Nell’incontro
del 27 e 28 giugno, nel Consiglio d’Europa, a Bruxelles, il governo italiano ha
ottenuto il consenso da parte dell’Ue per l’aumento dei fondi destinati ad
incentivare l’occupazione giovanile. La disoccupazione dei giovani è un
problema che interessa molti paesi dell’Ue. In Italia è aggravato dal fatto che
abbiamo la quota più alta (23,9%) di neet (not in education employment or
training), ovvero coloro che tra i 15 e i 29 anni non cercano lavoro e non
studiano perché scoraggiati. Il Fondo per l’occupazione giovanile, che è salito
a 1,5 miliardi da spendere in due anziché 7 anni, prevede un incremento degli
investimenti per i centri dell’impiego, al fine di promuovere l’incontro tra
domanda e offerta di lavoro, coinvolgendo anche i non giovani e gli over 50.
Inoltre, il progetto prevede dei cambiamenti nel mondo del lavoro: flessibilità
in entrata, agevolazioni alle imprese che convertono i contratti di lavoro a
tempo determinato in contratti a tempo indeterminato, l’offerta di lavoro o
tirocinio entro quattro mesi dalla fine degli studi o dalla fine del rapporto
di lavoro. La Commisione, riunitasi a Bruxelles, ha conferito alla Bei un incarico importante. La
Banca europea degli investimenti infatti è lo strumento scelto dall’Ue al fine
di agevolare il credito alle Pmi.
Una
parte dei neet è costituita da laureati/e, i quali, oltre ad essere
scoraggiati, non vogliono o non possono rimettersi in gioco mediante l’utilizzo
di corsi formativi. C’è da dire che solo l’8% dei neet è costituita da laureati/e
e soltanto il 28% è costituito da persone che non cercano lavoro e non sono
disponibili a lavorare. Di fatto il ricorso alla formazione continua non è uno
strumento utilizzato a dovere e, a seguito della crisi economica, è calata anche
la partecipazione culturale dei cittadini/e. Ciò mette in luce le modalità di
fruizione della cultura nel nostro Paese, dove, negli ultimi tempi, si registra
una diminuzione delle partecipazioni agli spettacoli teatrali, alle visite ai
musei, alle mostre. La lettura dei libri invece è rimasta invariata. Il divario
più significativo, come sempre, è tra le regioni del nord, del centro Italia e
quelle del Sud, dove la quota dei neet è più alta, ma, tra quelli che cercano lavoro
e vogliono lavorare, raggiunge il 46,2%, mentre al nord e al centro si attesta
su una percentuale pari al 35,8% e 33,2% (rapporto Istat - Bes 2013). Le
famiglie hanno il compito di motivare
ed incoraggiare i giovani. Le indagini svolte su questo argomento delineano il
clima culturale in cui essi vivono, crescono e si formano, perché la formazione
riguarda lo sviluppo di adulti responsabili. Dai dati, relativi alle analisi del
rapporto tra livello culturale dei genitori e istruzione dei figli, emerge che
la scuola e gli istituti di formazione non riescono a svolgere la funzione di
riequilibrio sociale in condizioni di squilibrio. Gli stimoli ricevuti in famiglia e la condizione
socio-economica sono fattori importanti per la riuscita del percorso scolastico
e rappresentano delle risorse fondamentali atte a fornire maggiori opportunità
di realizzazione professionale. Tuttavia, anche in questo caso, nelle famiglie
che dovrebbero aiutare maggiormente, la quota dei neet è a livelli che destano
preoccupazione, oltre il 10%. Quindi, è vero che il conseguimento di elevati
titoli di studio dipende dall’estrazione sociale dei genitori. In Italia, a
tale proposito, si registrano ancora forti disuguaglianze tra le classi
sociali, anche se è aumentata la partecipazione universitaria tra i figli di
coloro che appartengono a ceti meno elevati. Ma è anche vero che il
conseguimento della laurea non innesca necessariamente un circolo virtuoso
favorendo la mobilità sociale. L’acquisizione di strumenti culturali è un
fattore indipendente dalle possibilità di carriera. L’importanza consiste nelle
possibilità offerte dall’istruzione di migliorare le condizioni di vita. A
livelli più elevati di istruzione infatti corrispondono migliori condizioni di
salute, una maggiore partecipazione democratica, stili di vita più attivi e
rispettosi della natura. A questo proposito è opportuno notare che il livello
di avanzamento di un paese dipende dal grado di scolarazzazione, da chi è
impegnato nella produzione di beni, ma anche dall’impegno di coloro che da
disoccupati o inattivi partecipano in molti modi alla vita civile, in qualità
di elettori, consumatori responsabili. In Italia, più che negli altri Paesi
OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), le origini
socio-economiche influenzano molto le opportunità educative e occupazionali dei
e delle giovani. Le indagini Almalaurea evidenziano che una parte rilevante dei
laureati/e proviene da famiglie in cui i genitori non hanno un titolo di studio
universitario. Nel 2000, con la riforma universitaria, si è compiuta una forte
selezione sociale. Le lauree di secondo livello stanno offrendo maggiori
opportunità di lavoro rispetto a quelle di primo livello, poichè due sono i fattori
che influenzano le scelte e le motivazioni dei giovani: le origini
socio-economiche delle famiglie e le aspettative sulle opportunità di lavoro.
Perciò, per incentivare un cambiamento, occorrerebbe spronare le famiglie ad
incoraggiare i ragazzi/e, per aiutarli ad intraprendere percorsi formativi
stimolanti, tenendo presente che il conseguimento di elevati titoli di studio
fornisce le risorse necessarie per vivere meglio e non solo per far carriera.
Le
indagini smentiscono il principio secondo cui l’inflazione di titoli di studio
universitari dipende dal sovrannumero di laureati/e. In realtà la domanda di
lavoro influenza l’offerta e viceversa e, per quanto riguarda l’Italia, l’elemento
di maggiore criticità consiste nell’inadeguata valorizzazione del capitale
umano, non nella percentuale di laureati/e. La mobilità sociale infatti dipende
dalla capacità di valorizzare i titoli di studio e le conoscenze acquisite.
Sessant’anni
fa i figli/e dei contadini e degli operai potevano aspirare a ricoprire ruoli
di prestigio, oggi non è così. L’estrazione sociale, l’inflazione dei titoli di
studio universitari sembrano una
scusa per non andare a vedere i cambiamenti negli stili di vita e nel modo di
pensare, i quali hanno caratterizzato la popolazione media negli anni dal boom
economico ad oggi. Il raggiungimento del benessere inteso esclusivamente dal
punto di vista economico non ha prodotto effetti positivi per la collettività
né per i singoli individui. Anzi, ha prodotto il livellamento verso il basso,
l’appiattimento delle ambizioni, la rinuncia ai principi democratici di libertà,
partecipazione e uguaglianza. Le generazioni cresciute negli ultimi 20 anni
sono state ingozzate di beni materiali, ma non equipaggiate della fiducia in se
stesse, del coraggio e della volontà di impegnarsi per realizzare anche i sogni
più arditi. In altre parole, i giovani non hanno fame, la fame di sperimentare
e di farcela. Steve Jobs, ai ragazzi e alle ragazze, diceva: ‘Siate affamati’.
In Italia i giovani sono affamati?. Al sud sì, più che al centro e al nord. Nel
mezzogiorno la scarsità di risorse incentiva la volontà di superare gli
ostacoli di ordine culturale e socio-economico che impediscono la realizzazione
personale sul piano professionale e personale. É possibile che al sud questo
tipo di fame sia più forte che altrove. Per fare un esempio, la fame cui
alludeva Steve Jobs è la motivazione delle generazioni appena uscite dal
conflitto bellico. Allora c’era da ricostruire il Paese sulle macerie della
guerra. La rinascita è avvenuta grazie a un fervore che ha coinvolto la
popolazione sul piano politico, culturale, artistico e sociale. Forte di un pensiero
libero da vincoli ideologici e aperto alla possibilità e al dubbio, il mondo
sconvolto dalla guerra ha sperimentato e ricostruito la realtà sulla
multidimensionalità del reale. Le utopie volgevano alla concretezza, creando
nella mente e nel cuore della gente la condizione per nuove forme di convivenza
pacifica. Il clima di incertezza del dopoguerra ha rappresentato una risorsa di
inestimabile valore, ha aperto un varco tra gli orrori del conflitto,
accendendo la speranza negli animi delle persone. Le generazioni future
sarebbero vissute libere in un mondo libero, e capaci di discernere tra gli
abusi del potere e ciò che esse desideravano, volevano esprimere e realizzare.
Avrebbero avuto spazi comuni e di condivisione, in cui ognuno avrebbe trovato
la libertà di essere se stesso/a. Gli stimoli che provenivano dal contesto
politico e culturale, favorivano l’intraprendenza e aumentavano le capacità personali.
Ovunque si respirava un ottimismo irresistibile. Eppure il Potere, nel timore
che l’anelito di libertà l’avrebbe mandato a gambe all’aria, ha inoculato di
nuovo l’idea dell’agire per scopi utilitaristici. Col ragionamento del calcolo
e del tornaconto personale, ha sedato le istanze di trasformazione che
provenivano da ogni parte. In Italia la vita pubblica e privata ci ha messo
poco a burocratizzarsi, producendo un esercito di soldatine e soldatini stolti.
La medietà e la corruzione hanno preso il sopravvento, a scapito del merito,
della creatività e del talento fuori o dentro le righe. Non è un caso che gli
studi evidenzino la difficoltà di questo paese a valorizzare il capitale umano
più qualificato, cioè i laureati/e specialistici.
Gli
analisti mettono in luce i motivi della scarsa crescita italiana degli ultimi
15 anni, dovuta all’incapacità di valorizzare le opportunità offerte dalle
tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Inoltre, la struttura
imprenditoriale italiana, piccole e medie imprese a gestione familiare e
gerarchica, in cui prevale un livello medio di istruzione degli imprenditori,
si associa alla minore capacità di valorizzare il capitale umano, minori
preformance innovative e minori internazionalizzazione delle imprese. Un altro
fenomeno che caratterizza il sitema produttivo italiano è la mancata
corrispondenza tra il tipo di qualificazione o formazione richiesta dalle
imprese e posseduta dai lavoratori o lavoratrici. Tale fenomeno si definisce
disallineamento. La differenza tra il tipo di qualificazione o formazione
richieste può essere in eccesso o in difetto. Il disallineamento, per essere
compreso, va collocato in un contesto specifico, quello italiano,
caratterizzato da gavette che non finiscono mai, da meccanismi di reclutamento
e di carriera non sempre lineari. In un contesto cioè dove l’anzianità
anagrafica e di servizio valgono di più delle conoscenze. A tale proposito è
importante notare che nel 2010 l’Italia si trovava agli ultimi posti per il
numero dei laureati nella fascia di età compresa tra i 55 e i 64 anni. La
società italiana dunque è caratterizzata dal fenomeno dell’invecchiamento della
popolazione e dall’incapacità di realizzare i cambiamenti necessari e ciò va
rapportato al fenomeno della bassa natalità. (XV indagine 2012 Almalaurea
‘Condizione occupazionale dei laureati’).
La
lettura di questi dati fa pnsare al ruolo delle famiglie, riguardo alla volontà
di indirizzare e formare adeguatamente le nuove generazioni. Sembra che ci sia
una mancata corrispondenza tra il clima in cui esse crescono e il mondo
dell’istruzione. Infatti, le motivazioni ricevute in famiglia sono importanti
per lo sviluppo delle capacità individuali e, come è stato evidenziato, la
scuola non riesce a riequilibrare le carenze dovute ai disagi familiari. Ciò è vero
non soltanto per quanto concerne le risorse economiche, ma anche per
l’attenzione e il sostegno che le famiglie dovrebbero fornire ai figli. In Italia
si registra una mancata concertazione di cui non è responsabile la scuola o
l’università, dato che il mondo della formazione trabocca di corsi per tutte le
inclinazioni e le attitudini, ma la famiglia. Con ciò ricordiamo che la quota
dei laureati/e di coloro che hanno tra i 55 e i 64 anni è una tra le più basse
d’Europa. La sensazione però è che il problema non sia il titolo di studio dei
genitori, ma la totale mancanza di attenzione a un mondo nuovo, che ha bisogno
di sostegno e di incoraggiamento per sviluppare il meglio di sè. Negli anni del
dopoguerra la percentuale dei laureati/e era molto più bassa di oggi, eppure le
opportunità erano maggiori. Oggigiorno, l’ambiente che dovrebbe incoraggiarli,
stimola male i giovani, rassicurandoli con facili soluzioni, cioè obiettivi
mediocri, che producono conformismo e compiaciuta cortigianeria e la colpa non
è della scuola. La società, incapace di svecchiarsi, invecchia egoisticamente i
giovani, gli pone dei traguardi poco ambiziosi, intrappolandoli nelle gabbie
dorate da cui non sanno o non possono evadere. Adolescenti e ragazzi/e
imborghesiti e tristi, costretti a non debordare dai modelli loro imposti, non
si ribellano né obbediscono, perché non sono abituati ad avere delle regole.
Fanno quello che gli passa per la testa, tranne ciò che vorrebbero veramente. Gli
adulti fingono di non vedere il malcontento giovanile, che si esprime nella
ricerca di facili zavorre: le relazioni, i beni materiali, l’abuso di alcool e
droghe o più semplicemente nei comportamenti irriguardosi. Ma in realtà i
giovani cercano altro, cercano un mondo reale, concreto, in cui realizzarsi. Vorrebbero
essere incoraggiati. Le famiglie dovrebbero fare questo, che non ha prezzo.
Manuela.
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