domenica 21 aprile 2013

Cervelli che non vogliono fuggire



Di questi tempi è difficile trovare un lavoro. Mandi curriculum a valanghe e non ti rispondono, ti candidi e ti scandidano, partecipi ai concorsi già che ci sei, sapendo che hai l’1% di possibilità di farcela, ma non te la prendi. Dai e dai, come la goccia cinese, i tentativi andati male lasciano il posto alla commiserazione che spesso si trasforma nella rinuncia a trovare lavoro. Chi può permettersi lo scoraggiamento si scoraggia, io no, non lo farei neanche se potessi. L’invisibilità degli aspiranti lavoratori è critica e, forse, anche motivata. Funge da selezione poco naturale, anzi molto culturale. La stratificazione sociale serve a mantenere una iniqua distribuzione delle risorse. Comunque, dopo qualche tempo che cercano lavoro e non lo trovano, gli aspiranti lavoratori cominciano a far girare e velocemente le rotelle del cervello per creare oggi l’occupazione di domani. Se va bene, bene. Altrimenti, l’espressione ‘mi calano le braccia’ rischia di essere non solo un modo figurato per esprimere il sentimento di avvilimento. La Venere di Milo è una bella scultura, ma fu concepita con le braccia. L’immagine è stata citata da Bertolucci nel film ‘The Dreamers’ e penso sia molto significativa. Chi vuole cambiare il mondo può pensare di riappropriarsi degli arti ed evitare di mascherare lo sconforto chiamando in causa la cattiva sorte, una pessima congiunzione astrale ecc. Troppo spesso, però, l’indifferenza della realtà circostante si traduce in timore. Quasi ci si vergogna a chiedere, a contattare una società o un’azienda per un’offerta di lavoro che ha pubblicato la stessa azienda, come se si stesse commettendo un sorpruso, ovvero l’uscita volontaria dalla nicchia vita natural durante dei non occupati. Allo stato dei fatti risulta preferibile cantare e ballare all’uscita della metro Spagna, o far roteare le palline al semaforo, piuttosto che chiedere di lavorare. Perché? C’era un’epoca, non molto tempo fa, in cui il lavoro era considerato un diritto e un dovere per gli uomini, ma sconveniente per le donne, soprattutto quelle della borghesia. L’invenzione dell’inopportunità del lavoro femminile era funzionale al mantenimento della condizione di inferiorità della donna nei confronti dell’uomo, inteso come colui che portava i soldi a casa. Oggigiorno, pare che la storia si ripeta, anche se l’uomo avrebbe molto da guadagnare dalla parità. In tempi di crisi tornano alla ribalta le presunte virtù femminili legate ai ruoli familiari. Una moglie e madre vale più di una lavoratrice. Siccome le donne bramano l’apprezzamento sociale, si sbrigano ad acchiappare un marito, fanno dei figli e lavorano, spargendo ovunque il modello dello sfruttamento reciproco, dalla famiglia, al mondo del lavoro, al sociale. Non gli viene in mente che le stanno fregando. La differenza che appare evidente rispetto ai modelli di convivenza del passato è che oggi non si decide di stare insieme mossi dall’esigenza materiale di assicurarsi l’esistenza e neanche sulla complementarietà dei sessi, definiti come contrapposti in base alla divisione dei ruoli. Tutto ciò ha a che fare con la consapevolezza, ancora non pienamente raggiunta in Italia, dell’autonomia dei singoli fondata sulla pari partecipazione alla vita familiare, sociale e politica La dignità del lavoro quindi è connessa con altri fattori, la cui importanza e valore sono stabiliti dall’insieme dei rapporti presenti nel contesto in cui si vive.  
Come si intuisce la questione è molto articolata. Gli studi di settore ci dicono che le schiere dei non occupati/e in cerca di occupazione sono sempre più folte. Gli enti pubblici e privati, che monitorano l’andamento del mondo del lavoro, mettono in luce fenomeni correlati alla disoccupazione di lungo corso come l’inattività di coloro che non cercano più lavoro perché demotivati e la fascia più colpita sembra essere quella degli under 35, cioè i giovani. Occorrerebbe interrogarsi sui motivi che spingono all’inattività e, magari, riflettere sul sistema di governo e di società che ci rappresenta meglio se è questo o un altro da costruire insieme.   

Manuela.



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