domenica 21 luglio 2013

Il branco di bestie



Uno degli insegnamenti tratti dalla vicenda raccontata la volta precedente riguarda il comportamento di alcune donne. Silvia, ad esempio, è una di quelle, ma ce ne sono a mucchi, cresciute male, in un clima che le protegge e al contempo le svaluta. Come ha potuto non accorgersi delle conseguenze di quello che ha detto e fatto nei miei confronti se non a causa dell’indulgenza degli altri. Una volta, non contenta delle calunnie a distanza, mi seguì nel paese dove stetti per qualche tempo. Si portò dietro un branco di bestie per dileggiarmi, mai a volto scoperto, lo fece sempre alle spalle. Nessuno le disse niente. Ora, pare che qualcuno, con in dotazione dell’onestà, si stia rendendo conto di quello che hanno combinato quei due mascalzoni. Ma c’è di più oltre al fatto che la moglie cornuta deve essere celebrata e per convenzione ha il diritto di dilaniare l’altra, per poi accasciarsi di fronte al marito fedifrago. Oltre a ciò c’è da dire che a Silvia nessuno le ha mai detto nulla, né l’ha redarguita, perché la cultura maschilista predilige la donna incapace di assumersi le proprie responsabilità, scoraggiandola ad avere una dignità. Anche per questo la gente l’ha protetta dalle sue azioni e come lei protegge le donne che sbraitano come vipere con le altre, ma si inchinano di fronte al maschio e di fronte ai doveri sociali della femmina. Contro di me ha detto delle atrocità che, per inteso non qualificano me, ma lei, però nessuno ha avuto un moto di ribellione. Si sono scagliati contro di me e, se questo è la ricompensa per la scelta di essere responsabili della propria vita, capisco perché le donne non la vogliono. Eppure ce ne sono tante che lottano come me. Giorni fa, camminando, ho sentito una ragazza che gridava al fidanzato: ‘Io non ho due anni!’ e imprecava. Era un grumo di rabbia. La rabbia è causata dal fatto che il rispetto non è come il documento di identità, bisogna conquistarlo e lottare per essere riconosciuta in quanto persona adulta, in grado di interloquire e dire ciò che pensa. È possibile che quella ragazza si sia arrabbiata perchè non era ascoltata. La rabbia è suscitata dalla disonestà, con cui la gente di solito liquida la questione. Fingono di ascoltarti e con argomenti pretestuosi svicolano il punto e negano ciò che stai chiedendo, cioè il rispetto. Quella rabbia la conosco, ma occorre metabolizzarla per renderla produttiva. Il fatto è che, se nasci donna in questo paese, subisci forti pressioni dalla cultura e dall’educazione a chinare sempre la testa, a farti stupida, furba quanto basta per accaparrarti un uomo che giustifichi l’esistenza femminile e che fa finta di credere ai sorrisi ossequiosi solo perche vuole l’appoggino morale e materiale. Dato che io e altre donne non siamo stupide e per giunta a me fa schifo l’ipocrisia, non abbiamo scampo: o lottiamo tutta la vita per debellare la malafede di quelli che si mostrano accondiscendenti se accetti le condizioni del gioco o soccombiamo alle prepotenza di gentaglia che più che camminare striscia.
Un altro insegnamento riguarda la flora e la fauna della società italiana. Ciò non pretende di essere un dato scientifico, anche se dell’emersione di un ceto sociale di cafoni vestiti bene se ne è parlato ufficialmente. Parlo di una branco di delinquenti senza qualità, di cui Silvia e Paolo sono degli esempi perfetti, che denigrano gli altri, in questo caso me, per avere successo e visibilità. Non sono gli unici, come loro ce ne sono tanti (ad esempio il noto conduttore di una nota trasmissione radiofonica tardo-pomeridiana serale) e si organizzano come le bande criminali usando la prepotenza e l’arroganza. Sono convinti di avere il diritto di mancarmi di rispetto, a me o ad altri allergici al servilismo, e giustificano in questo modo le bestialità che li contraddistinguono. Sono convinti che per soddisfare i bisogni narcisistici possono, anzi debbono, sopraffare qualcuno. Le donne di questo branco sono le peggiori, perché maggiormente vessate. Siccome gli viene negato lo statuto di persona e non valgono niente, hanno bisogno di gettare fango addosso alle altre, allo scopo di appropriarsi delle qualità che vorrebbero e non hanno il coraggio di far emergere.  D’altronde la società premia i vincenti, i bulli, i furbetti. Noi altri, quelli che non mordono, dal loro punto di vista saremmo fessi. Se sapessero che gran spreco di energie e che strazio si prova ad avere a che fare con loro! O forse lo sanno e se ne beano, almeno hanno la misera soddisfazione di aver causato disagio.   
  
Manuela.

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