domenica 7 luglio 2013

Per fare ci vuole un motivo



Nell’incontro del 27 e 28 giugno, nel Consiglio d’Europa, a Bruxelles, il governo italiano ha ottenuto il consenso da parte dell’Ue per l’aumento dei fondi destinati ad incentivare l’occupazione giovanile. La disoccupazione dei giovani è un problema che interessa molti paesi dell’Ue. In Italia è aggravato dal fatto che abbiamo la quota più alta (23,9%) di neet (not in education employment or training), ovvero coloro che tra i 15 e i 29 anni non cercano lavoro e non studiano perché scoraggiati. Il Fondo per l’occupazione giovanile, che è salito a 1,5 miliardi da spendere in due anziché 7 anni, prevede un incremento degli investimenti per i centri dell’impiego, al fine di promuovere l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, coinvolgendo anche i non giovani e gli over 50. Inoltre, il progetto prevede dei cambiamenti nel mondo del lavoro: flessibilità in entrata, agevolazioni alle imprese che convertono i contratti di lavoro a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato, l’offerta di lavoro o tirocinio entro quattro mesi dalla fine degli studi o dalla fine del rapporto di lavoro. La Commisione, riunitasi a Bruxelles, ha conferito alla Bei un incarico importante. La Banca europea degli investimenti infatti è lo strumento scelto dall’Ue al fine di agevolare il credito alle Pmi.
Una parte dei neet è costituita da laureati/e, i quali, oltre ad essere scoraggiati, non vogliono o non possono rimettersi in gioco mediante l’utilizzo di corsi formativi. C’è da dire che solo l’8% dei neet è costituita da laureati/e e soltanto il 28% è costituito da persone che non cercano lavoro e non sono disponibili a lavorare. Di fatto il ricorso alla formazione continua non è uno strumento utilizzato a dovere e, a seguito della crisi economica, è calata anche la partecipazione culturale dei cittadini/e. Ciò mette in luce le modalità di fruizione della cultura nel nostro Paese, dove, negli ultimi tempi, si registra una diminuzione delle partecipazioni agli spettacoli teatrali, alle visite ai musei, alle mostre. La lettura dei libri invece è rimasta invariata. Il divario più significativo, come sempre, è tra le regioni del nord, del centro Italia e quelle del Sud, dove la quota dei neet è più alta, ma, tra quelli che cercano lavoro e vogliono lavorare, raggiunge il 46,2%, mentre al nord e al centro si attesta su una percentuale pari al 35,8% e 33,2% (rapporto Istat - Bes 2013). Le famiglie hanno il compito di motivare ed incoraggiare i giovani. Le indagini svolte su questo argomento delineano il clima culturale in cui essi vivono, crescono e si formano, perché la formazione riguarda lo sviluppo di adulti responsabili. Dai dati, relativi alle analisi del rapporto tra livello culturale dei genitori e istruzione dei figli, emerge che la scuola e gli istituti di formazione non riescono a svolgere la funzione di riequilibrio sociale in condizioni di squilibrio. Gli stimoli ricevuti in famiglia e la condizione socio-economica sono fattori importanti per la riuscita del percorso scolastico e rappresentano delle risorse fondamentali atte a fornire maggiori opportunità di realizzazione professionale. Tuttavia, anche in questo caso, nelle famiglie che dovrebbero aiutare maggiormente, la quota dei neet è a livelli che destano preoccupazione, oltre il 10%. Quindi, è vero che il conseguimento di elevati titoli di studio dipende dall’estrazione sociale dei genitori. In Italia, a tale proposito, si registrano ancora forti disuguaglianze tra le classi sociali, anche se è aumentata la partecipazione universitaria tra i figli di coloro che appartengono a ceti meno elevati. Ma è anche vero che il conseguimento della laurea non innesca necessariamente un circolo virtuoso favorendo la mobilità sociale. L’acquisizione di strumenti culturali è un fattore indipendente dalle possibilità di carriera. L’importanza consiste nelle possibilità offerte dall’istruzione di migliorare le condizioni di vita. A livelli più elevati di istruzione infatti corrispondono migliori condizioni di salute, una maggiore partecipazione democratica, stili di vita più attivi e rispettosi della natura. A questo proposito è opportuno notare che il livello di avanzamento di un paese dipende dal grado di scolarazzazione, da chi è impegnato nella produzione di beni, ma anche dall’impegno di coloro che da disoccupati o inattivi partecipano in molti modi alla vita civile, in qualità di elettori, consumatori responsabili. In Italia, più che negli altri Paesi OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), le origini socio-economiche influenzano molto le opportunità educative e occupazionali dei e delle giovani. Le indagini Almalaurea evidenziano che una parte rilevante dei laureati/e proviene da famiglie in cui i genitori non hanno un titolo di studio universitario. Nel 2000, con la riforma universitaria, si è compiuta una forte selezione sociale. Le lauree di secondo livello stanno offrendo maggiori opportunità di lavoro rispetto a quelle di primo livello, poichè due sono i fattori che influenzano le scelte e le motivazioni dei giovani: le origini socio-economiche delle famiglie e le aspettative sulle opportunità di lavoro. Perciò, per incentivare un cambiamento, occorrerebbe spronare le famiglie ad incoraggiare i ragazzi/e, per aiutarli ad intraprendere percorsi formativi stimolanti, tenendo presente che il conseguimento di elevati titoli di studio fornisce le risorse necessarie per vivere meglio e non solo per far carriera.  
Le indagini smentiscono il principio secondo cui l’inflazione di titoli di studio universitari dipende dal sovrannumero di laureati/e. In realtà la domanda di lavoro influenza l’offerta e viceversa e, per quanto riguarda l’Italia, l’elemento di maggiore criticità consiste nell’inadeguata valorizzazione del capitale umano, non nella percentuale di laureati/e. La mobilità sociale infatti dipende dalla capacità di valorizzare i titoli di studio e le conoscenze acquisite.
Sessant’anni fa i figli/e dei contadini e degli operai potevano aspirare a ricoprire ruoli di prestigio, oggi non è così. L’estrazione sociale, l’inflazione dei titoli di studio universitari sembrano una scusa per non andare a vedere i cambiamenti negli stili di vita e nel modo di pensare, i quali hanno caratterizzato la popolazione media negli anni dal boom economico ad oggi. Il raggiungimento del benessere inteso esclusivamente dal punto di vista economico non ha prodotto effetti positivi per la collettività né per i singoli individui. Anzi, ha prodotto il livellamento verso il basso, l’appiattimento delle ambizioni, la rinuncia ai principi democratici di libertà, partecipazione e uguaglianza. Le generazioni cresciute negli ultimi 20 anni sono state ingozzate di beni materiali, ma non equipaggiate della fiducia in se stesse, del coraggio e della volontà di impegnarsi per realizzare anche i sogni più arditi. In altre parole, i giovani non hanno fame, la fame di sperimentare e di farcela. Steve Jobs, ai ragazzi e alle ragazze, diceva: ‘Siate affamati’. In Italia i giovani sono affamati?. Al sud sì, più che al centro e al nord. Nel mezzogiorno la scarsità di risorse incentiva la volontà di superare gli ostacoli di ordine culturale e socio-economico che impediscono la realizzazione personale sul piano professionale e personale. É possibile che al sud questo tipo di fame sia più forte che altrove. Per fare un esempio, la fame cui alludeva Steve Jobs è la motivazione delle generazioni appena uscite dal conflitto bellico. Allora c’era da ricostruire il Paese sulle macerie della guerra. La rinascita è avvenuta grazie a un fervore che ha coinvolto la popolazione sul piano politico, culturale, artistico e sociale. Forte di un pensiero libero da vincoli ideologici e aperto alla possibilità e al dubbio, il mondo sconvolto dalla guerra ha sperimentato e ricostruito la realtà sulla multidimensionalità del reale. Le utopie volgevano alla concretezza, creando nella mente e nel cuore della gente la condizione per nuove forme di convivenza pacifica. Il clima di incertezza del dopoguerra ha rappresentato una risorsa di inestimabile valore, ha aperto un varco tra gli orrori del conflitto, accendendo la speranza negli animi delle persone. Le generazioni future sarebbero vissute libere in un mondo libero, e capaci di discernere tra gli abusi del potere e ciò che esse desideravano, volevano esprimere e realizzare. Avrebbero avuto spazi comuni e di condivisione, in cui ognuno avrebbe trovato la libertà di essere se stesso/a. Gli stimoli che provenivano dal contesto politico e culturale, favorivano l’intraprendenza e aumentavano le capacità personali. Ovunque si respirava un ottimismo irresistibile. Eppure il Potere, nel timore che l’anelito di libertà l’avrebbe mandato a gambe all’aria, ha inoculato di nuovo l’idea dell’agire per scopi utilitaristici. Col ragionamento del calcolo e del tornaconto personale, ha sedato le istanze di trasformazione che provenivano da ogni parte. In Italia la vita pubblica e privata ci ha messo poco a burocratizzarsi, producendo un esercito di soldatine e soldatini stolti. La medietà e la corruzione hanno preso il sopravvento, a scapito del merito, della creatività e del talento fuori o dentro le righe. Non è un caso che gli studi evidenzino la difficoltà di questo paese a valorizzare il capitale umano più qualificato, cioè i laureati/e specialistici.
Gli analisti mettono in luce i motivi della scarsa crescita italiana degli ultimi 15 anni, dovuta all’incapacità di valorizzare le opportunità offerte dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Inoltre, la struttura imprenditoriale italiana, piccole e medie imprese a gestione familiare e gerarchica, in cui prevale un livello medio di istruzione degli imprenditori, si associa alla minore capacità di valorizzare il capitale umano, minori preformance innovative e minori internazionalizzazione delle imprese. Un altro fenomeno che caratterizza il sitema produttivo italiano è la mancata corrispondenza tra il tipo di qualificazione o formazione richiesta dalle imprese e posseduta dai lavoratori o lavoratrici. Tale fenomeno si definisce disallineamento. La differenza tra il tipo di qualificazione o formazione richieste può essere in eccesso o in difetto. Il disallineamento, per essere compreso, va collocato in un contesto specifico, quello italiano, caratterizzato da gavette che non finiscono mai, da meccanismi di reclutamento e di carriera non sempre lineari. In un contesto cioè dove l’anzianità anagrafica e di servizio valgono di più delle conoscenze. A tale proposito è importante notare che nel 2010 l’Italia si trovava agli ultimi posti per il numero dei laureati nella fascia di età compresa tra i 55 e i 64 anni. La società italiana dunque è caratterizzata dal fenomeno dell’invecchiamento della popolazione e dall’incapacità di realizzare i cambiamenti necessari e ciò va rapportato al fenomeno della bassa natalità. (XV indagine 2012 Almalaurea ‘Condizione occupazionale dei laureati’).
La lettura di questi dati fa pnsare al ruolo delle famiglie, riguardo alla volontà di indirizzare e formare adeguatamente le nuove generazioni. Sembra che ci sia una mancata corrispondenza tra il clima in cui esse crescono e il mondo dell’istruzione. Infatti, le motivazioni ricevute in famiglia sono importanti per lo sviluppo delle capacità individuali e, come è stato evidenziato, la scuola non riesce a riequilibrare le carenze dovute ai disagi familiari. Ciò è vero non soltanto per quanto concerne le risorse economiche, ma anche per l’attenzione e il sostegno che le famiglie dovrebbero fornire ai figli. In Italia si registra una mancata concertazione di cui non è responsabile la scuola o l’università, dato che il mondo della formazione trabocca di corsi per tutte le inclinazioni e le attitudini, ma la famiglia. Con ciò ricordiamo che la quota dei laureati/e di coloro che hanno tra i 55 e i 64 anni è una tra le più basse d’Europa. La sensazione però è che il problema non sia il titolo di studio dei genitori, ma la totale mancanza di attenzione a un mondo nuovo, che ha bisogno di sostegno e di incoraggiamento per sviluppare il meglio di sè. Negli anni del dopoguerra la percentuale dei laureati/e era molto più bassa di oggi, eppure le opportunità erano maggiori. Oggigiorno, l’ambiente che dovrebbe incoraggiarli, stimola male i giovani, rassicurandoli con facili soluzioni, cioè obiettivi mediocri, che producono conformismo e compiaciuta cortigianeria e la colpa non è della scuola. La società, incapace di svecchiarsi, invecchia egoisticamente i giovani, gli pone dei traguardi poco ambiziosi, intrappolandoli nelle gabbie dorate da cui non sanno o non possono evadere. Adolescenti e ragazzi/e imborghesiti e tristi, costretti a non debordare dai modelli loro imposti, non si ribellano né obbediscono, perché non sono abituati ad avere delle regole. Fanno quello che gli passa per la testa, tranne ciò che vorrebbero veramente. Gli adulti fingono di non vedere il malcontento giovanile, che si esprime nella ricerca di facili zavorre: le relazioni, i beni materiali, l’abuso di alcool e droghe o più semplicemente nei comportamenti irriguardosi. Ma in realtà i giovani cercano altro, cercano un mondo reale, concreto, in cui realizzarsi. Vorrebbero essere incoraggiati. Le famiglie dovrebbero fare questo, che non ha prezzo. 

Manuela.

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