In
Italia la Camera dei deputati ha approvato il disegno di legge di ratifica della
Convenzione di Istanbul (2011) in materia di violenza sulle donne che deve
essere approvato dal Senato. La Convenzione di Istanbul è uno strumento di
diritto internazionale che ‘crea un quadro giuridico di riferimento per
combattere la violenza contro le donne’ e sancisce che tale violenza è una
violazione dei diritti umani. Il documento avrà conseguenze di riguardo se sarà
integrato dalle direttive europee in merito alla protezione di vittime o
potenziali vittime di reati, alla direttiva sulla repressione della tratta di
esseri umani, alla direttiva relativa alla lotta contro lo sfruttamento dei
bambini e la pornografia infantile.
La
Convenzione di Istanbul si esprime sulla violenza domestica e non compiuta contro
le donne, sulla persecuzione dei rei, sulle mutilazioni dei genitali, che sono
in uso in alcuni paesi e mira a fermare questi reati facendo prevenzione. Ciò al
fine di scardinare gli stereotipi e i modelli sessuali maschili e femminili, i
quali sono responsabili della violenza sulla persona. Gli stereotipi infatti
favoriscono la conflittualità tra i sessi in quanto relegano la donna in una
posizione subordinata nei confronti dell’uomo e rappresentano la virilità come
l’unico modello vincente per l’uomo e indirettamente per la donna. Il possesso,
la forza, la prevaricazione entrano di prepotenza nei modi di relazione tra i
sessi e nella vita pubblica, coadiuvati dalla cultura, dal sistema politico ed
economico e dalla modalità dello sfruttamento e del disimpegno, che trovano
espressione in molti ambiti dal lavoro, ai ruoli familiari, dal tempo libero,
al rapporto con lo spazio pubblico. Siccome la modalità del possesso si
concretizza nell’ambito della sessualità, viene da pensare che sarebbe il caso
si parlasse della sessualità femminile. Anche su questo argomento è stato detto
tutto, ma ribadire qualche concetto non ancora ben recepito potrebbe essere
interessante. Dopotutto, ogni donna sa o dovrebbe sapere di che si tratta. Di
conseguenza ognuna, almeno in teoria, è libera di esprimersi sul tema in
questione. Se diventasse, come in parte è diventato, l’ennesimo proclama del
diritto al godimento senza limiti, direi no grazie, chè, francamente, stendere un
altro vessillo con la pretesa all’ingroppata è un favore al sistema vigente.
Quello infatti è per ricalcare il modello maschilissimo di sessualità, per
controllare qualsiasi forma di conflittualità e dissenso sociale. Possedere,
consumare per ripossedere e consumare di nuovo altri oggetti in forma umana? Eh
no, perché essere trattate come distributori di piacere non è esattamente ciò
che avevano in testa quelle che dicevano: ‘Il corpo è mio’. Certo, era uno
slogan, ma il piacere femminile non è una bazzecola. Infatti, in molti paesi è
proibito, cioè quei paesi dove praticano le mutilazioni genitali femminili. Da
noi che siamo più ‘civili’ non tagliano il clitoride, ma educano le donne a sottovalutare
i propri desideri, che non vanno bene, ma a sacrificarsi per gli altri invece
va bene. L’orgasmo femminile implica la consapevolezza di avere un corpo, una
mente e, vorrei esagerare, anche un modo particolarissimo di sentire, di amare
e di vivere. Il che non dischiude le porte a paradisi sintetici, cioè quei
mondi dei balocchi dove tutto è conquistabile e in cui generazioni intere sono
cresciute poco e male. Il piacere autentico dischiude le porte dell’interiorità.
Certo, non è l’unico fattore della vita di una donna capace di metterla in
comunicazione con se stessa, ma, colei che desidera, pensa anche di poter
essere amata e capita perché si ama abbastanza. E riuscire ad uccidere
moralmente una donna che si ama è difficile. Senza dubbio l’uomo è fisicamente
più forte della donna, perciò, per contrastare la violenza, in alcuni casi c’è
bisogno dell’aiuto delle forze dell’ordine. Ma nell’ambito della violenza
psicologica non ci sono differenze oggettive, la donna può combattere,
allontanare un uomo o una qualsiasi persona che la molesta e, in questo, il
fatto di amare se stessa ha un ruolo determinante. Non è un’ovvietà, di fatto
non lo è.
Manuela.
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