domenica 21 dicembre 2014

Disoccupati/e eccellenti.

                                                                  
Di recente ho riletto: ‘Disoccupata con onore’, di Maria Rosa Cutrufelli, ed. Bompiani, pubblicato nel 1975. Il libro parla della condizione della donna nel Mezzogiorno. La ricerca mette in rapporto la subordinazione della donna e il sistema culturale di riferimento. In particolare, il testo cita l’ideologia dell’onore quale strumento di controllo sociale sulle donne. Il concetto di onore è alla base della definizione dei ruoli sociali e della divisione del lavoro in base al sesso. Inoltre, la capacità di controllare l’elemento femminile determina la ‘quantità’ dell’onore posseduta da un uomo. La donna ‘virtuosa’ è responsabile dell’ambito familiare, questa responsabilità è chiamata ‘autonomia’. L’uomo pretendeva, ma sarebbe meglio dire pretende, che la moglie compisse tutti i suoi doveri. La parità, nella gestione delle cose di famiglia, ovvero la collaborazione nel formulare decisioni comuni, dal punto di vista maschile è vista ancora come una perdita di prestigio.
La ricerca delinea la prassi della condizione femminile: la donna produce forza-lavoro a costo zero, dunque entra nel processo produttivo del sistema capitalistico per occupare una posizione subordinata. Per questo motivo il concetto d’onore è in funzione del controllo ideologico sul corpo della donna, cioè sul fattore produttivo più importante per le classi disagiate che possono fare affidamento sulla forza-lavoro. Il lavoro familiare condiziona quello extrafamiliare e, nei momenti di grave crisi, la condizione femminile rivela aspetti interessanti del benessere o del malessere di un Paese, almeno è quello che ho pensato ed è il motivo per il quale ho confrontato le ricerche sulla aree maggiormente in crisi. Durante i periodi di difficoltà le donne i giovani, cioè le categorieno definitle categoie isti rapaci non arretrati ed è contrapposta alla fascia di lavoratori 'minile, può essere la varibai ‘deboli’, diventano prede dei ‘capitalisti rapaci, (non arretrati)’ e sono contrapposte alla fascia di lavoratori ‘privilegiati’, appartenenti alle categorie intermedie. Fino a non molti anni fa l’esercito di disoccupate, o meglio, di sfruttate, serviva da serbatoio di manodopera per lo sviluppo delle regioni del nord Italia. Allora, i comitati di donne unite per la lotta contro lo sfruttamento non  furono ascoltate adeguatamente dalle istituzioni politiche. In tal senso si può parlare di un circolo vizioso: più il lavoro femminile è faticoso e dequalificante, più la donna rischia di essere emarginata, più è emarginata socialmente, più il lavoro è dequalificante.
Il controllo sociale, estendendosi a tutte le donne, impediva il nascere del dissenso e favoriva il conformismo nei comportamenti. Quelle che non hanno un uomo vicino non sono ‘di nessuno’, pertanto sono ‘di tutti’. Il testo cita le conseguenze dell’emigrazione maschile: ‘Quando mariti, padri e fratelli sono lontani il controllo sulle donne, sulla loro vita sociale e privata diviene ancora più pesante e costrittivo. Non è più il controllo diretto di un solo uomo, ma di un quartiere, di un paese intero: i vicini la spiano, i parenti sono sempre lì a vedere quello che fa, come si muove, che contegno ha. Si crea nel quartiere un clima di sospetto reciproco, di tensione che mette le donne stesse l’una contro l’altra, l’una diventa secondina dell’altra, la vecchia delle giovani, le sposate delle ‘signorine’. Sparisce la tradizionale e spontanea solidarietà che si ritrovava fino a non molto tempo fa fra le donne dei quartieri popolari, prima che si risentissero tutti gli effetti sociali dell’emigrazione’. L’emancipazione non si raggiunge solo con il lavoro, ma con la presa di coscienza da parte delle donne della loro specifica subalternità. Oggi possiamo parlare di mancata emancipazione.
Gli studi compiuti in ambito antropologico sul concetto dell’onore assumono una diversa prospettiva. Negli stessi anni della pubblicazione del testo citato lo studio dell’antropologo J. Pitt- Rivers, sul paese andaluso di Alcalà de la Sierra (1976), sostiene un’argomentazione a favore del collegamento tra l’egalitarismo e il cosiddetto ‘sistema onore-vergogna’ (‘Cultura e culture del Mediterraneo’, di Fabio Dei, www.fareantropologia.it). Nei paesi del Mediterraneo le differenze di status sono espresse attraverso un codice morale improntato sulle nozioni di onore e vergogna. Da qui il culto della virilità, della superiorità maschile, che si esprime per mezzo del controllo sulla donna, quindi con la subordinazione dell’elemento femminile al maschio. In queste comunità lo status acquisito è mantenuto attraverso forme di controllo sociale come il pettegolezzo e la maldicenza. La reputazione non dipende dalla ricchezza né da altre forme di differenziazione materiale o intellettuale, essa è considerata un bene scarso, da accrescere togliendolo agli altri. La base ugualitaria delle comunità mediterranee è stata contestata negli studi successivi. L’antropologo J. Davis sostiene che i paesi ubicati nell’area mediterranea sono molto differenziati in base alla ricchezza e al potere politico e che questa stratificazione sociale condiziona la reputazione e l’onore posseduti. Dunque, l’onore non è una caratteristica astratta che tutti possono acquisire o perdere, ma è associato alle caratteristiche del sistema sociale, è una forma di controllo ideologico messo in atto dalle classi dominanti per la conservazione del potere, specialmente nei rapporti di patronage. Il patronage o clientelismo, normalizza le asimmetrie di potere tra classi dominanti e classi subalterne, fornendo a queste ultime protezione e privilegi in cambio di servile obbedienza. Questo sistema di omologazione verso il basso non si basa sulle leggi di mercato e tantomeno su quelle dello Stato, anzi, funge da difesa nei confronti di ogni tentativo di penetrazione dello Stato, che, nelle comunità locali, è visto come un nemico. Paradossalmente, ma non troppo, prospera in democrazia, poiché, con l’ampliarsi degli aventi diritto al voto, la mafia svolge un ruolo di intermediazione tra le istante degli individui e gli interessi della classe dirigente o imprenditoriale. In ogni caso il meccanismo dà origine a un sistema difettoso, che non assomiglia né allo Stato né a un’economia moderna.
Personalmente ho avuto una gradevolissima impressione nel leggere questi testi parlanti con parole chiare. Mi piace scoprire un punto di vista su cui orientarmi, da tenere tra le mani come un diamante. Per esempio, le categorie ‘deboli’. In tempi di crisi le donne e i giovani sono svantaggiati, è un fatto. Ma è un fatto anche che siamo 30milioni, cioè la metà della popolazione italiana. Dunque, come è possibile che da sempre ci definiscano ‘deboli’?. E perché i giovani, gli unici veramente ‘pericolosi’ per il sistema magagnato, rappresentino una categoria da garantire a vita?.

Manuela Grillo Spina.

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