarsa fiducia nell’autodeterminazione femminile e, soprattutto, che la funzione principale della donna è ancora quella di madre.
Le numerose indagini sulle vicende svolte nella camera da letto della classe media non fanno altro che mettere in rilievo le differenze tra i sessi. I toni surreali della comunicazione pubblica su argomenti pruriginosi nascondono il controllo che esercitano sul pubblico, fornendo a chi li ascolta una rassicurante immagine di benessere. ‘Guardate quanto state bene, così inclini ad espletare funzioni uguali, a soddisfare gli appetiti e solo quelli’, questo dicono i rotocalchi. Siccome la pratica caratterizza sia le donne che gli uomini, affermano di aver raggiunto la parità. Sarebbe meglio se ognuno guardasse nelle proprie mutande e la discussione rimanesse nell’ambito dei cultori della materia. A me tutto ciò fa pensare alla funzione del confessionale, come diceva Foucault. La pratica del confessionale era un esercizio del potere ecclesiastico, lo scopo era di controllare i comportamenti istintuali e di dirigerli anziché lasciare che gli individui li esprimessero in libertà. Nei primi anni del Novecento medici e anatomisti cercarono di limitare l’intervento femminile nella società, trovando giustificazione nelle caratteristiche biofisiologiche della donna. Le differenze fisiche, sessuali e intellettive erano esaltate e distorte con l’obiettivo di imporre modelli di comportamenti funzionali al mantenimento dell’egemonia maschile. È presumibile che le ragioni di tutto quel parlare siano da cercare nel cambiamento nei rapporti tra i sessi all’interno della classe borghese. Ora come allora la liberazione sessuale della donna era interpretata con elementi antifemministi. Quando stabilirono l’esistenza della libido femminile, l’attenzione dei medici si spostò su questa. Gli specialisti di un tempo erano intenzionati a togliere la carica eversiva dall’attivismo femminile, ora non si parla che di desideri femminili declinati in base ai modelli di comportamento e agli stereotipi. Un secolo fa gli avversari dei movimenti per l’emancipazione femminile temevano che la negazione della sessualità femminile si potesse trasformare in un’ammissione dell’inferiorità morale dell’uomo. Il contributo della scienza diede loro un aiuto e giunsero alla conclusione che la sessualità della donna sarebbe stata maggiore di quella dell’uomo, manifestata secondo un ordinamento ‘naturale’ nel riconoscimento di un ruolo subalterno. La prima guerra mondiale portò la società a rivedere la divisione dei ruoli in base al genere. Infatti, durante il periodo bellico le donne svolsero mestieri considerati fino ad allora maschili. L’uomo non si confrontò con il nascente orgoglio femminile, ma lo percepì come una minaccia alla sua identità. Il fascismo si opposte alla confusione dei ruoli. L’esaltazione della virilità, il mito della mascolinità associati all’ideale di potenza, attivismo e aggressività riportò le donne tra le mura domestiche e lì rimasero, però non tutte, sino alla II guerra mondiale. Allora la posta in gioco era il raggiungimento dell’emancipazione femminile e maschile su cui edificare uomini e donne nuovi. Oggi non si parla di cambiamento, ma si parla del lavoro della donna, che, a differenza di quanto avviene per l’uomo, implica il discorso sul suo ruolo sociale. La donna è ‘riproduttrice di forza-lavoro’ utile alla valorizzazione e sopravvivenza del capitale. L’analisi del ruolo sociale ed economico della donna mette in luce il funzionamento squilibrato del sistema. La gerarchia su cui si basa l’ordine sociale contrappone i paesi poveri a quelli ricchi, mercato del lavoro regolare e marginale. All’interno di questa contraddizione la donna ha un ruolo fondamentale, poiché, non solo si occupa della riproduzione della forza-lavoro, ma la divisione sessuale del lavoro consente la sopravvivenza dei settori tradizionali o marginali in cui è riassorbita la forza-lavoro maschile in esubero, oppure quando il lavoratore è malato o vecchio.
Credo che la mansione di specchio sia troppo poco. Non è che siamo state create per mettere in evidenza le storture del sistema economico, politico e sociale. La subordinazione non dipende da questi fattori. Ci sarà il mercato o un altro sistema, le donne, così come gli uomini, rimarranno individui in grado di riflettere e dare un significato alle proprie azioni.
Perciò, la si smetta di abbellire la realtà chiamando ‘confronto’ i meccanismi di assimilazione e di dominio, specialmente quando l’interlocutore ha un nome femminile.


Manuela Grillo Spina.

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