domenica 14 luglio 2013

La versione di Manuela



Se uno volesse ci potrebbe fare un film o scrivere un libro, ma dato che tutti sanno e nessuno parla credo che non ci sarà né film né libro. Meno male perché la faccenda avrebbe dovuto essere discussa in un’aula di tribunale, invece è stata fin troppo romanzata, perché si tratta di una di quelle faccende su cui di solito cala un velo di omertà e tanta ipocrisia. Parlo del matrimonio inteso come prostituzione legalizzata. Tale era la definizione che le femministe degli anni sessanta avevano coniato per l’unione matrimoniale fondata sulla tradizionale gerarchia dei ruoli, in cui il contratto sanciva il diritto di proprietà del marito sul corpo della moglie. Oggi le donne hanno acquisito l’indipendenza economica e si dicono molto emancipate dai ruoli di genere e dagli stereotipi relativi alla sessualità. Eppure la condizione di molte di loro non è cambiata. La subordinazione femminile all’uomo ha a che fare con la cultura e con l’educazione. L’Italia trabocca di donnette insoddisfatte che si tengono mariti e compagni che non amano per avere un ruolo nella società. Esse si concedono nelle vesti di mogli, in cambio di riconoscimento sociale. Detto questo racconterò ciò che è successo a me che, in un altro momento storico, o in diverse condizioni sociali e culturali, non si sarebbe verificato. Sei anni fa incontrai un uomo di nome Paolo, me ne innamorai ed ebbi una storia con lui. Durò qualche mese poi lui sparì. Il tizio aveva una moglie su cui peraltro aveva taciuto. Quando concluse la storia, ovvero sparì, disse alla moglie del tradimento. Questa che fece? Non risolse il conflitto in casa, cioè non se la prese col marito. Neanche si limitò come fanno le donne tradite e anche un po’ vigliacche a prendere l’altra a male parole. Silvia, da quello che trapela credo si chiami in questo modo, insidiandosi nella mia vita, contattò ogni giorno, per anni, tutte le persone che frequentavo abitualmente e le plagiò. Fui costretta a cambiare casa molte volte, ma la tizia appestò l’aria che respiravo ovunque andassi. Ogni luogo diventò ostile e invivibile, per di più avevo sgradevolissima sensazione di essere oggetto di attenzioni morbose da parte di una donna, che a me sinceramente fa schifo. La tizia e il marito mi fecevano le pulci con l’intento di emarginarmi, ma lo fecero anche per avere un po’ di visibilità. Capii ben presto quello che stavano combinando. Vedevo chiaramente che colleghi, amici e familiari mi si voltavano contro, fomentati dall’odio e dalla violenza del comportamento di quei due mascalzoni e più di una volta ebbi la sensazione che avrebbero voluto eliminarmi. Al chè andai ai carabinieri e sporsi dununcia contro Paolo e contro quella tizia per diffamazione e molestie. Il tribunale accantonò la denuncia; gli amici, i colleghi e tutti quelli che pensavo mi volessero bene negarono che due individui spregevoli stavano distruggendo la mia vita. Eppure, l’avevano colonizzata, stando tutto il giorno e tutti i giorni a ficcare il naso nei fatti miei, come fosse un reality. Ancor oggi la situazione è questa che ho descritto. Comunque, nessuno ebbe l’onestà di ammettere la verità. La frequentazione di un uomo sbagliato distrusse tutto ciò che avevo costruito fino ad allora. Sul banco degli imputati non ci misero la coppia delinquente, perché l’apparenza va salvata innanzitutto. Ci misero l’amore e la libertà, il mio amore e la mia libertà, che sono l’opposto della schiavitù cui sono condannati/e coloro che fingono di amarsi e non hanno l’onestà di ammettere a se stessi che non si amano. Alla gogna ci mandarono me e i miei sentimenti, i quali rappresentano tuttora una minaccia per gli ometti e alle donnette che vivono nella menzogna.  
Oggigiorno Silvia non apre più bocca, perché di questa storia ne sono a conoscenza anche coloro che lavorano nei mezzi di informazione, però come ho già detto nessuno parla esplicitamente. Anzi, alcuni conduttori e annunciatrici di gr radiofonici non hanno esitato a sfruttare la situazione per fare un po’ di share, dicendo una cosa e riferendosi ad altro, con allusioni a questa storia, per giocarci e per fare audience. Se uno gli fa notare che lavorare onestamente e non avere rispetto per nessuno, tanto meno per il lavoro, sono due cose diverse, quelli si piccano, come se avessero il diritto a dileggiare i deboli e leccare il culo ai potenti. Siccome quello che fanno loro rientra nella seconda categoria, cioè quella dei leccaculo ambiziosetti/e, si schermiscono, vantandosi di poter dire il loro nome. Io però vorrei ricordargli che, se volessero essere corretti, l’importante non sarebbe dire il loro nome, ma menzionare il mio, ovvero il nome della persona cui si riferiscono quando fanno gli stronzi/e.
Per quanto mi riguarda vorrei che la gente parlasse, come doveva fare nel tempo che fu, al fine di denunciare di nuovo quei due delinquenti, oppure che si facesse i fatti suoi, invece di perpetrare all’infinito questa vicenda con allusioni continue e stupidi doppi sensi. Inoltre, vorrei che le malelingue si placassero, si rassegnassero alla loro vita, triste o no che sia, non me ne frega niente, che si grattino la rogna a casa loro. Così da camminare in strada senza che mi facciano gestacci, mi spintonino, mi sussurrino offese e mi dicano che devo morire, perché non ho intenzione di assecondarli.
In questo Paese la donna sottomessa, soprattutto se moglie e cornuta, ha il diritto di essere celebrata e compatita ad vitam. Silvia è una moglie tradita, Paolo il marito l’ha cornificata per bene, con una donna innamorata di lui, che, nel gergo ipocrita della famiglia intesa come associazione a delinquere, significa una sciagura, poiché mette in luce la malafede e la pochezza dell’uomo fedifrago. Poi è tornato dalla moglie, chè di solito le donnette hanno quello che si meritano e l’ha informata del tradimento. Il fatto di essere stata messa di fronte alla sua falsità, ha suscitato l’ira funesta della cagnetta. Infatti, la forma più atroce di troiaggine è quella delle mogli che stanno con uomini che non amano e ci vanno a letto per dovere. Dato che mormorano di moralità verrebbe da chiedergli se sentono un po’ di schifo quando si guardano allo specchio. È possibile che non si guardino mai veramente allo specchio, oppure che nello specchio ci vedano solo quello che gli fa comodo. Altrimenti si renderebbero conto che la vera immoralità è la loro, che fanno finta di amarsi. In altri tempi la mancanza d’amore nel matrimonio sanciva un tacito accordo: lei si concedeva per ottemperare ai doveri coinugali, lui faceva finta di non sapere che alla moglie gli faceva schifo concedersi, bastava che lo accudisse e gli lavasse le camicie. Guai se qualcuno avesse scoperto l’altarino. Questo è il matrimonio inteso come prostituzione legalizzata e succede ancora, nonostante il percorso emancipativo delle donne, nonostante la maggior parte sperava in un cambiamento nel modo di vivere le relazioni, orientandole alla sincerità e all’amore. A differenza del passato oggi le nuove generazioni sono meno brave a nascondere la polvere sotto al tappeto e a far finta di volersi bene. Alcuni si ostinano a tenersi la maschera di persone perbene, come Silvia e Paolo, ma in genere si nota una tendenza ad esporre maggiormente il disagio. Il fatto è che le coppie insoddisfatte e impossibilitate a prendersi la responsabilità delle loro azioni, hanno bisogno di eleggere qualcuno a cestino della spazzatura. Ciò denota il loro disagio nei rapporti interpersonali. Inoltre, la vasta risonanza e la celebrazione della cornuta da parte delle tante cornute, la loro aggressività nei miei confronti, è causata proprio da questo motivo, ovvero dal fatto che da anni alcune donne ingoiano gli orgasmi dei loro mariti senza partecipare. Compagni e consorti fanno finta di non accorgersi del disamore delle loro compagne e preferiscono macchiare la reputazione delle altre che sanno amare con più onestà. C’è da dire che l’amore gli fa accapponare la pelle, come se a una ferita vi si buttasse sopra del sale. Siccome non possono più ignorare di non essere amati dalle consorti, fanno di tutto per eliminare colei che li ama. Dopotutto coppie del genere e ce ne sono tante, condividono il fatto di non amarsi e mostrano trionfanti il loro non amore ovunque. Hanno anche un vasto pubblico: quelli e quelle come loro, che fanno finta di credere alla messinscena. Ciò che più conta, per questi pezzi di mascalzoni, è umiliare la donna che li ha messi di fronte a se stessi e alle loro bugie.
Ho raccontato questo per dire che nella società in cui viviamo l’amore è bistrattato. Parlo dell’amore e dei principi per i quali coloro che ci credono, tra cui io, subiscono costantemete pressioni sociali che tendono ad uniformare la vita del singolo sulle convenzioni della vita associata, dove l’amore è bandito perché non conosce falsità, né accomodamenti nè compromessi. La generosità è bandita, perché significa donare gratuitamente agli altri tempo, attenzione e reciproco aiuto. La solidarietà vera, non quella che scaturisce dalla salvaguardia di interessi particolaristici, è bandita perché uno non ci ricava niente e soprattutto è bandita la solidarietà tra donne, quando ne vale la pena, perché potrebbero farsi forza per contrastare il maschilismo imperante. La cultura dominante le vuole nel pollaio, l’una contro l’altra, salvo poi celebrare la figura della moglie o della madre anche quando si tratta di donne indegne. Ho raccontato questa storia anche per sottolineare l’importanza delle esperienze di vita che insegnano molto. Insegnano a distinguere il bene dal male, a capire se di un fidanzato, un amico, qualcuno cui vuoi bene ti puoi fidare oppure no. Ma soprattutto insegnano che, se una sbaglia, non cade il mondo, anzi poi si rialza più forte di prima. Invece la mentalità di questo paese, bigotta e opprimente nei confronti delle donne e del nuovo, punisce non tanto l’uomo che si comporta male, quanto la donna che ha sbagliato a valutarlo e a fidarsi. Non si tratta di protezione, ma di malafede, poiché l’aridità di cuore, tipicamente piccolo borghese, asfissia la naturale tendenza a fare esperienze, sia nei maschi ma più che altro nelle femmine, indicandole a vista se non accettano di mantenere per tutta la vita dei rapporti con uomini che non amano. Se le donne imparassero a destreggiarsi meglio, sicuramente non si terrebbero accanto degli omuncoli. In questo Paese però la libertà è vissuta dalla massa come una minaccia, che mette in pericolo il castello di menzogne da cui trapelano molte falle. La gente ha paura della libertà, di prendersi la responsabilità di ciò che veramente desidera. Per esempio, quando vedono che non corrispondo alle loro aspettative si spaventano. Ma io non sono uno specchio, essi mi fanno le pulci usandomi come attaccapanni, perché hanno bisongo di rimanere delusi, di confermare la voce della loro coscienza, con la speranza di avere il coraggio di seguirla. Come se lo spavento fosse un balsamo, ficcano il naso nella mia vita ed esprimono a se stessi il bisogno di credere che si può essere più autentici. Ognuno ha una sua paturnia da scaricarmi addosso, a volte non so se incazzarmi o provare pena per loro. Abbagliati dal benessere esteriore e materiale, trovano un pubblico che gli batte le mani. Vogliono dimostrare a qualcuno di avere potere, il potere che non hanno. Di fatto, il malessere che hanno voluto causarmi in tutti i modi è il loro malessere. Sarebbe stato meglio ottenere giustizia, soprattutto per averne fiducia adesso, ma tali considerazioni collocano la faccenda in un altro contesto, magari, questo sì, più giusto.         

Manuela

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