Aumentano i casi di stalking e violenza
da parte delle donne ai danni di mariti, compagni e fidanzati (www.stateofmind.it ). Il fenomeno è
sottostimato e spesso taciuto perchè gli uomini non sono avvezzi a manifestare
il loro disagio, ma anche perché le donne sono convinte che la violenza
compiuta da loro sia meno grave di quella agita dal maschio. Il fatto che
emerga la propensione alla violenza in entrambi i sessi, ribalta l’immagine
della donna-vittima, ma non spiega il fenomeno. Generalmente, e sulla base dei
dati, le donne commettono violenze sul piano psicologico e si servono di
manipolazione e cinismo per creare dipendenza emotiva. Successivamente
rinfacciano ai partner di non farle felici, addossandogli la colpa di una
relazione insoddisfacente. Nel sito www.paternita.info
(‘l’altro lato della violenza’ poi ‘violenza domestica’) il ‘Rapporto sulla
violenza di coppia’ (2001, Milano) mostra che il 38% dei mariti ha confessato
di sentirsi umiliato dalla propria consorte. A ciò si aggiunge un altro
fenomeno definito ‘mobbing genitoriale’ che concerne la violenza domestica
quando sono presenti i figli. Infatti, in caso di separazione e divorzio l’uomo
risulta essere il soggetto maggiormente sconfitto. La paura di non riuscire a
dare sostegno economico ai figli e di essere allontanato da loro, lo spingono a
comportamenti autodistruttivi. Inoltre, spesso accade che gli episodi di
violenza sul coniuge non vengano denunciati per il timore di essere considerati
inetti, deboli, non conformi all’ideale maschile del macho. I comportamenti
‘mobbizzanti’ a scapito del genitore che non vive con i figli tendono ad
escluderne o marginalizzarne il ruolo nei confronti della prole (dal Convegno
‘Quando la vittima è lui. La violenza familiare verso l’uomo’, Roma, 2007, nel sito
paternita.info). La violenza femminile è considerta meno grave, in quanto, secondo
la visione della società patriarcale, è l’uomo che ha il potere e deve farsi
valere anche per mezzo della forza. Da questa prospettiva la donna è debole,
complementare all’uomo e con meno responsabilità di quest’ultimo, anche per
quanto riguarda il suo comportamento. Recentemente, nel dibattito pubblico si
parla di ‘femminicidio’ (in Italia nel 2012 sono morte più di cento donne,
ognuna per mano di un uomo), il che è deprecabile da tutti i punti di vista e
comunque. Alla luce di questi fatti, però, si dovrebbe parlare di violenza
contro la persona a prescindere dal genere. Sarebbe auspicabile che gli uomini
e le donne violenti/e, ovvero cittadini e cittadine con cui dobbiamo
condividere lo spazio pubblico, interrogassero la loro coscienza per intendersi
su che tipo di relazioni vogliono creare (per rifletterne gli effetti nel
sociale), se improntate al rancore e all’odio reciproci o se basate sull’amore
autentico, sul rispetto e sulla dignità, verso se stessi prima di tutto.
Manuela.
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