domenica 19 maggio 2013

Vecchia piccola borghesia...



La piccola borghesia arricchita è crudele e tronfia. Un parte, mica tutti. Cinici e addestrati a dissimulare la zozzeria interiore con modi garbati e discorsi razionali, i borghesucci sono sempre indaffarati a procurare malessere ad altri e quando ci riescono si sentono importanti. Non possono fare affidamento sulle qualità personali e, secondo loro, non vale la pena di sforzarsi più di tanto, se no passi pure per fesso. Il loro non è un cinismo che implica distacco e sospensione del giudizio su fatti e persone, è una barriera contro il coinvolgimento, la passione e il sentimento. Le borghesucce poi sono superficiali, quindi imbecilli, e a tratti delinquenti, ma si pacificano la coscienza smaniando per mettersi un gradino sopra alle altre. Infatti, tentano di distruggere chi ha qualcosa dentro, poiché ciò per loro è una colpa. Hanno perso la vena verace e, quando non capiscono, invece di incuriosirsi ti guardano con altezzosità, invece di sentire la paura denigrano chi gliela suscita. Questi zombie sono come i gommoni, quindi basta staccargli la valvola e …psss, si sgonfiano.

Non mi rassegno allo sfacelo sociale di questo paese. Con la scusa della crisi prolifera la corruzione morale, il vantaggio di alcuni diventa svantaggio per tutti. Vedo persone che ogni giorno alzano la serranda e credo che ciò sia il risultato di un insieme di qualità personali, oltre che di capacità economiche. Se fosse solo questo basterebbe registrare ogni azione con la calcolatrice alla mano: apertura negozio=50euro, sistemazione del negozio=100euro e così via, fino a formare il ricavo giornaliero. Prima di essere costretta a monetizzarlo, preferisco apprezzare ciò che non può essere monetizzabile, dando ad esso una coloritura soggettiva, che esula dal mero calcolo. Quelli che rimestano nel cassetto con il ricavo giornaliero sperano di trovare, oltre ai soldi, anche un briciolo di soddisfazione. Allora, mi chiedo che entusiasmo può ricavare un negoziante onesto nell’aprire bottega e sentirsi dire distrattamente: ‘Dammi questo, dammi quell’altro’ neanche ‘per favore’ o ‘grazie’. Alcuni affermano che tutto ciò non è importante, ciò che conta è il profitto. Ma sarà vero? Siamo costretti a fare la gincana tra le meschinità di un ceto avido e ottuso. Il malessere è accresciuto e giustificato con l’effetto crisi. Ci impegnamo a riversare qualche principio in questa società malconcia, senza pretendere di essere degli eroi. In questo aspetto della crisi il PIL c’entra poco. Se ne parli ti dicono che sei sensibile, come se la sensibilità fosse un difetto da correggere.

C’è un esempio lampante della vigliaccheria della piccola borghesia. Il discorso sulla violenza sulle donne per esempio. Il fatto curioso è che in Italia, un paese molto maschilista e sessista, le donne vengono sfruttate, innanzitutto per la loro utilità sociale, per elevarle al rango di divinità come madri e mogli. Molte se ne fregano della parità tra i sessi, gli sta bene quel cantuccio dove possono razzolare ed essere idolatrate perché obbedienti, e quasi nessuna si ribella. Probabilmente è un mio limite, ma non afferro il vantaggio che può avere una donna a rinunciare alla propria dignità in cambio dell’apprezzamento in una società così repressiva. Una ragione forse c’è, ed è che in questo contesto, che inibisce ogni manifestazione individuale e femminile, la donna ha un valore anche economico, poiché, nell’ambito della divisione gerarchica dei ruoli, garantisce beni e servizi a basso costo all’uomo e alla società, per tutta la vita come moglie, per l’intera vita lavorativa come dipendente. Dato che la donna conta solo in quanto proprietà, come appartenenza della cosa a un soggetto, se non accetta questo ruolo imposto viene disprezzata. Mi chiedo quante donne condividono la stessa mia amarezza nel vedere la tronfiaggine di quelle che, per accrescere il proprio prestigio sociale, desiderano soltanto divenire oggetti di proprietà altrui. Comunque, quello che pensano e dicono le donne non ammaestrate non conta niente, al contrario il verbo maschile è legge. Però, quando si tratta di violenza la colpa è tutta degli uomini che sarebbero dei mostri, degli individui malformati emotivamente. Qualcuno pone l’attenzione sulla cultura e sull’educazione che maschi e femmine ricevono nell’infanzia. E, invece di darsi da fare per cambiare le modalità e i contenuti dei rapporti interpersonali nella famiglia e nella società, sono tutte d’accordo a puntare il dito sul maschio che fino a poco prima adulavano come un dio. La violenza sulla persona, come fenomeno sociale, è un fatto grave, ma nessuno ne parla. Anzi, se ne è parlato tanto, ma nessuno e soprattutto nessuna sin ora ha ascoltato veramente. 

Manuela.

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