La
piccola borghesia arricchita è crudele e tronfia. Un parte, mica tutti. Cinici
e addestrati a dissimulare la zozzeria interiore con modi garbati e discorsi
razionali, i borghesucci sono sempre indaffarati a procurare malessere ad altri
e quando ci riescono si sentono importanti. Non possono fare affidamento sulle
qualità personali e, secondo loro, non vale la pena di sforzarsi più di tanto,
se no passi pure per fesso. Il loro non è un cinismo che implica distacco e
sospensione del giudizio su fatti e persone, è una barriera contro il
coinvolgimento, la passione e il sentimento. Le borghesucce poi sono superficiali,
quindi imbecilli, e a tratti delinquenti, ma si pacificano la coscienza smaniando per mettersi un gradino sopra alle altre. Infatti, tentano di distruggere chi ha
qualcosa dentro, poiché ciò per loro è una colpa. Hanno perso la vena verace e,
quando non capiscono, invece di incuriosirsi ti guardano con altezzosità,
invece di sentire la paura denigrano chi gliela suscita. Questi zombie sono
come i gommoni, quindi basta staccargli la valvola e …psss, si sgonfiano.
Non
mi rassegno allo sfacelo sociale di questo paese. Con la scusa della crisi
prolifera la corruzione morale, il vantaggio di alcuni diventa svantaggio per
tutti. Vedo persone che ogni giorno alzano la serranda e credo che ciò sia il risultato
di un insieme di qualità personali, oltre che di capacità economiche. Se fosse solo
questo basterebbe registrare ogni azione con la calcolatrice alla mano:
apertura negozio=50euro, sistemazione del negozio=100euro e così via, fino a formare
il ricavo giornaliero. Prima di essere costretta a monetizzarlo, preferisco
apprezzare ciò che non può essere monetizzabile, dando ad esso una coloritura
soggettiva, che esula dal mero calcolo. Quelli che rimestano nel cassetto con
il ricavo giornaliero sperano di trovare, oltre ai soldi, anche un briciolo di
soddisfazione. Allora, mi chiedo che entusiasmo può ricavare un negoziante
onesto nell’aprire bottega e sentirsi dire distrattamente: ‘Dammi questo, dammi
quell’altro’ neanche ‘per favore’ o ‘grazie’. Alcuni affermano che tutto ciò non
è importante, ciò che conta è il profitto. Ma sarà vero? Siamo costretti a fare
la gincana tra le meschinità di un ceto avido e ottuso. Il malessere è accresciuto
e giustificato con l’effetto crisi. Ci impegnamo a riversare qualche principio
in questa società malconcia, senza pretendere di essere degli eroi. In questo
aspetto della crisi il PIL c’entra poco. Se ne parli ti dicono che sei
sensibile, come se la sensibilità fosse un difetto da correggere.
C’è
un esempio lampante della vigliaccheria della piccola borghesia. Il discorso
sulla violenza sulle donne per esempio. Il fatto curioso è che in Italia, un
paese molto maschilista e sessista, le donne vengono sfruttate, innanzitutto per
la loro utilità sociale, per elevarle al rango di divinità come madri e mogli. Molte
se ne fregano della parità tra i sessi, gli sta bene quel cantuccio dove
possono razzolare ed essere idolatrate perché obbedienti, e quasi nessuna si
ribella. Probabilmente è un mio limite, ma non afferro il vantaggio che può
avere una donna a rinunciare alla propria dignità in cambio dell’apprezzamento
in una società così repressiva. Una ragione forse c’è, ed è che in questo
contesto, che inibisce ogni manifestazione individuale e femminile, la donna ha
un valore anche economico, poiché, nell’ambito della divisione gerarchica dei
ruoli, garantisce beni e servizi a basso costo all’uomo e alla società, per
tutta la vita come moglie, per l’intera vita lavorativa come dipendente. Dato che
la donna conta solo in quanto proprietà, come appartenenza della cosa a un soggetto,
se non accetta questo ruolo imposto viene disprezzata. Mi chiedo quante donne
condividono la stessa mia amarezza nel vedere la tronfiaggine di quelle che,
per accrescere il proprio prestigio sociale, desiderano soltanto divenire
oggetti di proprietà altrui. Comunque, quello che pensano e dicono le donne non
ammaestrate non conta niente, al contrario il verbo maschile è legge. Però,
quando si tratta di violenza la colpa è tutta degli uomini che sarebbero dei mostri,
degli individui malformati emotivamente. Qualcuno pone l’attenzione sulla
cultura e sull’educazione che maschi e femmine ricevono nell’infanzia. E,
invece di darsi da fare per cambiare le modalità e i contenuti dei rapporti
interpersonali nella famiglia e nella società, sono tutte d’accordo a puntare
il dito sul maschio che fino a poco prima adulavano come un dio. La violenza sulla
persona, come fenomeno sociale, è un fatto grave, ma nessuno ne parla. Anzi, se
ne è parlato tanto, ma nessuno e soprattutto nessuna sin ora ha ascoltato
veramente.
Manuela.
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